«L’aspetto geniale dello yoga è questo:
utilizzare strumenti che sono in noi»
Gerard Blitz
Nei mesi scorsi ho tenuto numerose presentazioni del mio libro «Yoga per tutta la vita» (ed. Selides di Massimo Soncini) cui hanno partecipato, complessivamente, più di 100 persone. In molti sono intervenuti ponendomi domande da cui trapelava un certo stupore nell’apprendere, dalle mie parole, che lo yoga non si pratica solo sul tappetino, ma va applicato alla vita di tutti i giorni. La cosa mi ha molto colpita e mi ha posto numerosi interrogativi visto che spesso i miei interlocutori erano praticanti di yoga.
Non mi stupisco se i mass media, i social o alcune riviste diffondono l’idea che lo yoga sia la pratica di posizioni ardite, eseguite da corpi splendidi, giovani e che si possa diventare insegnanti di yoga con un semplice e breve corso online. Mi sconforta però constatare che ci sono ancora insegnanti che trasmettono solo l’aspetto fisico relativo allo yoga, tenendo lezioni, anche bellissime, senza nulla dire sulla meraviglia di una disciplina che va al di là del lavoro sul corpo. C’è molto ancora da fare in ambito formativo affinché gli insegnanti di yoga siano capaci di spiegare non solo le tecniche corrette, ma anche di comunicare in modo semplice e chiaro, nelle modalità che desiderano, che lo yoga ha lo scopo di rendere serena la nostra vita, una vita normale e quotidiana che sta fuori dal tappetino.
Provo a riassumere in modo sintetico e semplice alcuni aspetti che per me sono i cardini dello yoga: l’immobilità, il vuoto, l’attenzione e la consapevolezza.
Nello yoga la pratica degli asana, che secondo l’età e la condizione fisica possono essere anche molto intensi e arditi, ha l’obiettivo di rendere fluida la colonna vertebrale, sciogliere le tensioni e tutti i nodi (granthi) del corpo per allontanare gli ostacoli allo scorrere dell’energia vitale, e, rendere agevole e stabile la immobilità. Dai testi classici risulta chiaro che allontanare i fastidi e i dolori del corpo grazie agli asana serve perché il corpo non sia di disturbo per il lungo mantenimento di una posizione seduta. Una immobilità che viene in genere associata alla posizione del loto o comunque a gambe incrociate, ma che oggi possiamo ottenere anche comodamente seduti su una sedia o nel letto (anche le persone allettate possono praticare yoga).
Solo nell’immobilità è possibile fare un po’ di vuoto nella mente, calmare il vortice di pensieri, togliere tutti gli orpelli per intravedere l’essenza, come un abile scultore che sa togliere dal blocco di marmo tutto ciò che è inutile. Gli asana si realizzano nella immobilità, il respiro apre nuovi mondi con la sospensione, con il vuoto, e tutta la pratica porta a rallentare se non sospendere il turbinio della mente. Nel vuoto e nel silenzio possiamo addentrarci alla scoperta di come siamo davvero.
Il vuoto e la immobilità aprono le porte di un’esplorazione autentica: quella dell’attenzione e della consapevolezza. Entrambe rare, soprattutto oggi.
L’attenzione è una delle doti cognitive più preziose, che possiamo coltivare e sviluppare.
Nello yoga partire dal lavoro fisico è un buon modo (ma solo uno fra altri) per iniziare ad acquisire la capacità di attenzione. Facendo attenzione alla posizione, alle parti fisiche che coinvolge, a quelle che lascia a riposo, agli effetti che produce nel corpo; fare attenzione all’armonia fra il movimento e il respiro, alle emozioni che suscita un asana. L’attenzione favorisce la cura nel fare le cose al meglio che posso, obbliga la mente a non vagare, mi fa stare nel momento presente.
Lo yoga conduce con garbo a una evoluzione naturale. Grazie a un esercizio costante, al molto impegno, all’ardore di «tapas» che caratterizza il praticante neofita con il trascorrere degli anni l’interesse si sposta gradualmente, in modo naturale, dal corpo al respiro: il nostro gentile e discreto compagno di viaggio.
Dalla fisicità del corpo il respiro diventa maestro di vita se sappiamo cogliere l’armonia del suo muoversi nel corpo, se ci abbandoniamo alla bellezza dell’incessante alternarsi dell’inspiro e del espiro, equilibrio perfetto fra il prendere e il lasciare, fra ogni cosa e il suo contrario. Se riusciamo ad assaporare lo scambio costante, attraverso il respiro, fra noi e ciò che ci circonda, percependo che la stessa essenza, lo stesso respiro rende uguali, alla massima potenza, tutti gli esseri viventi. Un esercizio che non ha mai fine, un passaggio che non si può saltare.
Solo dopo aver preso confidenza con l’attenzione, gradualmente e senza andarlo a cercare, si entra in mondo “altro”, nel mondo della consapevolezza, dell’osservazione intima e silenziosa di ciò che accade e di chi siamo. Dall’attenzione nasce la capacità di trascendere il “fare” per “stare” : il dono più grande che ci può fare lo yoga. Vivere con attenzione e consapevolezza il momento presente. Qualunque esso sia, per come siamo noi adesso, per come sono le nostre condizioni fisiche, personali, affettive ed emotive. Per come siamo noi oggi con i nostri pregi e difetti.
Ma c’è un altro, affascinante passaggio: quando si affina la consapevolezza e possiamo passare a essere testimoni. Capaci di osservare ed osservarci con affettuosa distanza.
Dal canto del respiro si apre un orizzonte affascinante, che non vede luoghi lontani, ma è la nostra stanza segreta, intima, lo spazio che ci consente di acquietare le turbolenze, di apprezzare il silenzio e il vuoto. Dal punto di vista ortodosso è quella che si chiama “meditazione”; io preferisco usare la parola «consapevolezza» .
Affinare l’attitudine alla consapevolezza è un esercizio costante, che va oltre il tappetino, e che non può identificarsi solo con i momenti di presenza nella immobilità, quando si sta seduti “a meditare”. Momenti importanti, certo, ma che devono essere di preludio ad altro: a vivere con consapevolezza ogni momento della vita, e cogliere, nella ordinaria quotidianità, momenti di ineffabile splendore. Ed è tutto qui, adesso. Senza andare lontano. Non è un’utopia, è possibile, ma senza fretta, con un costante e duro impegno, con tutta la fatica che comporta prendere le redini della propria vita.
Un’ultima considerazione: credo che sia importante sfatare, in ambito yogico, l’idea che la via della consapevolezza, l’anelito alla serenità e all’equilibrio sia una prerogativa esclusiva di questa disciplina. Per fortuna non è così. Ogni persona di fede, se la fede è autentica, qualsiasi sia la sua religione, dovrebbe essere in un cammino di ricerca, dovrebbe tentare di elevarsi trovando al contempo la serenità data dall’avere risposte sui dolori della vita e sulla sua fine.
Per fortuna ci sono anche persone atee che raggiungono la serenità avendo saldi riferimenti, solidi principi e il desiderio di vivere l’esistenza cercando di progredire sempre, di imparare sempre con l’innata o conquistata capacità di vivere ogni giorno come opportunità di crescita personale e di impegno solidale. Ma soprattutto io credo che tutti, ma proprio tutti, possano evolvere, per quel margine che è possibile per ciascuno di noi. Un messaggio di speranza in questi tempi bui.

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