Tra le montagne dell’Himalaya, sei sillabe accompagnano da secoli la vita spirituale di milioni di persone. Sono incise sulle rocce, dipinte sulle bandiere di preghiera, custodite nei cilindri che ruotano davanti ai monasteri, ripetute attraverso i grani dei mala. Om Mani Padme Hum è probabilmente il mantra più conosciuto del buddhismo tibetano, eppure il suo significato rimane spesso sconosciuto anche a chi lo recita. La sua origine è legata ad Avalokiteshvara, il bodhisattva della compassione, e a uno degli insegnamenti fondamentali del buddhismo: la possibilità di trasformare la mente attraverso la pratica spirituale.
Il gioiello e il loto
La traduzione più diffusa di Om Mani Padme Hum è «il gioiello nel loto». Mani, il gioiello, rappresenta la compassione, l’intenzione altruistica di alleviare la sofferenza degli esseri viventi. Padme, il loto, rappresenta la saggezza, la capacità di comprendere la natura della realtà e di riconoscere i meccanismi attraverso i quali la mente genera attaccamento e sofferenza.
Il loto possiede un significato particolare nella simbologia buddhista. Affonda le radici nel fango, attraversa l’acqua e si apre alla superficie senza che i suoi petali ne siano contaminati. Allo stesso modo, la saggezza permette di vivere nel mondo e attraversarne le contraddizioni senza esserne interiormente condizionati.
Non tutti gli studiosi concordano sulla traduzione delle parole sanscrite. Alexander Studholme, autore di «The Origins of Oṃ Maṇipadme Hūṃ», pubblicato nel 2002 dalla State University of New York Press, propone una lettura grammaticale nella quale maṇipadme costituisce un’unica espressione, traducibile più propriamente come «nel gioiello-loto». Una differenza che dimostra quanto sia difficile racchiudere il significato di un mantra in una semplice traduzione letterale.
L’insegnamento del Dalai Lama
Il XIV Dalai Lama ha dedicato un insegnamento al significato di Om Mani Padme Hum, nel quale invita a non limitarsi alla ripetizione delle sillabe, ma a comprenderne il contenuto.
«È molto positivo recitare il mantra Om Mani Padme Hum, ma, mentre lo fate, dovreste pensare al suo significato, perché il significato delle sei sillabe è grande e vasto».
Secondo la sua spiegazione, Om è composto dalle tre lettere A, U e M, che rappresentano il corpo, la parola e la mente del praticante, nella loro condizione ordinaria, ma anche il corpo, la parola e la mente purificati di un Buddha. La distinzione è essenziale per comprendere la prospettiva buddhista. L’illuminazione non appartiene a una categoria di esseri privilegiati, diversi dagli altri fin dalla nascita. I Buddha, ricorda il Dalai Lama, sono esseri che attraverso la pratica del sentiero hanno trasformato progressivamente la propria condizione.
Mani indica il metodo, cioè l’intenzione altruistica di raggiungere l’illuminazione per il beneficio di tutti gli esseri. Padme rappresenta la saggezza, soprattutto quella che realizza la vacuità, la comprensione dell’assenza di un’esistenza autonoma e indipendente dei fenomeni. La sillaba conclusiva, Hum, esprime l’indivisibilità di queste due qualità.
Il Dalai Lama conclude il suo insegnamento con un’affermazione che riporta la pratica alla responsabilità individuale:
«Non dovreste ricercare la buddhità fuori da voi stessi; le sostanze per l’ottenimento della buddhità sono all’interno di ciascuno di noi».
È una prospettiva che trova espressione anche nell’Uttaratantra, il Sublime Continuum del Grande Veicolo, attribuito nella tradizione a Maitreya:
«Tutti gli esseri hanno naturalmente la natura di Buddha nel loro continuum».
Il lavoro spirituale consiste dunque nel riconoscere e sviluppare qualità che, secondo questa visione, appartengono già alla natura profonda dell’essere umano.
Sei sillabe, sei perfezioni
Nella tradizione tibetana, le sei sillabe del mantra vengono associate anche alle sei perfezioni, le qualità che il bodhisattva coltiva lungo il proprio cammino.
Om richiama la generosità, la capacità di superare l’avarizia e di orientare la mente verso il beneficio degli altri.
Ma è associata alla moralità, al comportamento che evita di danneggiare gli esseri senzienti.
Ni richiama la pazienza e il progressivo abbandono della rabbia, della gelosia e dell’attaccamento a sé stessi.
Pad, pronunciata anche Pe ( o Be) nella tradizione tibetana, rappresenta lo sforzo entusiastico, l’impegno necessario a superare la pigrizia e a proseguire nella conoscenza.
Me è collegata alla concentrazione, alla capacità di mantenere la mente stabile e libera dalla distrazione.
Hum, infine, rappresenta la saggezza.
