
Quando Swami Sivananda parlava di servizio, non lo faceva mai come di un sacrificio. «Servire è amore in azione», diceva, con una semplicità che rendeva la frase difficile da contestare. Nato nel 1887 con il nome di Kuppuswamy in una famiglia bramina nel Tamil Nadu, visse due vite, quella di medico di successo e quella di grande santo. In realtà, furono entrambe guidate dallo stesso impulso: alleviare la sofferenza umana. Prima di diventare uno dei più influenti Yogi del Novecento, Sivananda fu un medico brillante. Dopo gli studi, si trasferì in Malesia, dove migliaia di lavoratori indiani vivevano in condizioni dure, spesso invisibili all’amministrazione coloniale. Come direttore di un ospedale locale, trascorreva le giornate curando chi non poteva permettersi cure. La sua reputazione non nacque soltanto dal fatto che visitasse gratuitamente i poveri, ma da un gesto ancora più raro: spesso li rimandava a casa con il denaro necessario a compensare il lavoro perso durante il viaggio. In un sistema costruito sull’efficienza e sul profitto, il suo modo di praticare la medicina appariva quasi sovversivo.
Tuttavia, nonostante il successo professionale, Sivananda avvertiva un’inquietudine persistente. Oltre la carriera e il riconoscimento, intravedeva qualcosa di più stabile e profondo: una felicità non soggetta al tempo. La sofferenza mentale che osservava nei suoi pazienti lo colpiva quanto quella fisica. Fu attraverso lo studio della filosofia Vedānta che iniziò a intravedere una risposta più ampia alla domanda che lo accompagnava fin da giovane: quale fosse, davvero, lo scopo della vita. Era il 1923 quando decise di abbandonare la professione medica e si mise in cammino verso l’India. Nel 1924, dopo mesi di viaggio, Kuppuswamy arrivò a Rishikesh. La città, adagiata lungo una curva quieta del Gange e protetta dall’ombra dell’Himalaya, era già allora una delle capitali spirituali dell’India: un luogo in cui la rinuncia non appariva come una perdita, ma come una forma alternativa di precisione. Fu lì che incontrò Swami Vishwananda. Il maestro, si racconta, lo osservò a lungo prima di parlare, come se stesse valutando non tanto l’uomo quanto il silenzio che lo circondava. Lo riconobbe subito come un’anima pronta alla rinuncia e lo iniziò alla vita monastica, conferendogli un nuovo nome: Swami Sivananda Saraswati. Con quel gesto, Kuppuswamy cessò di appartenere al mondo che aveva conosciuto fino a quel momento.
Un aneddoto, tramandato con la sobrietà tipica delle storie vere, racconta che il giorno dell’iniziazione Vishwananda gli chiese di abbandonare ogni possesso. Sivananda consegnò i suoi pochi averi: una veste, alcuni oggetti personali, e un piccolo libro di medicina, ormai consunto. Il maestro lo prese tra le mani, sorrise appena e disse: «Ora inizia la vera cura, quella dell’anima». Non fu un rimprovero alla scienza, ma un ampliamento del suo raggio d’azione.
Dopo l’iniziazione, Sivananda visse in una capanna di paglia, essenziale persino per gli standard ascetici dell’epoca. Si sottopose a voti severi di disciplina, digiuno e silenzio, scandendo le giornate tra lunghe meditazioni sulle rive del Gange e il servizio agli ammalati. Si nutriva di frutta e riso, dormiva poco, parlava meno. Continuò a curare chiunque avesse bisogno, senza distinzione di casta o religione, come aveva fatto da medico, ma ora senza strumenti, senza diagnosi scritte, senza parcelle. In quel periodo, la sua vita sembrava ridursi all’essenziale, ma in realtà stava assumendo una forma più ampia. La dimora fragile, il corpo disciplinato, il silenzio prolungato: tutto concorreva a un unico scopo, quello di comprendere la sofferenza non solo come evento fisico, ma come condizione umana condivisa. Era una medicina diversa, praticata senza manuali, ma con una precisione altrettanto rigorosa.
A Rishikesh, sulle rive del Gange, fondò la Divine Life Society e sviluppò il suo Yoga Integrale, un approccio inclusivo che integrava karma yoga, bhakti, jñāna e rāja yoga. Non un sistema nuovo, ma una composizione armonica di tradizioni antiche. Questo metodo, accessibile e pragmatico, avrebbe influenzato profondamente lo yoga praticato in Occidente.
