di Raffaele Jauffret
C’è un luogo, appena fuori da Varanasi, dove più di duemila anni fa sarebbe cominciata una delle grandi avventure spirituali della storia. Oggi quel luogo entra ufficialmente nel patrimonio dell’umanità. L’UNESCO ha inserito l’antico sito buddhista di Sarnath nella Lista del Patrimonio mondiale, riconoscendo un luogo nel quale archeologia, arte e spiritualità raccontano oltre duemilacinquecento anni di storia.
Sarnath si trova a una dozzina di chilometri da Varanasi, quasi alle spalle della città sacra per eccellenza dell’induismo. Da una parte la città di Shiva, il Gange, i ghat, i pellegrini, i riti della morte e della liberazione; dall’altra il luogo dove un uomo che aveva abbandonato sia la vita principesca sia le mortificazioni degli asceti cominciò a insegnare la Via di mezzo. Due dei più grandi paesaggi spirituali dell’India convivono nello spazio di pochi chilometri.
Per comprendere Sarnath bisogna tornare al momento che la tradizione buddhista considera uno degli eventi fondatori della propria storia. Dopo aver raggiunto l’illuminazione sotto l’albero della Bodhi a Bodh Gaya, Siddhartha Gautama decide di condividere ciò che ha compreso. Pensa allora ai cinque asceti con i quali aveva praticato per lungo tempo: Kaundinya, Aśvajit, Vaspa, Mahanaman e Bhadrika. Erano stati suoi compagni nelle pratiche più severe, ma lo avevano abbandonato quando Siddhartha aveva rinunciato alle mortificazioni estreme scegliendo quella che sarebbe diventata la Via di mezzo.
Il Buddha li raggiunge a Isipatana, l’antico nome di Sarnath. La tradizione racconta che inizialmente i cinque decidono di accoglierlo con freddezza. Ai loro occhi è colui che ha rinunciato all’ascesi. Ma quando lo vedono avvicinarsi qualcosa cambia. Riconoscono in lui una presenza diversa e gli vanno incontro. È qui che il Buddha pronuncia il suo primo insegnamento, quello che la tradizione conosce come la “messa in moto della ruota del Dharma”. Espone la Via di mezzo e le Quattro Nobili Verità.
Da quel momento il Dharma comincia simbolicamente il suo viaggio nel mondo e intorno al Buddha prende forma il primo Sangha, la comunità dei discepoli. Anche i nomi del luogo ne conservano la memoria. Sarnath è stato conosciuto come Isipatana e Rishipatana. Il nome attuale viene ricondotto a Saranganatha, il “Signore dei cervi”, legato alla tradizione del parco nel quale gli animali vivevano protetti. Ma il paesaggio che vediamo oggi racconta la storia di un imperatore che, circa due secoli dopo il Buddha, avrebbe cambiato il destino del buddhismo: Ashoka, l’imperatore che mise in viaggio il Dharma.
Ashoka, terzo sovrano della dinastia Maurya, regnò nel III secolo a.C. su un territorio immenso, esteso su gran parte del subcontinente indiano. La svolta della sua vita viene collegata alla sanguinosa conquista del Kalinga. Le sue stesse iscrizioni ricordano le sofferenze provocate dalla guerra e il rimorso del sovrano. Negli anni successivi il rapporto di Ashoka con il buddhismo divenne sempre più stretto. Se il Buddha aveva messo in moto la ruota del Dharma, Ashoka le diede strade sulle quali viaggiare.
Si potrebbe dire che Ashoka contribuì a “buddhistizzare” l’India, purché si chiarisca il significato di questa espressione. Non convertì l’intero subcontinente e non impose semplicemente il buddhismo come religione di Stato. Le tradizioni brahmaniche, il Jainismo e i numerosi culti locali continuarono a vivere. Lo stesso Dhamma proclamato negli editti imperiali aveva un significato etico che andava oltre l’appartenenza a una singola religione. Ma nessun sovrano prima di lui aveva messo a disposizione del Buddhismo un apparato politico e territoriale di quelle dimensioni.
Ashoka fece incidere i suoi editti sulle rocce e su grandi colonne di pietra, sostenne comunità monastiche e luoghi di pellegrinaggio e contribuì alla monumentalizzazione dei luoghi legati alla vita del Buddha. La tradizione gli attribuisce la costruzione di 84.000 stupa: un numero certamente simbolico, che però restituisce l’idea della vastità dell’opera che la memoria buddhista gli ha attribuito. Secondo la tradizione fece anche aprire gli antichi stupa che custodivano le reliquie del Buddha per redistribuirle in nuovi monumenti. Il corpo simbolico del Maestro veniva così disseminato nello spazio dell’impero.
Sarnath entrò pienamente in questa nuova geografia sacra.
