Questo è esattamente il dilemma che confonde Arjuna: non ha ancora compreso pienamente come mettere in pratica gli insegnamenti di Krishna. Infatti, il terzo capitolo della Bhagavad-gītā si apre così:
Arjuna disse: o Janardana, o Keshava, perché mi inciti a questa terribile battaglia se consideri la via dell’intelligenza superiore all’azione interessata? (3.1)
Sono confuso dalle tue istruzioni equivoche. Ti prego, dunque, indicami con chiarezza la via migliore per me. (3.2)
Questo è un passaggio straordinario: mostra come anche un personaggio potente e devoto come Arjuna possa essere attraversato dal dubbio. Soprattutto, evidenzia come perfino lui possa cadere nella tentazione di usare scuse e sotterfugi per non assumersi la responsabilità del proprio destino. In questi versi, Arjuna tenta di manipolare Krishna con un tipico atteggiamento da allievo smarrito: si presenta come indifeso, nella speranza che il maestro gli dica esattamente cosa fare, evitando così la fatica di una scelta autonoma. Vorrebbe, in pratica, che Krishna si assumesse il peso della decisione che, invece, spetta a lui stesso. Eppure, una scelta autentica può essere fatta solo in autonomia e con lucidità, quando si possiede la giusta conoscenza. Secondo la tradizione vedica, infatti, la conoscenza è il fondamento di tutto. Senza di essa, è impossibile vivere in modo sereno ed efficace. Non si tratta di conoscenze tecnico-teoriche, come una laurea o un master, ma della conoscenza essenziale del mondo, dell’ego, dell’anima (ātma) e dell’Anima Suprema (Paramātmā).
Nei versi successivi Krishna ci mostra il comportamento di un vero insegnante, che ama e rispetta i suoi allievi: ripete con pazienza e amore gli insegnamenti, riformulando con parole nuove, ma sottolineando quanto sia importante ascoltare con attenzione ed evitare scorciatoie pericolose. Oggi più che mai viviamo nella continua ricerca di soluzioni rapide, che ci consentano di correre verso i nostri obiettivi e di godere al massimo della vita con il minimo sforzo. Ma proprio questa corsa e la mancanza di una conoscenza profonda dell’essere ci confondono, portandoci spesso a scambiare lucciole per lanterne e prendere strade di cui presto a tardi ci pentiremo, perché non ci portano alla felicità che stavamo cercando.
Il Signore disse: O Arjuna senza peccato, come ho già detto, due sono le tipologie di persone che desiderano realizzare il sé.
Alcune sono inclini alla speculazione filosofica, altre alla pratica del servizio devozionale. (3.3)
Non è astenendosi dall’agire che ci si può liberare dalle conseguenze dell’azione, né la sola rinuncia consente di raggiungere la perfezione. (3.4)
Come Krishna ha già detto in precedenza, anche non agire, o non scegliere, è comunque un’azione. E ogni azione ha delle conseguenze karmiche, delle reazioni. Qui Krishna vuole smascherare quell’impulso, tanto umano quanto infantile, di voler “evitare problemi” raccogliendo solo gli aspetti piacevoli della vita — o meglio, quelli che crediamo tali. Quando mi conviene, agisco e mi prendo i frutti. Quando non mi conviene, evito, rimango immobile e lascio correre. Questo atteggiamento può sembrare sensato, ma Krishna lo mette in discussione.
Tutti sono inevitabilmente costretti ad agire secondo le tendenze acquisite a contatto con le energie materiali [i guna]. Nessuno può esimersi dall’azione, nemmeno per un istante. (3.5)
Il punto è chiaro: non è possibile non agire, a meno di non essere morti. L’azione è parte integrante della vita. Ma Krishna non parla solo di azione fisica, cioè di come muoviamo il corpo, bensì soprattutto di azione “sottile”, ovvero del movimento interiore, mentale, emozionale — che, secondo la visione vedica, è ancora materia, e non è l’anima.
Chi reprime i sensi ma ha la mente ancora legata agli oggetti dei sensi, certamente si illude ed è un simulatore. (3.6)
D’altra parte, o Arjuna, chi tenta sinceramente di controllare i sensi con l’aiuto della mente e si impegna senza attaccamento nella pratica del karma-yoga, il servizio devozionale, è di gran lunga superiore. (3.7)
Qui Krishna si rivolge direttamente al cuore, e ci ricorda che è l’intenzione ciò che conta davvero. L’opposto della ricerca di pura convenienza. Non si tratta di smettere di agire, ma di agire in connessione. Karma-yoga significa proprio questo: azione connessa, orientata, coerente con il disegno divino, con il dharma. Ma perché Krishna parla di “repressione dei sensi” e “controllo dei sensi”? Vuole forse dirci che godersi la vita è sbagliato? Che dovremmo rinchiuderci in un monastero come frati e suore per realizzare il progetto divino? Tutt’altro. Il punto è che bisogna vigilare perché il fascino del mondo esterno non si trasformi in una dipendenza — fisica o emotiva — che ci porta a fare scelte guidate dal bisogno, proprio come accade a chi è schiavo di una sostanza che lo distrugge lentamente.
Essere umani significa prendersi la responsabilità della propria vita, a partire da una profonda conoscenza di sé e del mondo. Non possiamo sperare di comprendere il senso della vita restando immobili ad aspettare. Occorre dedicarsi con impegno allo studio — come quello della Bhagavad-gītā — e alla pratica della meditazione, che ci restituisce un sapere intuitivo, oggi più che mai necessario. Queste sono le basi. Ma poi? Come si fa ad agire “nel modo giusto”? È proprio questa la domanda di Arjuna. Lui vorrebbe una ricetta chiara e semplice, con ingredienti e dosi. E tu? Sei come Arjuna, o ti aspetti qualcos’altro?
Compi il tuo dovere prescritto, perché l’azione è migliore dell’inazione. Senza agire non si può neanche mantenere il proprio corpo. (3.8)
Per comprendere pienamente cosa intenda Krishna con “dovere prescritto”, dovremo aspettare il capitolo successivo, che ci fornirà gli strumenti necessari per coglierne il significato profondo. Ma qui è evidente che per Krishna è meglio agire che restare fermi, perché è nell’azione che l’essere umano esprime il proprio amore. Come diceva anche Gesù – e qui parafrasiamo – non sono le parole a contare, ma le opere.

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