C’è un argomento sul quale Krishna continua a tornare: lo dice una volta, poi un’altra e un’altra ancora. Cambiano i versi, cambiano gli esempi, ma il messaggio rimane sempre lo stesso:
«Anche la persona intelligente resta perplessa quando si tratta di definire l’azione e l’inazione. Ti spiegherò quindi che cos’è l’azione e questa conoscenza ti salverà da ogni sfortuna».
(4.16)
Sembra quasi una questione banale. Azione e inazione sembrano semplicemente due opposti. Eppure Krishna ritiene necessario ribadire:
«La natura dell’azione è molto complessa e difficile da capire. Devi quindi distinguere bene tra l’azione legittima, l’azione condannabile e l’inazione».
(4.17)
E infine arriva uno dei versi più profondi dell’intera Bhagavad-gītā:
«Chi vede l’inazione nell’azione e l’azione nell’inazione spicca per la sua intelligenza e, sebbene impegnato in ogni genere di attività, vive sul piano trascendentale».
(4.18)
Questi versi rappresentano, in un certo senso, il punto di arrivo di tutto ciò che Krishna ha insegnato fino a questo momento. La domanda è semplice solo in apparenza: che cos’è davvero un’azione? Istintivamente potremmo rispondere che agire significa muovere il corpo, parlare, prendere una decisione, fare qualcosa. Krishna, invece, ci dice che un’azione non può essere giudicata soltanto da ciò che vediamo accadere esteriormente. Dobbiamo guardare anche alla coscienza da cui nasce, alla motivazione che la muove e alla relazione che abbiamo con i suoi risultati.
Anche una persona profondamente e spiritualmente realizzata continua infatti ad agire attraverso il corpo, la mente e una determinata personalità. Continua a parlare, a scegliere, a prendere decisioni. Potrà perfino, senza volerlo, dare fastidio a qualcuno, essere fraintesa oppure contribuire a eventi che prenderanno direzioni imprevedibili. Finché viviamo in questo mondo nessuno può controllare completamente tutte le conseguenze delle proprie azioni.
Noi possiamo però trasformare lo spazio in cui le nostre azioni nascono, dove viene esercitata la volontà. Krishna non ci chiede di controllare ogni risultato, ma di rendere sempre più pura l’intenzione che precede ogni azione e, come vedremo, ci chiederà anche di trasformare il nostro rapporto con il risultato una volta che l’azione è stata compiuta. È questa la più potente rivoluzione contenuta della Bhagavad-gītā.
C’è però un altro ostacolo che rende tutto questo così difficile da comprendere: noi non osserviamo la realtà in modo neutrale. La mente interpreta continuamente ciò che accade attraverso una logica estremamente semplice ma che ci trae in inganno la maggior parte delle volte: mi piace oppure non mi piace.
La nostra mente funziona quasi come una macchina digitale, fatta soltanto di sì e di no. Una persona, un vestito, una pizza, un gelato, un paesaggio, un’idea: ogni cosa viene classificata istantaneamente come piacevole o spiacevole. Krishna aveva già dato un nome a questo meccanismo nel capitolo precedente: rāga e dveṣa, attrazione e repulsione, la tendenza ad avvicinare ciò che ci piace e respingere ciò che non ci piace. Molte delle sfumature con cui crediamo di descrivere il mondo sono in realtà condizionate da una trama interiore soggettiva di “mi piace” e “non mi piace” che spesso neppure riconosciamo.
Così finiamo per confondere i nostri gusti con la realtà e i nostri desideri con la verità.
Rileggi la frase precedente un po’ di volte…
È soprattutto per questo che Krishna afferma che perfino una persona intelligente rimane perplessa quando cerca di comprendere il significato dell’azione. Prima ancora di capire come agire, dobbiamo imparare a riconoscere il filtro attraverso cui stiamo guardando il mondo. «Non innamorarti della tua idea», mi disse una volta un amministratore delegato di un’azienda per cui ho lavorato. È un consiglio prezioso non solo nel mondo del lavoro, ma anche nel cammino spirituale. Quando ci identifichiamo con una nostra convinzione, infatti, iniziamo inconsapevolmente a leggere tutta la realtà attraverso quel filtro. Non cerchiamo più la verità, ma tutto ciò che possa confermare quello che già pensiamo essere buono e giusto.
Così finiamo per non vedere più gli eventi e le persone per quello che sono, ma per quello che i nostri desideri e credenze ci permettono di vedere. Se qualcuno che non ci ispira simpatia dice una cosa intelligente, tendiamo a darle poco peso. Se invece una persona che stimiamo afferma qualcosa di sbagliato, siamo molto più inclini a crederle o a darle in beneficio del dubbio. Pensiamo di giudicare i fatti così come sono, ma in realtà stiamo quasi sempre giudicando attraverso il filtro, di cui spesso siamo inconsapevoli, delle nostre preferenze.
