Ultrasuoni. Suoni. Musica. Rumori. Non sempre ne siamo consapevoli, ma il nostro corpo è costantemente immerso nelle vibrazioni sonore. Nel bene e nel male. Con benefici o conseguenze palpabili. E non sono certamente i luoghi comuni o l’aneddotica spicciola a testimoniarlo. Per rendersene conto basterebbero pochi minuti di navigazione su PubMed, il grande servizio on line che raccoglie tutti i lavori biomedicali pubblicati dalle riviste scientifiche mondiali. Il suono è fondamentale per la specie umana in modi che vanno ben oltre l’intrattenimento o il passatempo.
La musica è efficace nel ridurre l’ansia e il dolore nei bambini sottoposti a procedure mediche e dentistiche; ha la capacità intrinseca di arginare le risposte agli stress psicobiologici; mitiga la pressione sanguigna nonché la frequenza dei battiti cardiaci e degli atti respiratori; vanta effetti positivi sulla qualità del sonno attraverso il rilassamento muscolare e la distrazione dai pensieri… Una lunga, lunghissima lista di virtù. Ed è evidente che il suono non è soltanto un’esperienza sensoriale, ma anche un veicolo potente per migliorare la nostra qualità della vita e promuovere la salute.
Nel toccante saggio Musicofilia – Racconti sulla musica e il cervello (Gli Adelphi), il celebre neurologo britannico Oliver Sacks esplora il rapporto unico tra la musica e i neuroni cerebrali, osservando che le note possono calmarci, animarci, confortarci, entusiasmarci o servire a sincronizzarci con i ritmi della vita. Ma sanno anche vantare un formidabile potenziale terapeutico nei pazienti alle prese con una varietà di situazioni neuropatologiche: Sacks racconta storie di individui che, nonostante la presenza di condizioni mediche come l’autismo, la malattia di Parkinson, l’amnesia e l’afasia, mantengono una connessione profonda e vitale con la musica. Che risveglia emozioni e stimola la memoria.
Ma proviamo adesso a puntare la riflessione verso… l’inudito e le dimensioni non macroscopiche del suono, quelle non organizzate, cioè, a forgiare una melodia, giusto per rimarcare, se mai ce ne fosse bisogno, come le vibrazioni che si propagano nell’aria sanno interagire con ogni angolo riposto del nostro organismo. Ebbene, gli sviluppi tecnologici in medicina hanno permesso negli ultimi anni l’adozione di una metodica terapeutica che prevede l’utilizzo di ultrasuoni focalizzati. Sono particolari onde sonore in grado di scatenare diversi effetti biologici sul corpo umano, a seconda dello “spartito” con cui vengono somministrate: se impiegate ad alta intensità possono produrre lesioni mirate, alla stregua di un bisturi (per esempio, nel trattamento dei tremori parkinsoniani), oppure, a bassa intensità, sanno “aprire” la cosiddetta «barriera emato-encefalica». Che cos’è? È una specie di palizzata. Uno steccato prodigioso per tutelare un organo nobile qual è il cervello. Tant’è che consente la diffusione solo di poche, prescelte sostanze.
La Natura, nella sua immensa saggezza, ha congegnato tale dispositivo per impedire a molecole potenzialmente tossiche circolanti nel sangue di fuoriuscire dai vasi e di ledere i vitali neuroni. Il rovescio della medaglia? È che questo rigido sbarramento finisce per ostacolare il mestiere dei medici, perché i farmaci destinati a curare tumori cerebrali e patologie neurodegenerative possono risultare incapaci di varcare il blocco e di giungere a destinazione.
Ma ecco la novità, sorprendente: gli ultrasuoni si sono dimostrati in grado di allargare le maglie di questa compatta rete, al bisogno e in modo altamente selettivo. E potrebbero, in un prossimo domani, agevolare la terapia di svariate condizioni: dai tumori all’Alzheimer. E mica è finita. Gli effetti terapeutici degli ultrasuoni sul cervello possono pure essere amplificati inoculando una soluzione a base di microbolle ingegnerizzate: con la successiva emissione degli ultrasuoni, le microscopiche sfere colpite focalmente dagli ultrasuoni… “danzano”, si agitano, e la vibrazione apre temporaneamente i lucchetti, per così dire, della barriera. Fantamedicina? No: potere del suono.
E ancora: esistono già prove convincenti che nei bambini la formazione musicale aiuta lo sviluppo delle abilità linguistiche, l’elaborazione uditiva e il rendimento scolastico rispetto ai coetanei non addestrati. Segno palmare che la modulazione dei suoni è in grado di agire fisicamente sui processi neurologici (e fisiologici in generale). Un suggestivo lavoro pubblicato nel 2015 dal dottor Samuel Norman-Haignere, neuroscienziato statunitense che studia come il cervello umano percepisce e comprende i suoni naturali (quali la parola e la musica), ha dimostrato l’esistenza di un’area, all’interno della corteccia cerebrale uditiva, che sembra rispondere solamente alla musica e non ad altri stimoli uditivi. Come se le imperscrutabili logiche naturali ben conoscessero a priori il potere biologico di quelle vibrazioni pilotate che l’uomo ha poi chiamato «musica».
E ugualmente acclarato è il fatto che le melodie ci regalano i “brividi” perché innescano un rilascio mirato di dopamina – l’“ormone della felicità” – dal corpo striato, una fondamentale massa di sostanza grigia collocata nella parte profonda di ciascun emisfero cerebrale. È la dimostrazione definitiva che la modulazione del suono, dalle sinfonie ai bagni sonori con le campane tibetane, può davvero grandi cose sui nostri neuroni. E ai pet lover piacerà sapere che la professoressa Leslie A. Lyons, veterinaria dell’Università del Missouri, sostiene come le frequenze sonore delle fusa dei gatti abbassino la pressione sanguigna nell’uomo. Dati alla mano, i proprietari dei mici avrebbero il 40% di rischio in meno di subire un infarto.

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