Queste associazioni non sono identiche in tutte le interpretazioni tradizionali. Il mantra possiede diversi livelli di lettura e le singole sillabe possono essere collegate anche alle emozioni che il praticante intende trasformare. La ripetizione diventa così un esercizio attraverso il quale richiamare alla coscienza le qualità che si desidera coltivare.
Avalokiteshvara e il voto di liberare tutti gli esseri
Le origini testuali di Om Mani Padme Hum vengono generalmente ricondotte al Kāraṇḍavyūha Sūtra, un testo del Buddhismo Mahayana composto probabilmente tra la fine del IV e l’inizio del V secolo d.C. Alexander Studholme lo identifica come la più antica fonte conosciuta del mantra. Il testo è dedicato ad Avalokiteshvara, il bodhisattva che incarna la compassione di tutti i Buddha. La sua figura occupa un posto centrale nella spiritualità tibetana, dove è conosciuto come Chenrezig.
Secondo una delle narrazioni tradizionali, Avalokiteshvara fece voto di non interrompere la propria opera fino alla liberazione di tutti gli esseri dalla sofferenza e di fronte all’immensità di questo compito, il suo corpo si frantumò. Il Buddha Amitābha (il Buddha della Luce Infinita, ndr) lo ricostituì allora dotandolo di mille braccia, ciascuna provvista di un occhio nel palmo della mano. L’immagine esprime una concezione precisa della compassione: l’occhio rappresenta la capacità di vedere e comprendere la sofferenza, mentre la mano indica la possibilità di intervenire per alleviarla. La compassione richiede dunque consapevolezza e azione, comprensione e responsabilità. Questa iconografia ha attraversato i secoli e continua a essere presente nei monasteri, nelle thangka e nelle rappresentazioni sacre del Buddhismo himalayano.
Il mantra come pratica della mente
La parola sanscrita mantra significa strumento della mente. Il mantra può essere pronunciato ad alta voce, sussurrato oppure ripetuto mentalmente. Molti praticanti utilizzano un mala di 108 grani, facendo scorrere un grano a ogni ripetizione. Altri recitano il mantra per un numero inferiore di volte, per esempio 12, 21 o 27, secondo le indicazioni ricevute dai propri insegnanti. L’intenzione ha un ruolo fondamentale: in particolare, la recitazione di Om Mani Padme Hum viene tradizionalmente dedicata al beneficio di tutti gli esseri viventi. La ripetizione offre inoltre un riferimento stabile all’attenzione. Quando la mente si distrae, il praticante ritorna alle sillabe, ristabilendo la continuità della concentrazione.
Un mantra inciso nel paesaggio
Chi attraversa le regioni himalayane incontra Om Mani Padme Hum quasi ovunque. Le sei sillabe compaiono sulle pietre votive, sui muri di preghiera, sulle bandiere colorate e sulle ruote cilindriche disposte lungo i percorsi dei pellegrini. Le ruote di preghiera custodiscono al loro interno rotoli sui quali il mantra è riprodotto numerose volte. Nella tradizione tibetana, farle ruotare in senso orario costituisce una pratica devozionale associata alla diffusione dei benefici della recitazione.
Le bandiere di preghiera, esposte al vento, esprimono un’intenzione analoga: affidare simbolicamente agli elementi naturali parole e auspici di pace e compassione. Queste forme di devozione testimoniano quanto il mantra sia entrato nella vita quotidiana delle comunità buddhiste.
La compassione come responsabilità
Om Mani Padme Hum appartiene alla tradizione buddhista, pur condividendo la sillaba iniziale Om con altre correnti spirituali dell’India. La sua diffusione al di fuori del mondo tibetano ha permesso a molte persone di avvicinarsi alla pratica, talvolta attraverso la meditazione e lo Yoga. Questo incontro tra culture pone però una questione importante: un mantra può diventare un suono familiare senza che se ne conoscano le origini, il significato o la funzione. Può essere ripetuto per favorire la concentrazione, utilizzato come accompagnamento musicale o persino ridotto a elemento decorativo.
La sua tradizione di appartenenza invita invece a considerare il rapporto tra la pratica e il comportamento. La generosità, l’etica, la pazienza, la perseveranza, la concentrazione e la saggezza devono trovare espressione anche nelle relazioni e nelle scelte quotidiane. Om Mani Padme Hum conserva così una dimensione che va oltre la recitazione. Il suo insegnamento riguarda la possibilità di modificare il rapporto con la sofferenza attraverso la conoscenza della propria mente e la responsabilità verso gli altri esseri.

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Tra le montagne dell’Himalaya, sei sillabe accompagnano da secoli la vita spirituale di milioni di buddhisti: «Om Mani Padme Hum» è il mantra della compassione, legato ad Avalokiteshvara, il bodhisattva che ha fatto voto di liberare tutti gli esseri dalla sofferenza. Ma qual è il suo autentico significato? Attraverso gli insegnamenti del Dalai Lama, le fonti antiche e le interpretazioni della tradizione tibetana, scopriamo come queste sei sillabe racchiudano un percorso di trasformazione della mente, nel quale compassione e saggezza diventano inseparabili
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