Maha Shivaratri è una delle festività più significative per i devoti di Shiva celebrata nel mese di Phalguna e quest’anno cade il 26 febbraio. Un evento importante nell’induismo, poiché è dedicato a questa rappresentazione del divino nei suoi molteplici aspetti, come Maheshvara (il Signore Supremo), Mahayogi (l’asceta supremo), e Nataraja (il re dei danzatori).
Maha Shivaratri si celebra con una notte di preghiera, meditazione e digiuno. Shiva, pur essendo conosciuto come il “dio della distruzione”, rappresenta soprattutto il concetto di trasformazione: la distruzione di ciò che è vecchio e inutile, che permettere la rinascita e il rinnovamento. Questo lo rende una figura che trascende le dicotomie di bene e male, e la sua natura ambivalente incarna sia la forza creatrice sia il potere distruttivo. Shivaratri celebra non solo la forza di Shiva come distruttore e rinnovatore, ma anche la sua natura di guru spirituale, asceta e protettore della vita eterna. La sua importanza non si limita a una tradizione religiosa, ma rappresenta una filosofia che attraversa i confini della cultura, della spiritualità e della vita quotidiana.

Pasupati, il dio degli animali selvaggi nella posizione Yoga trovato su un sigillo nel 2700 a.C., è considerato l’antenato di Shiva. Il secondo antenato è Rudra, una sorta di divnità selvaggia: il nome «Shiva» significa «propizio» che nel più antico dei libri dei Veda (RgVeda) era una qualità attribuita proprio a Rudra. Lo Shiva che conosciamo oggi e invece medievale ed è considerato una sorta di Apollo, seminudo e di colore blu azzurro, pieno di consapevolezza della sua potenza, con al collo uno o più serpenti. Il suo paradiso è il monte Kailash sull’Himalaya. Il suo aspetto più famoso è quello di Nataraja, danzante re della danza che in una sola figura interpreta la continua trasformazione della realtà e della creazione, dalla disintegrazione alla ri-creazione.
Per chi pratica Yoga è il Mahayogi, cioè il Dio dell’ascesi, il maestro degli Yogi, il primo maestro, colui che ha creato questo metodo e ne ha autorizzato la diffusione. Il mito narra che dopo un ritiro sull’Himalaya, Shiva iniziò a spiegare la scoperta dello yoga alla sua consorte Parvati davanti a uno specchio d’acqua. Ma non si accorse che lì sotto c’era un pesce che ascoltò tutto il suo racconto. Qui le leggende sono diverse, ma nella sostanza questo pesce diventò un uomo in carne e ossa, Matsyendra, al quale Shiva affidò il compito di diffondere l’insegnamento dello Yoga.
Per chi pratica Yoga (e induista non è), la figura di Shiva è un monito a considerare sempre che la realtà è in continua trasformazione ed evoluzione e a sviluppare la consapevolezza del momento presente, come un passo di danza verso un’ascesi possibile.
C’è da aggiungere una sola nota a margine: nella vulgata, spesso si sente dire che l’induismo è un politeismo, ma non è vero. Non è neanche un monoteismo in senso stretto, come è stato descritto dai missionari cattolici che individuavano nella Trimurti (Brahma, Visnu e Shiva) una sorta di Trinità. L’induismo, che in realtà si chiama Sanatana Dharma, cioè la Legge Eterna, è un enoteismo, una religiosità in cui un singolo “dio” è preso per Dio tout-court. Quindi le varie “divinità” incarnano una qualità del divino che, nella sua rappresentazione impersonale, è chiamato Brahman, nome che, invece, è l’Assoluto, Dio a tutti gli effetti.
C’è una vera e propria letteratura del “FalsoVero Yoga”. Un mare di Illuminati incompresi che sanno qual è LA VIA, si accaniscono a suon di reel, uno contro l’altro, per convincersi a vicenda che il proprio yoga è quello VERO! Ma diciamocelo, quanti praticano per “espandere la coscienza”? Quanti rispetto a chi nello yoga cerca semplicemente uno spazio di riposo dallo stress? Chi cerca la via dello Yoga, la trova. Nel frattempo gli infiniti rigagnoli che discendono dalle montagne delle diverse attività che tentano di appiccicare definizioni accanto a questa parola ormai così abusata, che proseguano pure la loro corsa nel nome del “Bisogna pur campare”. Ma credo che sia l'ora di cessare il conflitto almeno laddove dovremmo trovare il principio della pacificazione interiore...
Nello Yoga e nel Tantra, Shakti rappresenta l'energia che permea l'esistenza e che trova nella relazione con la coscienza la propria espressione. Ma che cosa orienta questa energia? L'intenzione è il punto di partenza di ogni percorso, mentre Saraswati, dea della conoscenza, della parola e della creatività, ci introduce al potere del discernimento. Un viaggio nella mitologia e nella filosofia indiana, fino allo Śri Yantra, simbolo dell'incontro tra Shiva e Shakti
Viviamo immersi nel rumore e questa condizione non fa che alimentare le nostre turbolenze mentali. Ma i testi di yoga fondanti per la nostra pratica parlano del silenzio indicandolo con il termine «Mauna», il silenzio consapevole. E per sperimentare lo non è necessario isolarsi in un eremo, possiamo inserire brevi spazi di silenzio intenzionale nella routine quotidiana. Momenti di presenza a noi stessi. Il prezzo da pagare? Viaggiare controcorrente...
Tra le montagne dell’Himalaya, sei sillabe accompagnano da secoli la vita spirituale di milioni di buddhisti: «Om Mani Padme Hum» è il mantra della compassione, legato ad Avalokiteshvara, il bodhisattva che ha fatto voto di liberare tutti gli esseri dalla sofferenza. Ma qual è il suo autentico significato? Attraverso gli insegnamenti del Dalai Lama, le fonti antiche e le interpretazioni della tradizione tibetana, scopriamo come queste sei sillabe racchiudano un percorso di trasformazione della mente, nel quale compassione e saggezza diventano inseparabili
Appena fuori Varanasi, luogo d'eccellenza dell'induismo, sorgono i resti del luogo in cui il Buddha insegnò le Quattro Nobili Verità ai suoi primi discepoli. È il sito di Sarnath, oggi elevato dall'Unesco a Patrimonio mondiale. Ecco la sua storia e perché deve tutto il suo fascino a un grande imperatore, Ashoka
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