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  • Immagine del redattoreRiccardo Serventi Longhi

Shhh... Parla il silenzio!

È così strano parlare di silenzio, scrivere parole per provare a descrivere la maestosità e il potere della loro assenza. Per qualcuno il silenzio è una passeggiata in campagna. Per altri una buona lettura o l’assenza dei vicini del piano di sopra. Un cielo limpido, la luna sul mare. Uno spazio senza rumori. Ricercato, agognato.

Per altri è fonte di disagio, di tristezza, qualcosa di non gradito. Alcuni lasciano il chiasso cittadino per dirigersi verso luoghi il più possibile ammantati di quiete, appunto, silenziosa. Altri amano il via vai cittadino al punto tale da non riuscire nemmeno a prender sonno se si trovano a trascorrere la notte in un luogo isolato, privo di impulsi sonori, anche fosse soltanto il grido lontano di un antifurto o lo sbuffo di un autobus che riparte dopo la sua fermata. C’è chi lo ama e chi ne rifugge la presenza.


Ma non è questo il silenzio di cui parlo. Non qualcosa che non accade fuori, bensì qualcosa che ci abita come un inquilino sconosciuto. Il silenzio interiore. Nel tempo ho imparato ad amarlo. Non è stato sempre così. Ci vuole accoglienza, apertura, curiosità e gratitudine per lasciar affiorare qualcosa in cui non è segnato alcun disegno conosciuto di noi stessi a noi stessi. Ho scoperto che nel silenzio non c’è rischio di perdersi, come in cielo o in mare la strada non è segnata, non puoi “sbagliare”. Dove non c’è solco, c’è creatività e, ripartendo da una visione più ampia, appare la possibilità di tracciare una nuova rotta mai seguita. La nostra.


Il silenzio è qualcosa da cui scappiamo con facilità nei modi più impensabili. Coscienti o meno.  Lo interrompiamo ancor prima che possa esprimersi nel suo bussare. A volte facciamo finta di non sentire il suo “toc toc” risvegliando un’improvvisa necessità impellente, un acquisto inutile, un film visto distrattamente, un alimento ingerito velocemente (l’apertura del frigo e l’accensione della televisione sono modalità così comuni per lenire il silenzio).

Il pettegolezzo, la smania di attività fisica, il continuo competere su tutto, i weekend affollati di impegni, le vacanze che non prendiamo, quelle che prendiamo senza accorgerci di non essere lì, ma nel caos delle immagini compulsive sui social, il dito che scivola per ore al giorno sullo schermo dello smartphone, sono solo alcune delle modalità con cui cerchiamo di accantonare una risorsa che, se sperimentata, può rivoluzionare la nostra vita.


Il silenzio è pace interiore. Assenza di conflitto. E chi di noi ammetterebbe mai di amare il conflitto? Figuriamoci! Siamo in guerra continuamente senza nemmeno accorgercene. Sono profondamente grato a chi mi consigliò di risolvere, in brevissimo tempo, le controversie esteriori. A non lasciare “sospesi” in giro perché subdolamente creano turbolenze interiori.


Ascoltiamo con orrore i notiziari che descrivono la situazione sul nostro pianeta, e rabbrividiamo alle scene di guerra che si manifestano con tanta violenza ovunque, senza comprendere che l’esterno è solo una espressione dell’interno. Il macrocosmo corrisponde al microcosmo. Finché non si affievoliscono fino a spegnersi le battaglie interiori, il risultato sarà sempre un campo minato auto-creato e auto-nutrito su cui camminiamo esplodendo.


Nello yoga, osservare questi ordigni e disinnescarli, è la pratica di Ahimsa. Per vivere questa consapevolezza occorre lasciarsi attraversare dal silenzio. Dall’assenza di chiacchiere interiori. Il silenzio è arrendersi nel cuore. Eppure la nostra mente è come se temesse la condizione di resa, come se non riuscisse a sentirsi viva, essenziale, senza il borbottio della compensazione perenne («tu mi hai fatto questo», «quello dice che», «non riesco a...», «se prima non», «governo ladro», «mi serve questo», «non voglio quello», etc…).


Dov’è la pace che diciamo di amare? Dov’è il silenzio, se mentre passeggiamo nel bosco ce l’abbiamo con un lontano cugino, con l’amministratore di condominio o con il vicino di casa, e questo colorerà di rancore il nostro incedere e l’incontro col prossimo interlocutore? Possiamo provare a sopprimere i rumori, non faremo altro che crearne altri. Il problema non è mai il rumore esterno. Da quello possiamo allontanarci con facilità. Il silenzio non è star zitti mentre il pensiero freme, giudica e separa costantemente.


Al termine di un incontro di yoga una praticante unitasi al gruppo da poco, e quindi in una fase meravigliosa di totale scoperta priva di aspettativa, mi ha confidato che nella fase finale della sessione, quando si entra nell’accoglienza immobile dello stato meditativo, o comunque di una condizione profonda di rappacificazione e integrazione, aveva provato una sensazione che mai prima di allora aveva percepito, di unione con tutti i presenti. Una condizione che ha descritto come di “profonda amicizia” con persone che neanche conosceva. Il senso dell’ego, Ahamkara (che poi è una delle cause della nostra sofferenza), si era così attenuato, nel silenzio dal chiacchiericcio abituale, da lasciar crollare i propri dictat sull’accettazione dell’altro, sull’illusione della separazione, sul giudizio, aprendo il cuore all’abbraccio incondizionato.

