Seconda puntata
Nel suo libro «Lezioni pratiche di yoga» scritto nel 1929, Swami Sivananda divide la pratica in 12 argomenti. Dopo la pratica di āsana, descritta nel VII capitolo, Sivananda parla del prānāyāma, seguendo la successione classica dei rami di Patañjali.
Il respiro è «prāna grossolano», ma se portiamo la consapevolezza sull’azione respiratoria possiamo tramutarlo in controllo del prāna sottile, cioè in prānāyāma. Mentre i sensi si sviluppano quando nasciamo, il prāna inizia dal momento del concepimento. Come dicono le Upanisad il prāna è superiore alla mente e ai sensi ed è presente anche durante il sonno. Il prāna è il legame fra il corpo fisico e quello astrale. Quando moriamo avviene la separazione fra questi due involucri, a causa del deterioramento del corpo di energia. Il prāna è ovunque, è vitalità cosmica e individuale, è magnetismo, elettricità, è la forza che fa battere il cuore. La respirazione ci permette di assorbirlo e smistarlo, trasportandolo all’interno dei cinque kośa (i cinque corpi dello Yoga, ndr).
Per Sivananda col prānāyāma possiamo accumulare il prāna anziché disperderlo. Ci vuole tempo, perseveranza, pazienza. Lo scopo delle pratiche è l’unione di prāna e apāna, le due energie contrapposte, per favorire la risalita verso l’alto della Kundalini Sakti. Un obiettivo che coincide con quello dello Hatha Yoga: quando citta viene assorbita in sushumna nadī il prāna si stabilizza. Sivananda raccomanda di praticare āsana e prānāyāma insieme, per potenziare l’effetto stabilizzatore e purificatore delle pratiche.
Il prānāyāma si compone di tre processi: puraka, l’inspiro. Kumbhaka, la ritenzione. Recaka, l’espiro. Ogni volta che facciamo kumbhaka aggiungiamo secondi alla nostra vita. La proporzione ideale dei tre processi segue il rapporto 1-4-2. Sivananda raccomanda una respirazione così divisa: inspiro 12 -ritenzione 48 – espiro 24. Siccome è piuttosto impegnativa suggerisce di iniziare con una respirazione divisa in fasi più agevoli: 2-8-4, e poi aumentare i tempi, rispettando la proporzione.
È importante ricordare che il prānāyāma va condotto «senza emettere suono», quindi niente sbuffi e niente sfiati. L’obiettivo è cogliere il momento del salto fra lo scambio di elementi chimici e la dimensione energetica, altrimenti la pratica del prānāyāma non ha molto senso, rimane in superficie. Quando il prānāyāma viene perfezionato si arriva alla concentrazione (dhārana) e al controllo mentale. Alla fine del capitolo Sivananda propone ben 15 pratiche progressive di prānāyāma che conducono al kevala kumbhaka, che consiste nel momento in cui la respirazione cessa. È il passo che può precedere la super coscienza, lo stato di samādhi. La ritenzione del soffio, il kumbhaka, può essere sahita o kevala. Sahita è associato alla respirazione, allo scambio gassoso. Kevala no. Kevala ha a che fare col prāna, col livello sottile, energetico. Il kevala kumbhaka risveglia la Kundalini Sakti ed è associato allo stadio di raja-yogi.
La lezione numero VIII parla di dhārana, solitamente la traduzione di questa parola è: concentrazione, è il sesto gradino della scala yogica. Per Sivananda «l’attenzione è il convergere della mente su un oggetto». L’attenzione è paragonata alla percezione cosciente, all’energia mentale che converge su un punto. C’è uno sforzo, almeno all’inizio. Può essere interna o esterna, volontaria o involontaria, può essere provocata dalla bellezza dell’oggetto, dall’interesse, dalla volontà, dall’allenamento, dalla pratica. Per essere attirati da qualcosa ci vuole entusiasmo, interesse, desiderio, scopo, ambizione, sapere, visione. Se una cosa ci interessa o ci piace siamo attenti. Se qualcuno ci interessa lo cerchiamo. Lo chiamiamo. Non ci possono essere distrazioni, dubbi o alibi. Il fatto che comunemente siamo pigri, aspettiamo che le cose ci trovino anziché fare il primo passo, non è molto “yogico”. La nostra attenzione fluttua, vacilla, si sposta da un oggetto all’altro. Cerchiamo in prevalenza il piacere mondano, la gratificazione immediata, la scarica di dopamina (i social media lo sanno molto bene). Tutto questo è incompatibile con lo yoga.
