Ho conosciuto la meditazione vipassanā con Corrado Pensa. Ricordo ancora i suoi lunghi silenzi e i suoi commenti ai testi buddhisti e yoga. Questa sensibilità si è calata nella comprensione di un punto di contatto tra la meditazione yoga e la meditazione del buddhismo, con un fine comune, ma con una metafisica opposta.
Questo punto di contatto è dhāraṇā che nella meditazione yoga è un punto di svolta.
Non amo tradurre dhāraṇā con concentrazione, è molto di più. Pensarla come una concentrazione ci riporta al senso cartesiano della meditazione che in India non è proprio quel che significa. Preferisco tradurlo con questi termini gentili che il dizionario Monier Williams ci espone: tenere, portare, indossare, sostenere, raccoglimento comprensione, fermezza, rettitudine.
Il Maestro Corrado Pensa e i miei professore di sanscrito Marco Franceschini, Saverio Marchignoli e Giovanni Ciotti dell’Università di Bologna mi hanno insegnato che la grammatica sanscrita è precisa e libera da ogni interpretazione il vissuto fissato nelle parole. Chi insegna e chi pratica deve avere la responsabilità e la cura di usare le parole giuste per descrivere il luogo dell’esperienza. Ora questo fondamento sembra imprescindibile per i più a causa di una ragione molto precisa, che è questa: praticare davvero la consapevolezza e dunque esercitarla a tutto campo significa avventurarsi in un territorio in larga parte ignoto, anche se ci appare familiare.
Nella meditazione vipassanā la concentrazione è il requisito principale, anche se poi a prevalere è la dimensione dell’osservazione. Nello yoga questo atteggiamento si sviluppa atteaverso dhāraṇā e dhyāna.
Essere concentrati sul momento presente in pratica si traduce nel porre l’attenzione sulle uniche cose che in questo momento esistono realmente: la propria mente e il proprio corpo, con le sue sensazioni.
La qualità degli atti eseguiti nel corso della pratica rispecchia la nostra condizione interiore e mentale. Quando siamo inquieti, agitati, quando ci sentiamo instabili, i nostri gesti inevitabilmente palesano questa condizione nervosa; se siamo invece centrati e in grado di intrattenere una relazione amichevole con le sensazioni che arrivano ai nostri centri nervosi, i nostri muscoli esprimono tale stato. In base alle risposte muscolari agli stimoli esterni, come pure a quanto avviene in noi, abbiamo modo di riconoscere lo stato interiore che a queste risposte corrisponde.
Di fatto, l’apprendimento passa attraverso l’osservazione e l’ascolto di una mente pacificata. Come ci sperimentiamo nei momenti in cui siamo liberi dal moto inquieto della mente? Come questo “essere altro”, questo particolare silenzio, riverbera sul corpo e sull’organizzazione motoria? Come cambia il modo di compiere gesti, il tono muscolare attraverso il quale il gesto prende forma?
Si impara ad ascoltare ascoltando. Si scopre che il nostro ascolto ha diverse gradazioni: quando per esempio è alterato da aspettative o desideri, il nostro ascolto è sterile. Frequentemente si ascolta in modo frettoloso, ritenendo di conoscere già l’evento osservato, e così si rimane in superficie. Quando però l’ascolto arriva in profondità, allora si vede, c’è riconoscimento. E si diviene consapevoli. La consapevolezza porta a un riassetto. E non c’è sforzo di volontà in questo.
Parti del nostro corpo escluse o poco partecipi al movimento o alle posture tornano in gioco, divengono attive. Quando si diventa coscienti dell’intima concatenazione che caratterizza gli eventi corporei, ci apriamo a una visione più ampia, che supera i limiti della percezione ordinaria, inevitabilmente parziale.
Osservazione.
La mente e i cinque sensi sono le porte attraverso cui i vari fenomeni entrano nello spazio vuoto della coscienza. Tali fenomeni vi entrano, rimangono per un po’ di tempo e poi escono. Tutto ciò avviene continuamente, nella nostra vita. Ma siccome durante la meditazione non ci dobbiamo occupare di altro, essa diventa un ottimo esercizio per comprendere meglio la realtà. Di che fenomeni si tratta? Nella coscienza entra di volta in volta tutto ciò che passa attraverso i cinque organi sensoriali – dunque suoni, forme e colori, odori, sensazioni tattili, sapori – o che si forma nella mente, ovvero i pensieri, le emozioni, le percezioni.
Abbandono.
Mentre stiamo seduti, avvengono un sacco di cose: il respiro rallenta, sorgono pensieri, vanno e vengono emozioni, proviamo prurito, sonno, dolore, piacere. Si odono rumori e si avvertono odori. Ma nella meditazione Vipassanā non ci interessa in alcun modo il contenuto di tali sensazioni. Il segreto è rimanere in contatto solamente col sentire in sé, essere consapevoli che stiamo sentendo, avvertiamo la qualità del sentire, ma mantenendoci a debita distanza dai relativi contenuti: la meditazione crea uno spazio. Vuoto.
Il respiro viene usato semplicemente come ancoraggio al momento presente. Altri mezzi di ancoraggio possono essere la posizione del corpo nel suo insieme o l’attenzione verso la parte del corpo che poggia a terra, che fa da sostegno.
La Vipassanā è una delle più antiche tecniche di meditazione dell’India nata dalle pratiche ascetiche yoga che animavano l’India prima della basita del buddhismo. La parola vipassanā (in pāli) o vipaśyanā (in sanscrito) è un termine buddhista che in inglese viene tradotto “insight” e che in italiano può essere reso come “visione profonda” o “vedere le cose in profondità, come realmente sono”. Il Canone Pāli descrive la Vipassanā come una delle due qualità della mente che si sviluppa in bhāvanā, l’addestramento della mente, insieme a samatha (calmare la mente).
La Vipassanā viene generalmente definita come una pratica che cerca “la comprensione della vera natura della realtà”, la quale a sua volta è definita tramite i tre segni dell’esistenza, nella tradizione Theravada:
– anicca (“impermanenza”);
– dukkha (“frustrazione”);
– anattā (“non-sé”).
La psicologia insegna che la madre saggia è colei che cura, sostiene e protegge il suo bambino da una parte, mentre è pronta, d’altro canto, a dargli fiducia. In questo modo, sentendosi rassicurato, il bambino impara a stare volentieri anche da solo e sviluppa interesse per esplorare ciò che non conosce.
A me sembra utile chiedersi quale può essere nel cammino spirituale un equivalente della madre saggia, ossia un qualcosa che, sostenendoci intelligentemente, ci permette di avanzare con fiducia e coraggio. Così sorretta, la consapevolezza potrà osare esplorare, a cominciare dai ‘nodi del cuore’.

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