La prossima volta che incontri qualcuno, prova ad ascoltare, fare domande e attendere qualche secondo in più prima di intervenire. È un piccolo esercizio per accorgerti di quanto spesso reagiamo non a ciò che abbiamo davanti, ma al filtro attraverso cui lo stiamo guardando. Krishna non ci ha lasciato un elenco di regole da seguire per aderire a una nuova religione. Le regole possono guidare il comportamento, ma non trasformano lo sguardo con cui osserviamo il mondo e la coscienza da cui quel comportamento nasce. La Gītā ci invita a riscoprire chi siamo e la nostra relazione con Krishna, e da quella relazione imparare progressivamente a trasformare le intenzioni che guidano le nostre azioni. Per farlo dobbiamo imparare a riconoscere questi filtri e arrivare progressivamente fino alla loro radice: ahaṅkāra, il falso ego, l’identificazione che ci porta a mettere continuamente noi stessi al centro dell’esperienza e a interpretare il mondo in funzione di ciò che possiamo ottenere da esso.
Non c’è una ricetta uguale per tutti, è una questione di pratica e determinazione, come Krishna dirà nel sesto capitolo.
«Chi agisce senza alcun desiderio di godimento materiale possiede la conoscenza perfetta e dicono di lui che il fuoco di questa conoscenza ha ridotto in cenere le conseguenze dei suoi atti».
(4.19)
Il termine “godimento materiale” è la traduzione di kāma, che abbiamo già incontrato verso la fine del capitolo terzo: il “più grande nemico”, la bramosia che distrugge i mondi e divora tutto. Leggendo questo tipo di versi si è sempre inclini a pensare che la vita di un ricercatore spirituale debba necessariamente essere austera, dedita alla rinuncia a tutti i piaceri del mondo.
Krishna però non ci sta chiedendo di rinunciare ai piaceri della vita. Mangiare con gusto, fare una passeggiata, ridere con gli amici o godersi un bel panorama possono tranquillamente accompagnare il cammino di uno spiritualista. Il problema nasce quando il godimento diventa il motivo per cui agiamo. Quando ogni scelta, anche inconsapevolmente, risponde sempre alla stessa domanda: «Che cosa ci guadagno?».
È proprio questo il kāma di cui parla Krishna. Non il piacere in sé, ma la ricerca del piacere come motore della nostra esistenza. Agire senza kāma significa allora spostare il centro della vita: non voler prendere continuamente qualcosa dal mondo, ma imparare a offrire qualcosa al mondo e a Krishna. I piaceri possono continuare ad arrivare, ma non sono più loro a decidere la direzione della nostra vita.
Spesso si pensa: «Ma allora è meglio ritirarsi e non agire, o agire il meno possibile per non invischiarsi nel mondo». Ma, già lo sai, questa è proprio la richiesta di Arjuna fin dall’inizio, e una delle risposte più forti di Krishna è stata:
«Non è astenendosi dall’agire che ci si può liberare dalle conseguenze dell’azione, né la sola rinuncia consente di raggiungere la perfezione».
(3.4)
In sanscrito “raggiungere la perfezione” è la traduzione del termine siddhi, che significa «raggiungimento, realizzazione, compimento, successo»: essere giunti alla meta. E questa meta non si raggiunge smettendo di agire, ma imparando l’arte di agire senza rimanere legati all’azione, ovvero l’azione nell’inazione e l’inazione nell’azione. È allora che l’agire trova il suo vero compimento e anche chi agisce comincia a trasformarsi.
Questo è il segreto più profondo del karma-yoga, lo yoga dell’azione, ed è una delle colonne portanti del bhakti-yoga, lo yoga dell’amore e della devozione.
Ma come vive concretamente una persona che ha spostato in questo modo il centro della propria esistenza? Liberarsi da kāma, infatti, non significa smettere di desiderare, di scegliere, di fare progetti o di agire, perché come può esserci un’intenzione senza un desiderio, o un’azione senza un desiderio? Desiderio e volontà sono espressioni della coscienza, non possono essere interrotti. Significa piuttosto non far dipendere la nostra felicità da ciò che si riesce a ottenere attraverso le azioni.
C’è ancora un po’ di strada da fare per avere tutti gli elementi sul tavolo e comprendere questo meccanismo. Infatti togliere il kāma dall’azione lascia inevitabilmente una domanda: se non agisco più soltanto per ciò che posso ottenere, per che cosa o per chi agisco? Non voglio rovinarti la sorpresa, ma ricordati che non esiste una ricetta magica uguale per tutti. La risposta avrà molto più a che fare con l’amore che con la rinuncia.
E questo significa, molto spesso, anche fare degli sbagli, che non solo non è un problema, ma fa proprio parte del processo.

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