Bisogna dirlo chiaramente. Lo Yoga è un faticoso lavoro individuale di imbrigliamento della mente subconscia. Per lo Yoga, così come per Freud, è evidente quanto il nostro mentale «non sia padrone a casa propria». È l’inconscio a comandare, a decidere come noi agiamo. Sono i samskara, le vasāna, le impronte karmiche delle vite precedenti a direzionare la nostra vita. Non tutti possono pagare un analista, però tutti possono praticare Yoga. La pratica parla al subcosciente quando l’intenzione è chiara, alta e ben condotta. Connettersi alla propria dimensione sottile significa cogliere le forze biologiche e riproduttive che ci animano e che dirigono la nostra vita. Secondo lo yoga nel samyama (cioè nello stato coscienziale supremo, che unisce concentrazione, meditazione e samādhi) si ottiene «la conoscenza delle vite precedenti». Sono “paroloni” che, per chi non pratica assiduamente e seguendo i testi, possono sembrare illusioni per allocchi. Invece, conoscendo Patañjali, tutto segue un filo conduttore serio e preciso.
Nel descrivere dhārana Sivananda fa un’ampia argomentazione sulla mente. Essa è un potere di ātman. È l’insieme dei pensieri e delle abitudini. Crea e distrugge. Può essere più o meno sviluppata. È il potere più grande che c’è sulla Terra. Tutto ciò che vediamo è il mentale, sotto forma di oggetti che impattano su di noi. Il cervello è la sede della mente durante la veglia. Il cervelletto durante il sonno. Il cuore nel sonno profondo. La mente diventa ciò che pensa. Quindi occorre focalizzarsi sul bene, coltivare pensieri sattvici, essere felici. Per avanzare nella pratica Yoga e nella vita occorre non parlare mai male degli altri, anzi, sempre elogiare. Quante volte ci capita in un giorno? Pensiamoci bene, ne siamo davvero capaci? A volte ci viene automatico sminuire qualcuno. Sivananda ci invita a mettere in pratica una cosa che possiamo fare più volte al giorno, fuori dal tappetino: rinunciare alla maldicenza, ridurre l’ego, spegnere il pensiero profano e la conseguente parola cattiva di troppo. Eliminare le idee confuse, le ansie, i pensieri nefasti. Piuttosto coltivare pensieri positivi, essere felici. Sivananda ritiene fondamentale l’osservazione delle trasformazioni della mente, lo sviluppo delle capacità introspettive. A che serve esercitare ahimsa nell’essere vegani, e nutrirsi di alimenti «sattvici», se poi siamo inclini alla maldicenza, alla collera e al risentimento? «Passati una mano sulla coscienza», o «fatti un esame di coscienza» si dice in gergo, quando si vuole invitare qualcuno a riflettere sulle azioni, sui comportamenti o su decisioni ancora da prendere. Praticare significa anche fermarsi e osservare cosa crediamo di dover volere (o essere) e cosa, invece, vogliamo (o siamo) davvero. A volte l’atteggiamento yogico prevale sulla reale e spontanea condivisione dei principi yogici. Non c’è niente di male nel riconoscere che non siamo affatto tutta questa santità e perfezione, anzi, la sincerità, l’umiltà e «gli esami di coscienza» sono armi potentissime che portano nuovo vigore alla pratica.
Ritornando su dhārana, Sivananda puntualizza che all’inizio è una pratica difficile, e per questo molte persone l’abbandonano. Raccomanda di concentrarsi all’inizio su oggetti piacevoli e poi, col tempo, su qualsiasi cosa. La mente per sua natura è velocissima a passare da un oggetto all’altro e i primi esercizi consistono nel dirigerla solo su un oggetto, che può essere una cosa materiale, tipo una mela, o un concetto, tipo la pace, o un elemento sottile come un cakra. Restringere il campo dell’attenzione senza far sorgere nuovi pensieri o desideri, «imparare a ucciderli all’istante». La pratica è padroneggiata quando non «c’è più lotta» nel portare la mente verso l’interno. A questo punto, dallo stato mentale di ekagrata (la mente fissa su un punto), si procede verso nirodha, la restrizione totale, la cessazione delle cittavritti. Il capitolo si conclude con dieci pratiche di dhārana, di difficoltà crescente.
( 2. Continua)

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