Il silenzio unisce. Siamo amici e non lo sapevamo.


Il silenzio è un atto rivoluzionario che aiuta a non ripetersi. A cambiare. A smettere di tradire il nostro mandato “divino”. C’è qualcosa di immenso che accade attraverso di noi in ogni istante, che non riusciamo a sentire perché soffocato dal rumore del non accorgersi e della distrazione. Eppure questo “immenso” è lì che non aspetta altro che emergere.


La vita che ci attraversa è un miracolo silenzioso. Lao Tzu diceva: «Fa molto più rumore un albero che cade di un’intera foresta che cresce». Credo che siamo nati per un motivo straordinario, per assolvere il nostro mandato, tutti. Un compito da riscoprire e da portare a termine così bello, luminoso, che di vita in vita, o solo in questa, nonostante i fallimenti apparenti, le difficoltà, etc, tentiamo di comprendere e manifestare, ma inciampiamo nel frastuono degli automatismi che annebbia il sentiero. Siamo nati per brillare e viviamo per guarire. Ma la guarigione riguarda qualcosa che dovremmo smettere di interrompere, piuttosto che cercarla, per lasciarla accadere. Avviene da sola se la lasciamo fare. Ecco, il silenzio ripristina uno stato di armonia dopo una condizione di movimento e di trasformazione, per mostrarci se la rotta che seguiamo è quella giusta per noi. È una condizione naturale da cui ripartire e a cui lasciarci approdare costantemente.


Il silenzio è una conseguenza, è ciò che accade quando si ritira lo stimolo che proviene dall’impatto con l’esterno e che accende i mille “risuonatori” interiori collegati a quello stimolo: Pratyahara. Lo Yoga ci ricorda esattamente questo: quando il flusso mentale si acquieta completamente, si manifesta il Sé. Altrimenti siamo chiasso. Confusione. Identificazione. Ripetizione. Non c’è alternativa.


Tutto nasce dal silenzio. Il silenzio rivela, ma non un silenzio imposto, come un dogma, come una regola da rispettare. Non può funzionare cosi. Non possiamo costringerci al silenzio, non faremo altro che scatenare una serie di urli interiori soffocati alla meglio. Il silenzio è un germoglio che manifesta la sua presenza quando creiamo nel terreno della nostra esperienza, le condizioni per il suo sbocciare, imparando a dirigere la nostra mente verso una direzione interiore, alta, ad abbandonare le resistenze, ad offrirci come un dono che abbiamo ricevuto e condividiamo.


Il silenzio è come osservare il piatto quando il cibo è terminato. Non appare più nulla, ma tu sei nutrito. Pieno abbracciando il vuoto. È una condizione di accoglienza viva.

Il silenzio è ovunque, sostanza primordiale. Ingrediente universale. Noi lo cerchiamo come chi si avvicina ad occhi chiusi o al buio a qualcosa e, nell'incontro con un oggetto, lo perlustra con il tatto per verificarne la forma, per rendersi conto della presenza, ma ciò che viene toccato, c’era a prescindere dalla nostra esperienza.


Siamo abbracciati dal silenzio ma, nel frastuono interiore, ci divincoliamo dal suo accoglierci, per poi ricercarlo come un balsamo per lenire la fatica della corsa all’ottenere. È come una storia d'amore che ci sfugge perché pensiamo che l'innamoramento iniziale sia tutto, piuttosto che il cammino che si manifesta insieme nel procedere. Il silenzio ha bisogno di tempo e attenzione per rivelarsi. È’ un processo d’Amore.


È presente nel disagio, nella malattia, nella sofferenza, come nelle esperienze più leggere e gioiose. Ne è l’occhio, come in un ciclone la quiete. Possiamo trovarlo dentro un sorriso o nel centro della nostra ferita più antica.

È un onda che spazza via i pensieri e nel ritirarsi lascia sulla battigia della coscienza, l'essenza del cuore. domanda e risposta non sono più due principi separati, divengono uno.

È uno spazio sacro. Nel silenzio si manifesta lo spirito. L'anima non urla. Il silenzio è Uno.  Stato di purezza. È l’altare dello Spirito. Il grande maestro indiano Paramhansa Yogananda chiamava il silenzio «Padre Cosmico»: «Dove il movimento cessa, comincia Dio». Non è uno stato che si crea aggiungendo, è un ritorno alla natura originale del sé, alla forma originale, alla Sorgente.

È necessario togliere gli strati inutili che lo nascondono. È come il gioco dello Shanghai giocato sopra uno specchio. È allentare la presa della mente per lasciar scivolare via i bastoncini dei pensieri dal groviglio iniziale, e poi, senza scossoni o forzature, osservare il loro sciogliersi nelle mani sapienti del respiro, dell’abbandono e della devozione, uno ad uno, fino a liberare il piano che li sosteneva, per trovarci, infine a scoprire chi siamo.

Possiamo vivere tutta la vita scappando dalle nostre paure, dai dubbi, dagli entusiasmi, dalle domande, o imparare a vedere e ascoltare le loro voci nascoste nel silenzio, per poterne comprenderne e amarne la presenza e il significato.

Nel silenzio impariamo a stare con tutto. Nel Tutto.



Il silenzio di un lago. (Foto di Steve Smith da Pixabay).

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