di Isabella Schiavone
La ricerca dell’equilibrio attraversa molte pratiche orientali: Tai Chi Chuan, meditazione, yoga. Non come idea astratta, ma come esercizio concreto, quotidiano. Nel Tai Chi Chuan questo percorso si sviluppa dentro un sistema di valori che affonda le radici nel taoismo, nel confucianesimo e nel buddhismo. Un sistema che si apprende, innanzitutto, attraverso la pratica e l’esperienza diretta. Studio e teoria fanno da corredo. Come nella mindfulness: l’osservazione dei pensieri, delle sensazioni fisiche e delle emozioni guida il modo in cui ci muoviamo nel mondo.
Uno dei principi fondamentali del Tai Chi Chuan invita alla pratica continua, senza interruzione. È un’indicazione essenziale: l’equilibrio non è una condizione raggiunta una volta per tutte, ma una ricerca costante. Così come, in meditazione, ci si accorge della distrazione, dei pensieri confusi, del rimuginio e, con un atteggiamento gentile verso sé stessi, si ricomincia. Sempre. Più e più volte. Senza giudizio.
Sul tappetino, si attraversa il dolore fisico, lo si accompagna finché si trasforma. E quella trasformazione cambia l’assetto non solo posturale, ma anche emotivo e psicologico. Questa ricerca continua si confronta inevitabilmente con il contesto sociale e lavorativo nel quale viviamo. Non tutte le difficoltà riguardano il piano interiore. Spesso l’attrito nasce dagli ambienti che frequentiamo, dai modelli culturali dominanti, dalle forme di organizzazione sociale basate sulla competizione, sulla produttività continua, sull’individualismo e sul consumo. Sono tratti del neoliberismo su cui il filosofo Byung-Chul Han ha fondato molte delle sue riflessioni. Quando il sistema di valori che pratichiamo entra in contrasto con questi modelli, emergono domande profonde: il modo in cui viviamo è coerente con ciò che sentiamo? Le scelte quotidiane ci fanno stare bene? Il contesto nel quale lavoriamo o viviamo sostiene oppure compromette il nostro equilibrio? Molto spesso queste domande vengono neutralizzate. Si continua a vivere secondo automatismi collettivi e criteri esterni di successo, adattandosi a strutture che finiscono per allontanare le persone da sé stesse.
Anche la pratica, però, può essere catturata dallo stesso sistema che vorrebbe trasformare: meditare per essere più efficienti, allenarsi per controllarsi meglio, cercare equilibrio come forma di ottimizzazione personale. In questo modo si rischia di perdere il senso originario del cammino. Alcuni decidono di cambiare radicalmente vita, salvo poi ritrovare, dopo anni, le stesse dinamiche interiori e relazionali in un ambiente solo apparentemente lontano da quello che avevano lasciato. Altri restano dentro gli stessi contesti, cercando però una diversa postura interiore. Una scelta che talvolta può creare conflittualità interna e far percepire solitudine o estraneità rispetto al mainstream. In entrambi i casi, il punto centrale rimane la coerenza tra il proprio cammino interiore e il modo in cui si agisce, e si interagisce, nella realtà.
La pratica, allora, non coincide con un momento separato della giornata. Non è soltanto meditazione, esercizio o studio. È il tentativo di abitare la vita con centratura, mantenendo un riferimento interiore stabile anche dentro la complessità. Avere un centro significa osservare con lucidità ciò che accade, evitare di danneggiare sé stessi e gli altri, assumersi la responsabilità dei propri pensieri, delle proprie parole, delle proprie azioni. Delle proprie scelte, in definitiva.
Tutto è etica, a ben guardare.
Questo è l’addestramento. Non la ricerca della perfezione, sul tappetino come nella vita, ma una pratica continua di consapevolezza e coerenza. Con un sottofondo costante: la ricerca del bene.
Isabella Schiavone è giornalista, istruttrice di Mindfulness e autrice di «Lavoro tossico» (Nutrimenti Edizioni)

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