di Carlo Margheritti
Respiriamo continuamente, senza pensarci. È il primo gesto con il quale entriamo nel mondo e l’ultimo con il quale lo lasciamo. Possiamo restare per giorni senza mangiare, per un tempo molto più breve senza bere, ma bastano pochi minuti senza respirare perché la vita diventi impossibile. Eppure proprio l’aria, la sostanza più indispensabile e più condivisa della nostra esistenza, è diventata una delle principali minacce ambientali alla salute umana.
A ricordarlo è Barbara Bernardini in un interessante articolo pubblicato su Il Tascabile, «Il peso invisibile dell’aria», che ricostruisce la lunga storia del nostro rapporto con l’inquinamento atmosferico. Una storia che comincia almeno nel 1661, quando John Evelyn pubblicò «Fumifugium», denunciando gli effetti del carbone sull’aria di Londra e arrivando a immaginare grandi giardini intorno alla città per restituirle un’aria più salubre.
Da allora sono passati più di tre secoli e mezzo. Abbiamo imparato a misurare l’inquinamento, abbiamo classificato particelle e sostanze tossiche, stabilito limiti e costruito reti di monitoraggio. Ma continuiamo a immettere nell’atmosfera ciò che poi inevitabilmente ritorna dentro di noi. Perché questo è il punto: l’aria non rimane fuori. Le particelle più piccole presenti nell’atmosfera possono penetrare profondamente nell’organismo; le ultrafini possono raggiungere il sangue. Gli studi hanno ormai collegato l’inquinamento non soltanto alle patologie respiratorie e cardiovascolari, ma anche a disturbi del sonno, problemi cognitivi, demenza e condizioni che coinvolgono il nostro equilibrio psicologico.
Ma esiste un’altro fatto da analizzare. Molto prima che conoscessimo PM10, PM2,5 o biossido di azoto, le grandi tradizioni spirituali avevano individuato proprio nel respiro uno degli strumenti fondamentali per aumentare la consapevolezza. Lo Yoga ha sviluppato attraverso il pranayama un sistema estremamente articolato di pratiche che utilizzano il respiro. Nel Buddhismo l’osservazione del respiro costituisce una delle grandi vie della meditazione. Nella tradizione cristiana orientale l’esicasmo ha associato, in alcune forme della pratica, la preghiera e la recita di un “mantra” (la “preghiera del Pellegrino russo”: Κύριε Ἰησοῦ Χριστέ ἐλέησόν, Signore Gesù Cristo, figlio di Dio, abbi pietà di noi) al ritmo della respirazione (Leggi Piccola filocalia della preghiera del cuore e Racconti di un pellegrino russo).
Sono tradizioni profondamente diverse eppure utilizzano tutte lo stesso gesto: respirare. Perché il respiro è il minimo comune denominatore della vita. Non appartiene a una religione. Non appartiene a una filosofia. Non distingue fra credenti e non credenti. Non richiede un’idea di Dio e nemmeno una particolare visione del mondo. Viene prima. Gli animali respirano. Le piante, attraverso processi differenti dai nostri, respirano e scambiano gas con l’ambiente. E possiamo dire, allargando poeticamente lo sguardo, che respirano anche i boschi, i mari, le montagne. Tutto partecipa a un gigantesco movimento di scambio con l’atmosfera. Il respiro è forse il linguaggio più elementare e universale della Vita stessa.
La quotidianità copre questa percezione, ma, se ci pensate, respirando cancelliamo continuamente il confine fra noi e il mondo. L’aria che un istante prima era fuori entra nei polmoni. Attraverso gli scambi respiratori ciò che proviene dall’ambiente partecipa ai processi vitali del nostro organismo. Poi restituiamo qualcosa di noi all’ambiente. Dentro e fuori, fuori e dentro, per tutta la vita.
E allora l’idea che l’essere umano possa considerarsi separato dalla natura comincia ad apparire piuttosto singolare. Possiamo costruire città, abitare al cinquantesimo piano di un grattacielo, attraversare il mondo in aereo, vivere circondati da tecnologia e convincerci che la natura sia qualcosa che comincia fuori dalle nostre città. Ma continuiamo a respirarla. In questo senso acquista particolare forza un pensiero richiamato anche nell’articolo de Il Tascabile: quello di David Abram, che vede nell’atmosfera un elemento capace di mettere in relazione l’essere umano con il mondo “più-che-umano”. Attraverso il respiro il mondo entra letteralmente dentro di noi. Ed è proprio questa relazione che abbiamo cominciato ad avvelenare.
C’è qualcosa di paradossale, quasi di assurdo, nel comportamento dell’uomo contemporaneo. Sappiamo che senza respirare moriamo e contemporaneamente continuiamo a compromettere l’aria che rende possibile la nostra vita. Industria, combustibili fossili, traffico, riscaldamento, agricoltura e allevamento intensivi partecipano, con pesi e modalità differenti, alla produzione degli inquinanti che respiriamo. E la Pianura Padana rappresenta uno degli esempi più evidenti di ciò che accade quando attività industriali, traffico, alta densità abitativa, agricoltura e allevamenti intensivi si sommano a condizioni geografiche poco favorevoli alla dispersione degli inquinanti.
