Molte scuole tamil sostengono che il Kriya Yoga, reso famoso da Yogananda, abbia radici nel “Siddha Yoga” tamil, cioè nelle antiche pratiche di respirazione e trasmutazione energetica dei siddhar. Quindi, Babaji avrebbe unito la sapienza del Sud India (Tamil Siddhar Yoga) con la via meditativa dell’Himalaya (Raja Yoga) per creare un metodo universale di realizzazione spirituale: il Kriya Yoga.
Diverse fonti indicano che Babaji Nagaraj nacque nel Tamil Nadu, probabilmente nella zona di Parangipettai (Porto Novo) o nei dintorni di Chidambaram, un antico centro spirituale dedicato a Shiva Nataraja. Il suo nome Nagaraj in tamil (நாகராஜ்) significa «Re dei serpenti», simbolo della kundalini, l’energia spirituale latente alla base della spina dorsale. Questo già collega Babaji alla tradizione tantrica e yogica del sud dell’India, dove la conoscenza della kundalini e del siddha yoga era molto sviluppata.
Il Tamil Nadu è la culla della tradizione dei Siddhar (சித்தர்கள்) — antichi yogi e mistici che praticavano la trasformazione del corpo e della coscienza per raggiungere l’immortalità (siddhi). Babaji è considerato da molti un Siddhar supremo, appartenente a questa stessa linea. Si dice che abbia appreso gli insegnamenti dai maestri siddhar come Agastya (அகத்தியர்) e Boganathar (போகநாதர்). Alcune tradizioni lo identificano addirittura come la reincarnazione o la continuazione spirituale di Boganathar, che visse tra Tamil Nadu e l’Himalaya. Per i Tamil devoti, Babaji non è solo una figura himalayana, ma anche una manifestazione della saggezza tamil che ha raggiunto il mondo. Molti lo considerano «il ponte tra il Sud sacro (Tamilagam) e il Nord sacro (Himalaya)».
I Siddhar (சித்தர்) erano saggi, alchimisti e yogi che vissero in Tamil Nadu, spesso tra le montagne e le grotte (soprattutto nei Ghati occidentali). Scrissero i loro insegnamenti in versi poetici in lingua tamil, raccolti in manoscritti chiamati Siddhar Padalgal (poemi dei Siddhar). Tra i più celebri ci sono: Agastya (அகத்தியர்), Boganathar (போகநாதர்), Thirumoolar (திருமூலர்), Karuvurar, Konganar, Korakkar, e altri.
Siddhar Boganathar (anche chiamato Bhoganathar o Bogan Siddhar) è la figura chiave che collega il Sud Tamil con l’Himalaya. Secondo la tradizione: Boganathar fu il maestro diretto di Babaji Nagaraj, lo iniziò al Kriya Yoga e alla scienza del corpo di luce (kaya siddhi). In alcuni testi, Boganathar racconta di aver «trasferito la propria coscienza» in Babaji, facendone una forma immortale destinata a rimanere sulla Terra per aiutare gli esseri umani. Lo studio dei versi rivela che Babaji riunisce le scienze dei Siddhar in una formula semplice ma completa: «Controlla il respiro, calma la mente, risveglia la luce, vivi nella Grazia». È la stessa sequenza descritta nei versi tamil antichi, ma resa universale: non più limitata a una lingua, una casta o una religione, ma per ogni essere umano che desidera la libertà interiore.
Il termine «Nagaraja» deriva dal sanscrito: nāga = serpente (o divinità-serpente) e rāja = re. Quindi «Re dei Nāga». Nella mitologia hindu, i Nāga sono una razza semi-divina, mezzo umana e mezzo serpente, che vivono nei mondi sotterranei (Patala) o nelle acque e occasionalmente assumono forma umana. I Nāga sono oggetto di venerazione in diverse regioni dell’India, specialmente nel sud (Kerala, Tamil Nadu), dove ci sono templi dedicati al Nagaraja. Questa figura del serpente rappresenta anche l’energia dormiente, la risalita della kundalinī, la trasformazione interiore, Nāgarāja rappresenta colui che domina il potere dei Nāga, ovvero il maestro della forza vitale universale. Śiva è il Nagaraja supremo, il “Signore delle energie serpentine”, che può distruggere, trasformare o risvegliare la coscienza.
