di Isabella Schiavone
«Terra, terra», ho detto quasi senza pensarci. Non era una spiegazione. Suonava quasi come un richiamo. Come quando ci si accorge che si sta salendo troppo di intensità – nella testa, nel discorso, nel controllo – e qualcosa, dentro, richiama verso il basso. Alessandro, il mio formatore, ha risposto: «Interessante». E ha fatto quel suo sguardo inimitabile, di chi favella ma ha già capito tutto. Un lampo negli occhi. Quella parola mi è rimasta addosso.
«Terra, terra». Nella lingua comune è un’espressione che può riportare al grossolano. Al volgare. Ma cosa vuol dire “volgare”? Deriva dal latino vulgaris, aggettivo legato al sostantivo vulgus, che significa «volgo, popolo»: qualcosa che appartiene a un insieme di persone vastissimo, una folla. Qualcosa che appartiene ai più.
Poco dopo, lo incalzavo di nuovo, involontariamente: «Bisogna stare con i piedi per terra». Poteva sembrare un monito. Era un tornare alla realtà.
Perché «terra» non è un concetto neutro. Non è una metafora. È una direzione.
Nello yoga c’è un gesto che sembra minimo e invece è enorme: abbandonarsi alla terra. Non “mollare”. Non “cedere”. Affidare. È un gesto fisico e insieme emotivo: il corpo lascia che la terra lo sostenga. E con quel gesto, spesso senza accorgersene, si smette per un attimo di trattare il mondo come un nemico e se stessi come una fortezza. In quel verbo, affidare, si intravede qualcosa che va oltre la biomeccanica. Si interrompe, anche solo per un momento, la convinzione di doversi reggere sempre. Si scopre che ci si può appoggiare. Che si può non essere, sempre, Sisifo.
Nel Tai Chi Chuan il radicamento è la condizione del movimento: senza radici non c’è equilibrio, non c’è trasmissione, non c’è continuità. Radicamento non coincide con pesantezza. Non è rigidità, ma stabilità dinamica. Più la base è affidabile, più la parte alta è libera. Si sta meglio in equilibrio proprio perché ci si muove meglio.
Anche la meditazione, a ben pensarci, comincia lì: sedersi significa scegliere un appoggio, stabilire una base minima, accettare che non si stia sospesi nel vuoto. La postura diventa un patto con la gravità. Si resta.
La terra è sempre la stessa. Il praticante, no. Ed è proprio questa asimmetria a essere preziosa: costringe a passare dall’idea all’esperienza, dal racconto al corpo, dal “capire” al “sentire”. Nelle pratiche la terra è un’immagine metaforica e concreta al tempo stesso: è direzione, peso, gravità, attrito. È la base da cui dipende la possibilità di esserci: il pavimento, l’erba, il suolo. Con la terra si stabilisce un rapporto. Si torna a un punto d’appoggio. Si lascia che la vita – anche solo per un istante – non debba essere trattenuta interamente da muscoli e volontà.
Per l’intellettuale, invece, la terra può essere paesaggio interiore, radice storica, spazio di intervento sociale: un rapporto che oscilla tra distacco contemplativo e impegno concreto, un equilibrio non sempre facile da mantenere. È qui che gli intellettualismi rivelano la loro ambivalenza: possono essere strumenti, oppure diventare nemici quando si sostituiscono al sentire.
Non è la mente il problema. La mente serve per orientare, per dare una mappa, per nominare esperienze che altrimenti resterebbero confuse o silenziose. Serve anche per non mitizzare: per esercitare discernimento, per non trasformare ogni sensazione in rivelazione. La mente è chiarezza e misura. Il problema comincia quando pretende di governare la pratica. Quando, invece di accompagnare, si mette alla guida. E, allora, l’intellettualismo diventa un modo elegante per non stare. Si parla di radicamento e non si sentono i piedi. Si spiega l’abbandono e si rimane rigidi. Si racconta la presenza come se fosse prosa illuminata o una grande verità, e intanto non si ascolta l’interlocutore. La pratica diventa una teoria di se stessi: una narrazione ben fatta, un’elevazione, una fuga alta e raffinata. Un distacco che somiglia a un anestetico. È una dissociazione compita: non si fugge palesemente, si scappa spiegando.
La terra, invece, è l’opposto della fuga. Chiede peso. Chiede contatto. Chiede limite. E il limite non è una sconfitta: è una misura. È il luogo in cui l’essere umano ricomincia, sempre.

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