L’uomo sta, letteralmente, contribuendo a rendere meno respirabile il proprio ambiente. È difficile non vedere in questo qualcosa che, utilizzando deliberatamente un linguaggio religioso, potremmo definire “diabolico”. Non nel senso ingenuo di un demonio che interviene dall’esterno della storia umana. La parola greca «diábolos» richiama colui che divide, separa, mette contro. E la vera separazione potrebbe essere proprio quella che abbiamo costruito tra noi e il mondo naturale: l’idea che la Terra sia una cosa e noi un’altra. Come se fosse possibile avvelenare l’una senza avvelenare anche noi stessi.
Possiamo spingere ancora più avanti la metafora. Se esiste oggi qualcosa che possa assumere simbolicamente il ruolo dell’Anticristo, forse non dobbiamo immaginarlo con un volto umano. Potremmo chiamarlo pollution. Non perché l’inquinamento possieda naturalmente una volontà o una natura morale, ma perché rappresenta il risultato visibile – o spesso invisibile – di alcune delle nostre forme più profonde di inconsapevolezza: ignoranza, arroganza, presunzione e soprattutto quella necessità apparentemente insaziabile di possedere, produrre e accumulare.
È difficile non sentire risuonare, dietro tutto questo, l’antichissimo ammonimento evangelico contro l’accumulazione dei “tesori sulla terra”. Il paradosso contemporaneo è ancora più radicale: siamo disposti ad accumulare quei tesori persino quando il prezzo può diventare la qualità dell’aria che respiriamo. Non è necessaria alcuna punizione divina. La conseguenza è già contenuta nell’azione.
C’è inoltre un errore nell’immaginare l’inquinamento come un grande livellatore universale. L’atmosfera non conosce confini politici, ma gli esseri umani non respirano tutti la stessa qualità dell’aria. Le popolazioni economicamente più fragili vivono più frequentemente vicino alle grandi arterie di traffico, alle aree industriali, alle discariche e agli impianti di trattamento dei rifiuti e spesso dispongono di minore accesso agli spazi verdi. Anche le produzioni più inquinanti possono essere trasferite dai Paesi più ricchi verso quelli dove le tutele ambientali e sociali sono minori.
Il respiro diventa allora anche una questione di giustizia. Prima ancora del diritto alla proprietà, alla mobilità, al consumo esiste qualcosa di molto più elementare: il diritto a respirare. Ma forse dovremmo andare ancora oltre. Non esiste soltanto il nostro diritto al respiro. Esiste una respirazione del mondo alla quale apparteniamo.
Ed eccoci nuovamente allo Yoga, al Buddhismo, alla preghiera esicasta. Perché tornare continuamente al respiro? Perché è sempre qui. Perché non possiamo possederlo. Possiamo soltanto riceverlo e restituirlo. Forse è questa una delle lezioni più radicali che il respiro porta con sé. Ogni volta che inspiriamo prendiamo qualcosa dal mondo. Ogni volta che espiriamo restituiamo qualcosa al mondo. Non possiamo accumulare il respiro: se provassimo a trattenerlo indefinitamente, moriremmo. La vita stessa ci obbliga allo scambio.
E forse proprio per questo il respiro è diventato uno strumento di consapevolezza in tradizioni nate a migliaia di chilometri e a secoli di distanza l’una dall’altra. Ci ricorda continuamente che siamo vivi, ma anche che non siamo autosufficienti. Possiamo chiudere una frontiera. Possiamo costruire un muro. Possiamo accumulare denaro, proprietà, oggetti. Possiamo convincerci di essere individui completamente autonomi. Ma non possiamo smettere di scambiare aria con il mondo.
L’articolo di Barbara Bernardini su Il Tascabile parte dalla qualità dell’aria e arriva significativamente alla necessità di ricostruire il nostro rapporto con l’atmosfera: non considerarla qualcosa di invisibile e quindi irrilevante, ma riconoscerne nuovamente la presenza nelle nostre vite. È forse da qui che possiamo fare un ultimo passo.
Lo Yoga ci invita a osservare il respiro. Il Buddhismo ci invita a esserne consapevoli. La tradizione esicasta ha trovato anche nel ritmo del respiro un sostegno alla preghiera. L’ecologia contemporanea ci costringe ad aggiungere una domanda che gli antichi non potevano immaginare nelle dimensioni attuali: che cosa stiamo respirando? Perché cercare la consapevolezza attraverso il respiro e contemporaneamente avvelenare l’atmosfera sarebbe una contraddizione enorme. Il respiro non è soltanto qualcosa che accade dentro di noi. È il punto nel quale noi e il mondo ci incontriamo.

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