«Ci rivolgiamo al passato soltanto per apprendere qualcosa sulle possibilità dell’esistenza umana che siano riproponibili anche nel presente».
Mircea Eliade, Enciclopedia delle religioni, Jaca Book, Milano 1995 2007, volume 5, pp. 151-152.
Si può avere esperienza delle verità dello yoga solo attraverso la percezione diretta e non attraverso il ragionamento deduttivo. È certamente così. Ma è altrettanto vero che, per orientare l’esperienza, la conoscenza rappresenta una guida indispensabile.
Bisogna innanzitutto fermarsi e chiedersi cosa intendiamo per “pratica yogica”: una sequenza di posizioni del corpo che mirano a un assetto posturale, l’imitazione di ciò che fa l’insegnante, la ripetizione meccanica di sequenze trovate su un libro o su un social, un metodo per rilassarsi, una via trasformativa. Se si considera quest’ultima opzione, ci si troverà a scoprire le molteplici possibilità che questa disciplina mette a disposizione, al di là della flessibilità del corpo, ma il rischio di smarrire la rotta è altissima e il supporto dell’insegnante è fondamentale per sapere dove dirigere le proprie energie e dove focalizzare l’attenzione.
Un’altra opzione può essere quella di rivolgersi direttamente alle fonti del passato, ma come può un testo scritto migliaia di anni fa essere utile a noi individui del XXI secolo? Mircea Eliade, storico delle religioni e antropologo originario della Romania (1907-1986), ci suggerisce che la storia ha il potere di insegnare per il presente e per il futuro e quindi nei testi del passato è possibile ritrovare il riflesso delle nostre attuali possibilità.
Allora, forse, ha senso imbattersi in testi che sono impegnativi, spesso difficili da comprendere e che richiedono pazienza e dedizione, ma che hanno condotto a importanti riflessioni su quello che è la percezione, l’attenzione, la motivazione, la memoria, la relazione tra mente e corpo, l’intuizione e la coscienza, mostrando come la mente generi, alimenti, governi e al tempo stesso limiti questi processi: pagine su cui si possono leggere alcuni quesiti alla base dell’esistenza:
Quali sono le radici della sofferenza umana?
Possono essere sradicate?
Si può giungere a una liberazione?
Si può essere ancorati nei momenti difficili della vita?
Uno di questi libri a cui fare riferimento è Yoga Sutra di Patanjali, una raccolta di 196 aforismi (brevi frasi molto dense), spesso accompagnati da lunghi commenti che cercano di interpretarne il significato. Questo testo propone una sistematizzazione del percorso dello yoga volto alla liberazione. Ma da cosa? Da tutte quelle che sono le fonti di condizionamento che ci portano a pensare, ad agire e a relazionarci in modo schematico, ripetitivo e condizionato e che generano la sofferenza di sottofondo che vive in noi. E questo riguarda tutti e tutto: dalle scelte più importanti a quelle più leggere e quotidiane.
Le azioni che compiamo, sono influenzate dal contesto sociale, familiare, lavorativo, relazionale nel quale siamo nati, cresciuti e viviamo. Molte delle nostre scelte nascono dall’adesione a quel sistema oppure dal desiderio di prenderne le distanze: dagli studi intrapresi, alla scelta del lavoro, del cibo, a dove acquistiamo e scegliamo gli abiti che indossiamo, al quartiere, città e nazione in cui scegliamo di vivere, alla scelta dell’auto, dei libri, del come decidiamo di trascorrere il tempo libero e tanto altro.
In cosa siamo realmente liberi e non mossi da condizionamento e identificazione?
Anche quello che mettiamo in atto durante la pratica di yoga nella relazione con il corpo, con la mente o con il respiro è frutto di schemi abitudinari: il rischio è quello di imbattersi in un cammino che, nel tempo, cristallizza i nostri automatismi portandoci a essere più egoici e autoreferenziati. È difficile rendersene davvero conto, richiede di mettersi in gioco: è un lavoro arduo che richiede determinazione, coraggio e molta pratica (abhyasa). Per questo lo studio dei testi non è accumulo di nozioni. È, piuttosto, studio di sé attraverso i testi (svādhyāya).