Sivananda non fu un maestro geloso dei propri insegnamenti. Nel 1957 disse a uno dei suoi discepoli più vicini, Swami Vishnudevananda: «Vai in Occidente. La gente ti aspetta». Fu un ordine semplice, quasi profetico, che contribuì in modo decisivo alla diffusione globale dello yoga classico. La stessa cosa la fece con un altro suo discepolo, Swami Satchidananda, lo swami che aprì il festival di Woodstock, e con Swami Satyananda, che sarebbe diventato noto anche come “il Cristo dell’India”.
Se il servizio fu il suo primo linguaggio, la scrittura fu il secondo. Sivananda credeva che la parola scritta avesse una durata superiore a quella pronunciata. Scrisse più di duecento libri, tutti in inglese, convinto che la conoscenza fosse il dono più grande che si potesse offrire. Dai temi pratici della salute e della disciplina quotidiana alle più sottili questioni metafisiche, i suoi testi erano diretti, privi di ornamenti inutili, pensati per essere letti e usati. E pensava che il male esiste solo agli occhi di chi vede il male. Le sue “parole d’ordine” erano:
«Be Good, Do Good», «Sii buono, fai del bene»
«Serve, love, Give, Purify, Meditate, Realize», e cioè«Servi, Ama, Dona, Purifica, Medita, Realizza».
Swami Sivananda morì nel 1963. Nei giorni che precedettero la sua fine, il suo mahasamadhi, cioè l’uscita cosciente dal corpo, egli non smise mai di dare felicità. «Nella salute e nella malattia, i modi gentili e la naturale gentilezza di Sivananda non subirono cambiamenti» scrive il suo assistente Sri Swami Venkatesananda nel libro Gurudev Sivananda: «Tutti coloro che si rivolsero a lui durante la sua ultima malattia provarono il suo irresistibile amore come sempre». Svela ancora lo swami nel suo libro: «Gurudev cominciò a tremare e ad avere la febbre. Il respiro si fece più affannoso. Prese due o tre cucchiai di Horlicks e verso le 15:00 chiese dell’acqua. Come di consueto, i discepoli volevano dargli acqua d’orzo o acqua di jeera (cumino), ma lui desiderava l’acqua del Gange, pura e semplice. L’acqua fu portata. Sri Gurudev, che aveva avuto difficoltà a ingerire la minima quantità di solido o liquido, tracannò mezzo bicchiere d’acqua del Gange senza apparente difficoltà. E con ciò, l’Essere che era Sivananda depose la Sua veste mortale. Erano ormai le 23:15. Il momento scelto da Gurudev per fondersi con il Supremo si rivelò un sacro Muhurta di estremo auspicio. Presentava una posizione planetaria elevata sull’ultimo limite dell’Uttarayana (il Sentiero del Nord) e poco prima dell’inizio del Dakshinayana (il Sentiero del Sud). Un esperto orologiaio, che era anche un abile astrologo, aveva menzionato solo la mattina di quella fatidica domenica che verso mezzanotte si sarebbe verificata una congiunzione planetaria così impareggiabile e propizia che qualsiasi Yogi che si stesse preparando a partire non avrebbe mai voluto perderla. La previsione si rivelò corretta e Sivananda scelse il momento».
Sivananda disse: «C’è qualcosa di buono in tutti gli insuccessi apparenti. Non ti è dato vederli ora. Il tempo li rivelerà. Sii paziente». Il grande contributo che Sivananda «ha apportato al benessere dell’uomo è il suo vangelo del positivismo. Egli è totalmente positivo», scriveva Venkatesananda. E precisava: «La sua vita movimentata e fruttuosa ha ampiamente rivelato che l’intelligente distrazione e la corretta canalizzazione delle energie fisiche, mentali, morali, psichiche e spirituali dell’uomo possono rendere illimitate le sue possibilità di successo». La sua più grande eredità per lo Yoga è in questa frase: «Servire gli altri è il modo più rapido per realizzare Dio. Quando ami tutti, Dio dimora in te».
«Serve, love, give, purify, meditate, realize», il mantra di Swami Sivananda nel kirtan recitato nell'ashram di Rikhiapeet con Swami Satsangi.
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