Nel mondo dello yoga attuale, il tema della trascendenza sembra essere assente, e lo è sicuramente anche nella nostra vita.
Il terapeuta francese Yves Dailly parla della necessità di ammettere la trascendenza nelle nostre vite. Mi ha colpito questa affermazione e mi ha fatto riflettere su quanto poco spazio concediamo ad essa. In un certo senso la percepiamo come un tabù, ma anche come una dimensione antiquata, adatta ad altri tempi, come se questo aspetto della nostra vita fosse meglio tenerlo per noi, trattandolo con pudore. Lo consideriamo un ambito riservato e piuttosto nebuloso perché la nostra conoscenza di esso è scarsa. Ha a che fare con la religione e la religione è una cosa piuttosto vecchio stile di cui ci siamo liberati anni fa.
Ora viviamo in una dimensione concreta sostenuta dalla scienza. Abbiamo messo da parte la trascendenza e questa è una scelta che in Occidente si è rafforzata negli ultimi decenni. È vero solo ciò che può essere provato scientificamente. Persino per pubblicizzare un prodotto per la pulizia dei denti, richiamiamo la testimonianza di un camice bianco per rendere l’affermazione credibile, meritevole di considerazione. Altrimenti questa credibilità appare debole.
Viviamo coltivando l’ateismo, l’assenza del divino è un aspetto certo, talmente certo e condiviso da rendere addirittura inutile discutere la questione. Persino in chiesa, noto il ritegno usato per parlare di trascendenza. D’altra parte, non sembra che la risposta alla domanda esistenziale dell’uomo del XXI secolo possa essere fornita esclusivamente dalla religione, o meglio dalle religioni. La ragione fondamentale potrebbe risiedere nella scarsa elasticità della struttura dogmatica su cui la maggior parte delle religioni si basa.
Mi chiedo quale sia la ragione che ci porta a negarci di poter andare oltre, di vedere oltre, di trascendere i limiti materiali di qualche cosa per accedere a un ambito più ampio, senza limiti. È come se la nostra mente funzionasse solo in modalità lineare e non si concedesse di andare oltre proprio come hanno fatto le macchine. Vimala Thakar diceva che a forza di avere a che fare con le macchine, rischiamo di perdere la facoltà della mente umana di trascendere. La nostra mente ha questa capacità di superare i limiti consueti per arrivare a una vista d’insieme i cui confini non sono quelli previsti nell’immediato.
L’IA definisce la parola trascendenza come andare oltre i limiti normali della nostra esperienza quotidiana, della materia o della mente. Il termine deriva dal latino trans (oltre) e ascendere (salire). In parole semplici, indica qualcosa che si trova “al di sopra” o “al di fuori” del mondo fisico che possiamo toccare e vedere. Per capire a fondo questo concetto, è utile esplorarlo nei suoi ambiti principali confrontando trascendenza e immanenza. L’immanenza viene definita come tutto ciò che fa parte del nostro mondo, che scorre dentro le cose naturali e che possiamo sperimentare direttamente. La trascendenza invece viene indicata come tutto ciò che esiste separatamente dal mondo materiale e lo supera per importanza o perfezione.
Possiamo provare a definire la trascendenza nei diversi ambiti della vita e del pensiero.
In religione e teologia, rappresenta una divinità come il Dio delle religioni monoteiste che ha creato l’universo, ma non coincide con esso. Dio esiste al di sopra del tempo, dello spazio e delle leggi naturali. I nostri grandi pensatori hanno usato questo termine in modi diversi: Platone parlava del mondo delle idee, un luogo perfetto e astratto che si trova oltre il mondo reale. Immanuel Kant invece definiva trascendente ciò che supera ogni nostra possibilità di conoscenza e di esperienza sensibile. In psicologia e vita quotidiana, si parla di trascendenza quando un essere umano riesce a superare i propri limiti personali. Avviene quando ci si connette a qualcosa di più grande, come l’amore universale, l’arte, la natura o un profondo senso di spiritualità.
Nell’ambito della pratica di yoga, quindi trascendere può significare andare oltre alla dimensione fisica e questo è implicito nella scelta che l’individuo fa di praticare una disciplina per sua natura trascendente. Gli Yoga Sutra di Patanjali spesso fanno cenno alla dimensione altra da quella strettamente fisica di cui fa esperienza la persona che pratica ginnastica. Senza nulla togliere al valore della pratica fisica di flessibilità, rafforzamento, dinamicità, nella pratica yoga è implicita la dimensione trascendente.
La mia domanda è perché molto dello yoga moderno non valorizza appieno la dimensione trascendente? Cosa ci scoraggia dal seguire questo sentiero della nostra esplorazione interiore? Forse rifuggiamo da essa perché ci costringe a guardare oltre il nostro piccolo mondo quotidiano, oltre alla realtà materiale e visibile, mettendoci di fronte all’ignoto e al mistero, al senso profondo della vita o l’infinito. Spesso preferiamo evitare tutto ciò perché restare ancorati alle cose concrete ci fa sentire più sicuri e protetti. Tendiamo a scappare da questa dimensione per paura dell’ignoto mentre il mondo materiale si può toccare e vedere, la trascendenza non ha confini chiari, e l’essere umano teme ciò che non può controllare.
