I queste giornate lente sto rileggendo uno dai miei testi leggeri ma-non-troppo preferiti, «The Dude and The Zen Master» (Il Drugo e il Maestro Zen), un dialogo brillante e profondo fra Jeff Bridges e Bernie Glassman. Nel loro dialogo c’è una parola che questa volta mi si è accesa più che nel precedenti letture: «mensh». La parola deriva dallo yiddish «mentsh» collegato al tedesco «Mensch» (essere umano, persona) e significa «essere umano nel senso più pieno, persona di valore, carattere e rettitudine» (Merriam-Webster). Tradotto letteralmente significa semplicemente «persona», ma il suo significato culturale è infinitamente più ricco.
Dire di qualcuno che è un mensch non equivale a constatare che è un individuo della specie umana; significa riconoscere che quella persona incarna un ideale di umanità. È qualcuno di cui ci si può fidare, che mantiene la parola, che agisce con giustizia anche quando nessuno osserva, che non sfrutta la debolezza altrui, che sa essere fermo senza crudeltà, umile senza servilismo, autorevole senza arroganza. Il mensch non cerca la virtù per costruirsi una reputazione, ma perché la rettitudine è diventata il suo modo naturale di abitare il mondo.
Il mensch non viene definito dalle sue qualità esteriori, non importa il successo, il prestigio, la ricchezza o il potere. Il riconoscimento nasce esclusivamente dal carattere e la grandezza coincide con la qualità della presenza umana. In questa semplice constatazione è racchiusa una critica radicale a ogni società che identifichi il valore della persona con la sua posizione sociale o con la sua capacità di competere. In questa visione l’essere umano appare come un’opera aperta e la sua identità non è un dato, ma un compito in cui educazione, filosofia, arte e pratica della virtù diventano strumenti per realizzare progressivamente la propria natura più elevata.
Se la libertà è il fondamento della dignità, la domanda e da cosa bisogna liberarsi. Sì dall’ignoranza, dall’oppressione politica o dalla povertà materiale, ma anche da egoismo, avidità, paura, odio, ricerca incessante del riconoscimento, l’identificazione esclusiva con ruoli o interessi. Questa intuizione attraversa tradizioni culturali apparentemente lontane tra loro. La si incontra nell’umanesimo europeo, nella sapienza ebraica, nel pensiero del Sanātana Dharma e in ogni forma di pensiero che riconosca nella trasformazione della persona il fondamento di una convivenza autenticamente umana, anche se cambiano i linguaggi, le immagini, resta sorprendentemente simile l’idea di fondo.
Quindi non si tratta di accumulare possibilità, ma di dissolvere ciò che impedisce alla coscienza di esprimere la propria natura più ampia. In questo senso l’etica non rappresenta un insieme di regole imposte dall’esterno, bensì la manifestazione spontanea di una libertà conquistata interiormente. Il Sanātana Dharma indica il dharma come l’ordine che sostiene la realtà, legge vivente che rende possibile l’armonia fra individuo, società e cosmo, quindi vivere secondo il dharma significa accordare la propria esistenza con questa armonia. Le virtù fondamentali del Sanātana Dharma (non violenza, veridicità, onestà, compassione, perdono, autocontrollo, rettitudine, purezza) sono discipline della coscienza in cui ogni virtù sottrae energia all’ego e restituisce spazio alla lucidità, la sincerità indebolisce l’illusione, la compassione attenua la separazione fra sé e l’altro, l’autocontrollo libera dalla schiavitù degli impulsi.
Quindi essere mensch è il frutto della maturazione spirituale: integrità, affidabilità, equilibrio, benevolenza, capacità di dominare l’ira, assenza di doppiezza, rispetto per ogni forma di vita.
La Bhagavad Gita descrive le qualità della daivī sampad, il patrimonio delle disposizioni divine, come assenza di paura, purezza del cuore, generosità, non violenza, sincerità, mitezza, compassione, modestia, fermezza e assenza di orgoglio, come manifestazioni di una coscienza che ha progressivamente trasceso la centralità dell’ego e di una virtù che non è un orpello, ma linguaggio stesso della profonda completa umanità.
Il mensch non è un virtuoso, è la persona la cui liberazione interiore ha raggiunto una soglia tale da riflettersi naturalmente nelle relazioni. Forse è un bodhisattva, la sua bontà è forza disciplinata e la sua umiltà è assenza di bisogno di auto-affermazione, la sua generosità è frutto dell’esperienza di una coscienza che non percepisce più gli altri come separati. Sa di essere chiamato a costruire se stesso e ad essere in relazione con gli altri da questa prospettiva allargata, in cui l’esaltazione dell’uomo come centro del mondo si alza di un’ottava e diventa fiducia che ogni individuo umano possa diventare sempre più pienamente umano nella misura in cui si libera da ciò che lo rende meno umano.

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