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  • Immagine del redattoreRiccardo Serventi Longhi

Chi ha paura del Guru?

Aggiornamento: 9 mag 2022

Ero scettico. Finché ho capito che era un dono. E qui vi spiego perché


C’è stato un tempo in cui il termine «guru» mi faceva sorridere. Mi riportava alle immagini esilaranti di un vecchio film con Alberto Sordi dove il protagonista, nel ruolo di un razionalissimo giornalista, smitizzava e smascherava i falsi miracoli di sedicenti santoni e saltimbanchi, anche se nel prosieguo della storia i toni cambiavano profondamente fino a un finale profondo nella sua leggerezza.

La parola guru è formata da due sillabe, «Gu» e «Ru». La prima indica l’oscurità, la seconda indica il suo opposto, la luce. Colui che porta luce nel buio. Che conduce dal buio alla luce.

Questo termine ha diversi livelli di utilizzo in India: dall’insegnante che a scuola accompagna gli allievi alla conoscenza attraverso l’istruzione, ai genitori che aiutano nell’indicare, volontariamente o con le loro azioni, parole e pensieri, possibili scelte; dalla vera e propria guida spirituale che ha percorso già il cammino e può quindi mostrare la direzione, fino alla guida interiore intesa come «voce che sussurra». Insomma, come un esperto del luogo in cui abbiamo scelto di vivere una vacanza dalla mente alla riscoperta del nostro cuore, il guru è colui che ci mostra una mappa per scoprirne i segreti e le meraviglie non visibili al turista distratto.

Forse anche io sono stato un turista distratto, ma mi accorgo che da tempo ho intrapreso un cammino verso un altrove che mi dà la sensazione di essere un «ritorno» più che un «andata».


Ho corso la via della soddisfazione senza eccessiva chiarezza fin quando, un bel giorno, mi sono fermato finalmente con un’unica (a volte ce n’è più di una) certezza: non ero più felice. Per niente e chissà da quanto tempo, e non volevo continuare a rispedire questo messaggio dentro il prossimo impegno per soffocarlo. Che stava accadendo? Quello di cui mi contornavo, che inseguivo o che cercavo di accumulare (benessere, successo, relazioni…) non riempiva più quei vuoti interiori nei quali infiliamo qualsiasi cosa pur di non far caso alla voragine. «Gli altri fanno così per essere felici, allora vuol dire che funziona». Questo bene o male è il pensiero con cui è cresciuta la mia generazione e forse anche molte delle precedenti. Stai male? Divertiti, fai un viaggio, una vacanza, cambia relazione, cambia macchina, cambia… Cambiavo tutto e tutto rimaneva com’era, evidentemente. Anzi il vuoto faceva eco ovunque.

Eppure, anche il malessere a volte può rivelarsi un guru. Se quando bussa lo ascolti, invece che rimuoverlo, ti indica la strada. Fino ad allora il guru era stata la felicità, ed è stata davvero un’amica, seguivo ciò che mi rendeva felice, mi appagava, non stavo più di tanto dove regnava il fastidio, la difficoltà. Ma, se per certi versi era un processo sano quello che avveniva in me, sentivo anche che questa dinamica era diventata ripetitiva incompleta e nebbiosa. Se fuggi, significa che qualcosa ti insegue o ti spinge. Fuggivo o venivo spinto? Forse entrambe le cose.

L’incontro col mio primo guru (inconsapevole) avvenne al liceo. Un meraviglioso professore tracciò in me i solchi della passione per il teatro, la recitazione la regia e ogni altro suo aspetto. Shakespeare in primis, ma poi tutto, dalle maschere greche all’avanguardia Anni 70, passando per i grandi classici di ogni nazionalità. Ho galoppato sulle ali di questa gioia per un quarto di secolo. Passione e lavoro hanno coinciso in un ensemble davvero privilegiato. Quando vivi un’esperienza del genere è un dono immenso. La felicità era sempre il guru nascosto.

Qui ho incontrato altri guru che rischiaravano il mio sentiero verso la ricerca del personaggio, alla riscoperta delle infinite sfaccettature della mia personalità, delle parti più nascoste che si risvegliavano nelle emozioni e nelle parole di altri che imparavano da sole a divenire le mie. Ogni testo, ogni copione diveniva un raggio di luce verso una nuova scoperta. E grandi maestri (guru) mi hanno accompagnato, non senza fatica, a scoprire quanti errori è necessario incontrare, per spogliarsene - essendone grati - e divenire il messaggio richiesto dall’autore.