Un altro ostacolo ha a che fare con la distrazione della vita moderna, viviamo in una società piena di stimoli continui che ci conducono lontano dalla nostra interiorità, dalla quiete interiore, dal silenzio. La spiritualità richiede tempo, pazienza e riflessione, ma spesso preferiamo la comodità di una spiegazione logica e rapida. Guardare oltre noi stessi ci interroga sul senso del bene e del male, ci chiede di cambiare il modo in cui viviamo. Questo cambiamento può fare paura e richiedere troppo sforzo. Nella nostra pratica yoga, malgrado il suo meraviglioso e infinito potenziale, spesso preferiamo restare nel conosciuto, nel tangibile evitando di esplorare l’ignoto.
Negli Yoga Sutra Patanjali afferma:
Libro II, 45 Samadhi-siddhi-isvara-pranidhana
Libro II, 46 Sthira-Sukham-asanam
La traduzione proposta da Renata Angelini e Moiz Palaci è la seguente:
Libro II, 45 Riconoscersi parte del tutto conduce allo stato di coscienza chiamato Samadhi
Libro II, 46 Asana: stabilità libera da tensioni
Talvolta durante la pratica riusciamo a entrare in un’altra dimensione libera da tensioni e perciò più ampia, trascendente, in cui possiamo fare esperienza di far parte del tutto. Non è questo che ci attrae alla pratica yoga? Ma la trascendenza è considerata una condizione naturale della mente nel senso di una spinta innata a superare i propri limiti percettivi e concettuali.
Dal misticismo alla neurobiologia, la mente umana ha la capacità intrinseca di alterare i propri stati di coscienza e di percepire una realtà che va “oltre” l’esperienza sensoriale immediata. Il fenomeno può essere analizzato sotto diverse prospettive; le neuroscienze spiegano che pratiche come la meditazione o la preghiera inducono la mente a staccarsi dall’identificazione corporea, attivando specifiche aree cerebrali e generando una percezione di “connessione con il tutto”. In Psicologia, esponenti come Abraham Maslow includono l’esperienza di trascendenza (i cosiddetti “picchi di esperienza”) all’apice della gerarchia dei bisogni umani. In Filosofia, l’intelletto umano ha un’inclinazione spontanea a porsi domande sull’infinito, sull’Assoluto e su ciò che va oltre i dati certi.
Ma come fare esperienza diretta di trascendenza? Nella mente umana c’è una spinta innata a superare i propri limiti percettivi e concettuali. Portando queste affermazioni sul piano della pratica yoga, è profondamente diverso se facciamo esperienza della difficoltà di assumere una certa postura e sosteniamo il nostro assetto con la forza, oppure se attraverso il respiro consapevole ujjayi e i micro movimenti del corpo, proviamo a conoscere meglio questi limiti, in attesa di andare oltre. Invitiamo la fascia, cioè il nostro tessuto costitutivo, a restare aperto a soluzioni corporee diverse. Per fare ciò è necessario trovarsi in un luogo protetto, dove possiamo sentirci in grado di esplorare una soluzione corporea un poco differente dal consueto, cioè da quel particolare assetto che ci definisce. Una persona ci vede per strada e subito è in grado di riconoscerci per quel personale assetto fisico e interiore che abbiamo adottato e che ci definisce.
L’esperienza diretta della trascendenza non è subito disponibile a meno che si usino tecniche meditative avanzate che dovrebbero essere gestite e trasmesse da esperti. Una persona che conosce solo il pensiero lineare, si può sentire smarrita davanti all’esperienza della trascendenza esplorata in condizioni poco adatte.

Ne ho fatto esperienza diretta per la prima volta in occasione della mia iniziazione alla Meditazione Trascendentale come trasmessa da Maharishi Mahesh Yogi. Mi fa sorridere l’uso del termine trascendentale usato per definire questa pratica, come se la meditazione non fosse per sua natura trascendentale. Per me è stata un’esperienza importante in cui ho potuto trovare la dimensione di coscienza allargata che cercavo inconsapevolmente e che ho riconosciuto essere per me fondamentale. La MT insegna a usare un mantra personale appartenente alla tradizione indiana; il mantra viene individuato da un maestro e trasmesso alla persona direttamente e va mantenuto segreto. Le istruzioni da seguire sono di mettersi in posizione seduta, a occhi chiusi, ripetendo il mantra interiormente in continuazione. Se la mente va altrove, l’indicazione trasmessa è quella di tornare alla ripetizione del mantra. Questa tecnica semplice e potente permette di accedere alla percezione meditativa allargata.
Nella pratica di asana, la tecnica trasmessa è quella di utilizzare la respirazione ujjayi per assumere e mantenere una posizione. Ciò che queste tecniche insegnano è di colmare lo spazio mentale con il respiro ujjayi oppure con il mantra. Restando in questa condizione per un certo tempo, la mente trascende i propri limiti fisici e interiori. Quando si fa questa esperienza, se ne comprende la natura. L’evoluzione interiore deve passare attraverso questa dimensione trascendente, altrimenti si resta ancorati alla dimensione lineare, privandoci di tanta ricchezza .

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