Forse la leggenda di Babaji Nagaraj non va letta come cronaca storica, ma come allegoria interiore del risveglio spirituale e della trasformazione della coscienza. Il nome Nagaraj (Re dei Nāga) è la chiave di tutto nella simbologia indiana, i Nāga non sono semplici serpenti, ma forze sottili di energia cosmica, che vivono dentro la Terra e dentro l’uomo. Il più importante di tutti è la Kundalinī-Śakti, l’energia dormiente arrotolata alla base della colonna vertebrale, rappresentata come un serpente addormentato: «Nagaraj» rappresenta colui che domina i Nāga, cioè chi ha risvegliato e trasceso la forza della kundalinī.
La leggenda dice che Babaji nacque in un piccolo villaggio del Sud India e fu venduto come schiavo. Nel linguaggio simbolico questo rappresenta la coscienza divina che scende nel mondo materiale, “venduta” ai sensi e alle limitazioni del corpo e della mente. Il giovane Nagaraj cresce nel mondo, ma sente che non appartiene a esso, il richiamo verso l’Assoluto è più forte. Questa fase rappresenta la nostalgia dell’anima per la propria origine divina.
Il viaggio verso l’Himalaya è il simbolo dell’ascesa interiore: dal corpo verso la mente, dalla mente verso lo spirito. Nell’uomo, l’«Himalaya» è il punto più alto della coscienza, la vetta dell’essere dove si manifesta il Divino. Lì, Nagaraj incontra il suo maestro Boganathar (che rappresenta la Saggezza cosmica o l’intelletto superiore), il quale gli insegna come trasformare la forza serpentina in luce attraverso la disciplina dello Yoga.
In tutte le scuole tantriche e yogiche di matrice shivaita, il serpente rappresenta la Kundalinī, l’energia latente nell’essere umano, nel corpo umano, detta anche śeṣa-nāga, arrotolata tre volte e mezza nel Mūlādhāra chakra. Quando è risvegliata, risale attraverso la Suṣumṇā-nāḍī (il canale centrale della colonna vertebrale) fino a fondersi con Śiva al vertice della testa (Sahasrāra). In questo processo, il praticante diventa simbolicamente Nāgarāja, perché «regna sul proprio serpente interiore», cioè sulla propria energia e mente.
Dopo lunghi anni di meditazione, Nagaraj realizza l’unione perfetta della Śakti (energia) e di Śiva (coscienza pura). Nel simbolismo yogico, ciò avviene quando la Kundalinī sale attraverso i centri energetici (chakra) e si fonde con la coscienza al vertice del capo (sahasrāra, il settimo chakra, ndr), a questo punto l’energia del serpente (Nāga) non è più un potere istintivo o materiale: diventa fuoco divino, luce immortale, conoscenza assoluta. Qui Nagaraj si trasforma in Babaji, il “Padre Divino”, simbolo della coscienza risvegliata che ha trasceso la morte e la materia. Come Mahavatar, Babaji non è più una persona, ma un principio universale: la Presenza eterna che guida ogni aspirante verso la propria divinità interiore. Per questo si dice che Babaji è immortale, non perché viva fisicamente da duemila anni, ma perché rappresenta l’eterno risveglio del Sé in ogni essere umano.
In questa visione, Babaji Nagaraj non è solo un maestro del passato, ma un archetipo universale: il simbolo dell’essere umano che diventa divino attraverso la padronanza delle proprie energie interiori e la realizzazione del Sé. La storia di Babaji Nagaraj è quindi una mappa interiore: ogni essere umano porta dentro di sé il “serpente” della Kundalinī, e attraverso la disciplina, la meditazione e l’amore, può risvegliarlo e trasformarsi da “Nagaraj” (signore dell’energia) in “Babaji” (Padre divino, coscienza liberata).
Nel linguaggio dello Śivaismo, “Nagaraj” non indica solo una figura mitica, ma uno stato di coscienza: il dominio consapevole della forza vitale (Nāga) da parte della coscienza divina (Śiva), per questo che Babaji Nagaraj è considerato non solo un maestro umano, ma una manifestazione della coscienza shivaita universale, la stessa energia che danza nella Kundalinī e sostiene l’universo.

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