Nel frattempo lo yoga iniziava a prendere il suo spazio in me. Prima nel corpo, nelle vesti di qualcosa che, quando lo facevo, semplicemente mi faceva stare bene. Senza farmi troppe domande. Respiravo. Smettevo per un tempo X di occuparmi dell’esterno, del compiacere, del piacere a me stesso corrispondendo a una prestazione. Un primissimo approccio avvenne in un’esperienza di movimento (non era ancora hatha yoga). Guru fu questo stesso stile che mi offrì la sensazione che dovevo cercare altro. Dal buio alla luce. In continuazione accade se impariamo a vedere. In ogni argomento della nostra vita. Qualcosa ci indica di andare verso ciò che cerchiamo. Cominciavo a intravedere un Autore che attraverso la vita, mi proponeva uno spettacolo nuovo ogni giorno. Ogni giorno scoprivo una pièce nella quale entrare in sintonia.

E apparve (come al solito) un altro cartello, poi altri.

Un giorno un guru a me molto vicino (mia moglie Corinna), in un momento di affaticamento nel cammino dato dall’esplosione del mio ego giudicante verso colui che era un altro guru (che in quel momento mi stava indicando - nel suo modo di trasmettere lo yoga - che era ora di cambiare punto di riferimento) mi disse: «Vorrei provare un corso di meditazione in un centro qui vicino». Ancora in cerca di “altro”, non sapevo né di chi né di cosa, l’accompagnai con cuore e mente aperti.

Entrai in un luogo con un’atmosfera («energia» fa molto new age, ma in realtà di questo si tratta) speciale. Non venimmo solo accolti, ma abbracciati da qualcosa che rasentava l’amore materno/paterno. O forse qualcosa di più. O di diverso. Ci sorrideva dalla sua cornice appesa a un muro, il volto di qualcuno che non comprendevo se fosse un uomo o una donna. Ero nel centro Ananda di Roma. Quel sorriso che poi scoprii “divino” nel titolo di quell’immagine, era quello di Paramhansa Yogananda. Non lo sapevo ancora, ma stavo aprendo il mio cuore a chi già mi aveva accolto nel suo.

La prima cosa che accadde fu un’estrema resistenza. Sospetto. Cosa vogliono da me quegli occhi? Continuai a frequentare quel corso per alcuni mesi (e quel luogo per molti anni) seguendo curiosamente il percorso nella meditazione attraverso gli insegnamenti di quello che lentamente scoprii essere stato uno dei massimi esponenti della divulgazione dello yoga nel XX secolo. Praticamente lui era LO YOGA. Ogni parola che proveniva dai suoi libri, dalle frasi, dai canti o dalle poesie che aveva scritto nella sua vita di eterna ricerca (per citare un libro che raccoglie brani tratti dai suoi discorsi avvenuti nel trentennio tra il 1920 e il 1950, L'eterna ricerca dell'uomo - Astrolabio), accendeva in me la sensazione di uno schiocco di dita che mi richiamava al risveglio («Forza su! Che stai aspettando ancora? Di cosa non ti fidi?») e ripetutamente indicava - di nuovo - la direzione. La direzione che avevo perso tante volte cercandola ovunque, verso la felicità.

Ecco. Ora avevo scoperto cosa era davvero un Guru: colui che nell’amore della sua esperienza personale completamente realizzata, si volta ed è lì a sorriderti, o a spronarti affinché tu possa vivere la tua.

Yogananda, il cigno supremo (Paramhansa), mi offriva di smettere di cercare la felicità nell’appagamento esteriore. Mi proponeva, attraverso lo yoga, di scoprire ogni briciola di me. Di comprendere che se sono infelice, è perché mi sento una piccola goccia che annaspa nella paura di evaporare, quando in realtà sono, e siamo tutti l’immensità dell’oceano.

Il guru è ciò che in te stesso diviene Amore, Chiarezza, Accoglienza, Devozione, Determinazione, Forza, Perseveranza, Non Attaccamento, Ascolto. «Stai tornando a casa», mi sembra di sentire sussurrare ogni qual volta incontro i suoi occhi in un’immagine, o nel silenzio della meditazione. Da allora, la parola Guru è divenuta per me un dono. E il cammino nello yoga è colorato di un senso così intenso che… altro che paura! Viva il Guru. O come si dice in sanscrito, «Jai Guru»!




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