La parola sanscrita tradotta con bramosia è «kāma» e può significare lussuria, voracità, il desiderio insaziabile di avere sempre di più, l’incapacità di accontentarsi e di essere grati. E sappiamo già che la gratitudine è uno degli ingredienti fondamentali della felicità...
Spesso non siamo protagonisti della nostra esistenza, ma semplicemente reazioni viventi a stimoli, abitudini, automatismi. Krishna, in questo verso, ci sta rivelando qualcosa di scomodo ma liberatorio: quando siamo dominati dall’ego, viviamo come sotto ipnosi. Cosa fare? Imparare a basare ogni scelta su una conoscenza viva, trasformativa...
Quando si parla di distacco, spesso si pensa subito al menefreghismo, al disinteresse o alla fuga dal mondo. Ma nella «Bhagavad-gita» il distacco è tutt’altro: è una chiave potente e concreta per agire bene, per vivere nel mondo senza esserne schiacciati. E chi ha imparato l’arte del distacco emotivo dal risultato non dovrebbe sottrarsi dall’azione, perché l’inazione di chi sa può lasciare spazio all’azione di chi non sa
All'inizio dei tempi, da un vuoto apparente, emerse un suono. Una parola: «tapah». Medita. Fai austerità. Sacrifica. Fu un invito a guardare dentro, a fermarsi, a purificare l’intenzione prima dell’azione. In questa puntata della rubrica «My Sweet Krishna» iniziamo ad esplorare gli ingredienti fondamentali dell’azione consapevole secondo la Bhagavad-Gita...
Krishna è chiaro: non è possibile non agire, a meno di non essere morti. Perché è nell’azione che l’essere umano esprime il proprio amore. L’azione è parte integrante della vita. Ma Krishna non parla solo di azione fisica, cioè di come muoviamo il corpo, bensì soprattutto di azione “sottile”, ovvero del movimento interiore, mentale, emozionale — che, secondo la visione vedica, è ancora materia, e non è l’anima...
La vera trappola della gratificazione dei sensi è la morbosità, l’attaccamento malsano: la dipendenza è un meccanismo sottile e pervasivo. Che finisce per dominarci. Qual è la soluzione? La «Bhagavad-Gita» ci insegna che il segreto sta nel trasformare il nostro modo di relazionarci al piacere e agli oggetti dei sensi. E trasformare il piacere in un mezzo per connetterci a Krishna...
Raggiungere la coscienza divina non è scegliere una religione, non è farsi frati o suore o cambiare vestiti o cultura, ma si manifesta nel desiderare profondamente di ri-connettersi col divino, e nell’essere disposti a fare tutto quello che serve per arrivarci...
...e quest’arte comprende la capacità di non considerare nostri i frutti dell’azione. Se agiamo in questa consapevolezza siamo sempre in equilibrio, sempre in pace, e le nostre azioni non generano più legami e successive reazioni, né buone né cattive. Quello che importa è che siano azioni in linea con il dharma
Dharma non è una religione, ma «LA» religione nel senso più alto, cioè tutto ciò che ci ri-connette al Cosmo, al divino. Quindi il “passo falso” non è infrangere la morale, ma rompere equilibri naturali, andare contro la propria natura, contro il proprio impegno e responsabilità...
Nel secondo capitolo della «Bhagavad-gita» si gettano le basi di una prospettiva completamente ribaltata rispetto a quella dell’Occidente: se costruiamo il nostro progetto politico, sociale, scolastico, ecc. dimenticandoci dell’essenza del nostro essere allora sarà arduo cogliere davvero ciò che di bello c’è in questo mondo
Krishna inizia a creare la cornice di pensiero nella quale impartire ad Arjuna il più grande e intimo degli insegnamenti segreti, riservati solo alle persone che non invidiano Dio...
La situazione è di stallo totale, Krishna esorta Arjuna ad alzarsi e combattere, ma Arjuna è bloccato, non se la sente, è in uno stato di ansia soffocante, preso dal panico...
Siamo noi, esseri condizionati, colmi di vanagloria e falso ego che vorremmo essere Dio! Nel senso che vogliamo controllare tutto, dominare su tutto e tutti. Lui sa che la vera felicità non sta in quelle cose ma nell’Amore, con la A maiuscola, Amore che è sinonimo di Servizio...
La Bhagavad-Gita trasmette un messaggio universale, adatto a tutti, senza distinzione di credo o cultura», scrive Tiziano Valentinuzzi in questa prima puntata di «My Sweet Krishna – Saggezza antica per la vita moderna».