Ashoka vi fece innalzare monumenti e una delle sue celebri colonne. Il capitello con i quattro leoni ritrovato nel sito avrebbe avuto una seconda vita imprevedibile più di duemila anni dopo: sarebbe diventato l’emblema nazionale dell’India indipendente. E la ruota associata ad Ashoka, l’Ashoka Chakra, campeggia oggi al centro della bandiera indiana. Anche il grande Dhamek Stupa conserva la memoria di questa lunga storia. Le sue origini sono collegate all’età Maurya e alla monumentalizzazione dei luoghi buddhisti promossa da Ashoka, mentre la struttura che vediamo oggi è il risultato di interventi e ampliamenti successivi, soprattutto di epoca Gupta. Alto oltre 43 metri e con un diametro di circa 28, domina ancora l’area archeologica di Sarnath.
L’azione di Ashoka non si fermò all’India. I suoi editti mostrano un orizzonte sorprendentemente vasto e ricordano contatti con territori governati dai sovrani ellenistici. Non possiamo trasformare automaticamente questi riferimenti in missioni buddhiste nel senso moderno del termine. Testimoniano però qualcosa di importante: il Dhamma di Ashoka poteva essere pensato oltre i confini del suo impero. È soprattutto la tradizione buddhista a raccontare il passo successivo. Secondo le antiche cronache dello Sri Lanka, in particolare il Dipavamsa e il Mahavamsa, durante il regno di Ashoka furono inviate missioni in diverse regioni. Quella destinata ad avere le conseguenze più profonde raggiunse Sri Lanka.
A guidarla sarebbe stato Mahinda, monaco che la tradizione considera figlio dello stesso Ashoka. Mahinda raggiunse l’isola durante il regno di Devanampiya Tissa. Il celebre incontro con il sovrano viene collocato a Mihintale, non lontano dall’antica capitale Anuradhapura. Il re accolse il nuovo insegnamento e il buddhismo cominciò a mettere radici profonde nell’isola. Poco dopo, sempre secondo la tradizione, arrivò anche Sanghamitta, figlia di Ashoka e monaca buddhista. Portava con sé qualcosa di straordinario: un germoglio dell’albero della Bodhi di Bodh Gaya, sotto il quale Siddhartha aveva raggiunto l’illuminazione. Quel germoglio sarebbe diventato lo Sri Maha Bodhi di Anuradhapura, ancora oggi uno dei luoghi più sacri del buddhismo cingalese.
I particolari delle missioni di Mahinda e Sanghamitta provengono soprattutto dalle cronache buddhiste dello Sri Lanka, messe per iscritto secoli dopo gli avvenimenti. Storia e memoria religiosa qui si sovrappongono. Ma resta il fatto che Sri Lanka divenne uno dei grandi centri della cultura buddhista e avrebbe avuto un ruolo fondamentale nella conservazione e nella trasmissione della tradizione Theravada. Altre fonti buddhiste ricordano missioni verso regioni ancora più lontane, fino alla misteriosa Suvarnabhumi, la “Terra dell’Oro”, la cui localizzazione rimane discussa e che è stata associata a diverse zone del Sud-est asiatico. Ashoka non rese buddhista tutta l’India. Rese possibile a un Buddhismo nato in India di pensarsi oltre l’India.
Sarnath, intanto, continuò a crescere. Non appartiene infatti a una sola epoca. Dopo i Maurya arrivarono altre dinastie, altri monaci, altri benefattori. Stupa, monasteri e templi furono costruiti, ampliati e trasformati. Uno dei momenti più alti arrivò durante l’età Gupta, tra il IV e il VI secolo, quando Sarnath divenne anche uno straordinario centro artistico. Nel Museo archeologico è conservata una delle immagini più celebri dell’arte buddhista indiana: il Buddha di Sarnath, realizzato intorno al 475 d.C. Il Buddha è seduto nella posizione del loto e tiene le mani nella dharmachakramudra, il gesto che rappresenta la messa in moto della ruota del Dharma. Alla base compaiono i primi discepoli, la ruota e due cervi. L’intera storia del primo sermone è condensata in pochi simboli. L’episodio storico passa quasi in secondo piano e ciò che viene rappresentato è un principio universale: la trasmissione del Dharma.
Lo stile elaborato a Sarnath avrebbe a sua volta viaggiato e la sua influenza raggiunse il Sud-est asiatico. Modelli sviluppati qui sono riconoscibili nelle immagini buddhiste del Siam e della Cambogia e, trasformati da altre culture, anche nelle grandi figure del Buddha di Borobudur, a Giava.
E così il cerchio si chiude. A pochi chilometri da Varanasi, dove da millenni i pellegrini raggiungono il Gange e affidano al fiume il rapporto fra vita, morte e liberazione, esiste un altro paesaggio sacro. È nato nello stesso universo geografico e culturale, ma racconta un’altra strada. Varanasi guarda il Gange. Sarnath conserva la memoria di cinque asceti seduti davanti a un uomo appena tornato dall’esperienza dell’illuminazione.

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