Il sistema dello Yoga come lo propone Patanjali negli Yoga Sutra, può fornire una mappa che orienta, una direzione per il viaggio da intraprendere volto alla conoscenza di sé che riduce i filtri critici, giudicanti e condizionanti del nostro sguardo, e un sostegno per nutrire una visione che ci accompagna nella comprensione delle radici della sofferenza. Ci propone di guardare alle nostre esistenze e credenze e alle loro fondamenta con uno spirito più oggettivo, di considerare i pensieri come eventi mentali e non come verità assolute; ci sostiene nell’avere più lucidità e chiarezza nel riconoscere quanto giudizio, pregiudizio e aspettativa ci sono nei nostri occhi, anche quando li chiudiamo e iniziamo ad ascoltare in modo profondo e con attenzione. Un’attenzione che è spesso minata da stimoli continui di pensieri, ricordi, preoccupazioni, progetti: è così per tutti. E Patanjali ci racconta, sutra dopo sutra, come funziona questa mente, cosa la fa distrarre, cosa la alimenta, quali stimoli produce, cosa nutre le paure, le emozioni e quali sono le tipologie di pensiero che la caratterizzano.
Ci fa vedere come passiamo da un argomento all’altro senza controllo, rincorrendo continuamente ciò che è piacevole e che crediamo ci renda felici (rāga) e evitando quello che ci affatica e ci intristisce (dveṣa): rendendo evidente come quando otteniamo qualcosa che desideriamo, la soddisfazione dura poco e ricominciamo la rincorsa verso un nuovo obiettivo, trovandoci sopraffatti da questo rincorrere incessante in una direzione o nell’altra.
Questo manuale non ci mostra in quale posizione dobbiamo mettere il corpo, ma ci accompagna nel comprendere come dobbiamo starci a livello di presenza, riconoscendone i limiti e le potenzialità. Poi tocca a noi, e solo a noi sperimentare ciò che abbiamo appreso e comprendere con umiltà attraverso l’ascolto e l’osservazione disincantata e maturata nel tempo, innanzitutto la consapevolezza del caos che regna in noi; senza nutrire l’ambizione di conquistare qualche meta, ma diventando osservatori attenti di quello che accade ad ogni respiro e ad ogni momento che viviamo. Imparando a stare “con quello che c’è” e non con il “come dovrebbe essere”: da qui parte l’azione trasformativa della pratica. Nulla è scontato o meccanico ed è talmente semplice che è difficilissimo, ma vale la pena provarci e un testo, di migliaia di anni fa, può essere un buon supporto.
Sul mercato se ne trovano molte versioni e, naturalmente, ogni traduzione, ogni riflessione fatta da chi commenta, porta quella parte umana che lascia le sue impronte interpretative. Possono differire anche molto se proposti da un maestro indiano, da un accademico italiano, europeo o americano, da un monaco benedettino, da uno psicoterapeuta o da un praticante/insegnante di yoga. In India, in alcuni ashram, vengono proposte sessioni durante le quali i brevi sutra vengono ripetuti come mantra, uno dietro l’altro, perché se ne possa cogliere la vibrazione e l’essenza pura al di là di qualsiasi interpretazione.
Un suggerimento può essere quello di prendere questo testo, leggerlo, magari curiosare tra diversi commentari e poi lasciarlo sedimentare, per poi riprenderlo dopo tempo e vedere cosa matura in noi. Ogni ritorno a questi aforismi stupisce sempre, rivela qualcosa che prima era rimasto invisibile, mettendo in luce la forza dei grandi testi.
Non cambiano loro, cambiamo noi. E, nel nostro cambiamento, si traccia il cammino verso la libertà.

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