«C’è un’arte visiva giapponese in cui l’artista è costretto a essere spontaneo. Deve dipingere su una pergamena allungata sottile con un pennello speciale e una vernice ad acqua nera in modo tale che un tratto innaturale o interrotto distruggerà la linea o sfonderà la pergamena. Cancellazioni o modifiche sono impossibili. Questi artisti devono praticare una disciplina particolare, quella di permettere all’idea di esprimersi nella comunicazione con le loro mani in un modo così diretto che la deliberazione non possa interferire».
Sono parole scritte da Bill Evans, uno dei più grandi pianisti della storia del Jazz.
Peace Piece è costruito su due accordi che si alternano ostinati, su un valzer libero in ¾, quasi fosse una ninna nanna lontana. Un accordo in particolare (un Sol 9 sus4), da brano una quieta dissonanza. Questi due accordi sono la pergamena allungata cui fa riferimento. E il pennello sottile è la melodia pacifica, che si sviluppa in note discordanti nella seconda metà diventando a forma libera e ponendo l’accento alla sua qualità senza tempo e meditativa.
Registrata una volta sola, mai suonata in pubblico, Bill ha sempre rifiutato perché credeva che la composizione avrebbe perso il suo valore e significato in quanto era stata solo un’ispirazione al momento. Un piccolo pezzetto di pace, ove cancellazioni o modifiche saranno impossibili.
Ti sei mai sentito o sentita a pezzi? Se non ti è mai accaduto, è come per chi non ha mai la febbre, non è detto che faccia bene. Sai quando affiora quella sensazione di sgretolamento, di terremoto dentro e fuori di te? A me è successo e vi racconto le difficoltà e i doni di questa esperienza
Quante parole sprechiamo. Quanti giudizi gratuiti diamo. Un tempo erano solo chiacchiere da bar, ora con i social stiamo inquinando il mondo. Eppure se prima di parlare, provassimo a fermarci e a immedesimarci almeno un po’ in ciò di cui stiamo per dire qualcosa cambierebbe. E sono certa che nella maggior parte dei casi capiremmo che la scelta migliore è tacere
Swami Anandananda e Swami Shaktidhara terranno un workshop a fine marzo nel capoluogo lombardo. Un'occasione per tutti per capire che yoga stiamo praticando e che yoga è necessario per l'uomo del nuovo Millennio. Perché se lo yoga fisico sta facendo il suo tempo, è più che mai necessario recuperare il valore autentico di questa disciplina spirituale che è “integrale” e riguarda tutti gli aspetti della vita dell'uomo
È la più poetica marcia per la pace di questo secolo. Ha preso il via il 26 ottobre 2025, da Fort Worth, in Texas, e la meta è Washington D.C., lontana più di cento giorni di cammino e dieci Stati. I protagonisti sono 19 monaci di tradizione buddhista vietnamita, tutti legati al Tempio Huong Dao di Fort Worth. «Questo è il nostro contributo, non imporre la pace al mondo, ma aiutarla a germogliare, un cuore risvegliato alla volta», dicono
Certo, 2.000 guru sarebbero decisamente troppi, ma il problema è che non ce ne sono (quasi) più. Tutto è nelle mani di singole monadi, spesso egoriferite. Dove sono i confronti? I dibattiti? Le scuole? Le pubblicazioni dei congressi? Esistono solo quelle degli accademici. E questo per lo hatha-yoga è un male. Mi ritrovo spesso a pensare al futuro dello hatha-yoga (che è quello che pratico e insegno), quello che usa il corpo come strumento di indagine, è quello che ha subito maggiormente i contraccolpi della società dei consumi e del capitalismo...



