Che cosa accade realmente quando ripetiamo un mantra? Nella concezione dello yoga non si tratta di affidarsi al potere suggestivo di una formula. Il Mantra Yoga interviene direttamente sulla struttura della mente, sulla sua dispersione e sui condizionamenti che determinano il nostro modo di pensare, reagire e comportarci. È questa la prospettiva proposta da Swami Niranjanananda Saraswati, successore di Swami Satyananda Saraswati e continuatore e custode della tradizione della Bihar School of Yoga.
«Il mantra è una combinazione di suoni e quando produciamo un mantra, nella mente si creano frequenze, velocità e vibrazione», afferma Swami Niranjanananda nel libro La visione dello Yoga (Edizioni Satyananda Ashram Italia). La parola Mantra significa “strumento per la mente”, si tratta cioè di un potente alleato della nostra mente. Sappiamo che secondo Patanjali uno dei problemi fondamentali dell’essere umano è la dispersione mentale. La nostra attenzione passa incessantemente da un oggetto all’altro, da un pensiero a un altro, da un desiderio a quello successivo, in una continua ricerca di stimoli.
È un’osservazione particolarmente attuale. Gran parte della nostra giornata è occupata dalla ricerca di qualcosa che catturi l’attenzione. Cambia l’oggetto, ma il movimento della mente rimane lo stesso. Il problema, nella prospettiva yogica, non consiste però nel giudicare negativamente desideri e pensieri. Si tratta piuttosto di riconoscere il meccanismo attraverso il quale essi assorbono continuamente l’energia mentale. Il mantra mira a liberare la mente dallo schema di trattenimento che ricerca costantemente e dall’attrazione verso quelle qualità della vita che soddisfano ambizioni e desideri egoistici e mantengono in primo piano l’identità dell’ego. E come ci aiuta? Con il suono.
«La prima impercettibile manifestazione nella creazione è il suono», scrive Swami Niranjanananda nel libro Mantra & Yantra (Yoga Pubblications Trust, Munger) e «il suono è la manifestazione della coscienza e dell’energia nella loro forma più pura». Ovviamente non parla del “rumore”, ma di quel suono più sottile che sono le vibrazioni. Sappiamo che anche la tradizione cristiana esprime il suono nella forma della Parola, come qualcosa di sacro. E, allo stesso modo, Shiva si manifesta nel mondo in forma di suono, di vibrazione. Sappiano che il suono primordiale, fors’anche quello del Big Bang, è rappresentato dalle lettere A-U-M, dall’Om.
Quando il mantra viene ripetuto mantenendo la mente sul suono, l’attenzione possiede finalmente un punto stabile sul quale sostare, ci spiega. Si produce, cioè, una focalizzazione della mente. Ma la dispersione è sempre in agguato. «La dispersione è come aprire le finestre e sentire il flusso dell’aria che fa volare vestiti e carte nella stanza», spiega Niranjan. «Tutto vola nelle stanze della mente, dell’intelligenza e dell’ego. Quando le finestre vengono chiuse, la stabilità arriva automaticamente.» E le finestre sono i mantra. Non si blocca il pensiero – pratica impossibile – ma si riduce la dispersione.
Una volta diminuita la dispersione, le energie della mente cominciano a distribuirsi in maniera più uniforme. Si ristabilisce un equilibrio. E si riduce lo stress mentale. Sappiamo molto bene quanta energia ci sottraggano emozioni, desideri e pensieri. Le loro oscillazioni sono tali per cui è impossibile fermarli. Per questo il mantra è lo strumento per la mente (letteralmente, dunque), cioè quella pratica che ci aiuta a ridurre il potere incombente delle oscillazioni, delle vritti. «Man mano che i movimenti della coscienza diventano più regolari, acquistiamo fiducia, miglioriamo il nostro atteggiamento verso la vita e sentiamo emergere dal profondo una forza interiore», spiega il Maestro.
E cosa accade al termine di tutto ciò? Accade che la nostra percezione si affina, che diventiamo più sensibili. Più empatici, aggiungiamo noi. L’energia vitale si muove più fluida dentro di noi e la nostra vita e le nostre relazioni migliorano. Non si tratta di vivere qualcosa di misterioso o di “mistico”. Una mente costantemente occupata dal proprio rumore interno possiede minore disponibilità per percepire ciò che accade intorno a sé e quando quel rumore diminuisce, aumenta la capacità di osservare. Grazie alle vibrazioni del mantra che – diceva Swami Satyananda – funzionano a prescindere dalla nostra stessa capacità di concentrazione: recitare un mantra con la mente distratta, comunque produce un effetto subliminale. “Funziona” lo stesso.
La frase «il mantra vibra» significa che il mantra è il punto di incontro tra la mente, la struttura mentale e la vibrazione sonora, spiega lo Swami indiano. Il suono, cioè, offre alla mente una struttura stabile, la continuità della pratica riduce la dispersione e la diminuzione della dispersione modifica progressivamente l’equilibrio delle energie mentali.
Nella tradizione della Bihar School of Yoga il mantra acquista quindi un significato molto preciso. Non è musica, non è una formula magica e non è neppure una preghiera. È una pratica attraverso la quale osservare e progressivamente modificare gli schemi della mente. Per questo, osserva Swami Niranjanananda, la provenienza culturale o religiosa di un mantra non rappresenta necessariamente l’aspetto decisivo:
«Non importa a quale tradizione appartengano i mantra. Il fattore fondamentale è osservare come cambiano gli schemi mentali».
La pratica, cioè, deve produrre un’esperienza verificabile nella propria mente e, in definitiva, nella propria vita. Altrimenti nutriamo solo le nostre fantasie.

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