Negli ultimi due mesi qui su Rispirazioni si è parlato diffusamente del momento di crisi e della “deriva” dello yoga contemporaneo. Ma esiste il “vero yoga”? E, se sì, qual è? E qual è quello falso? Ogni praticante del mondo avrebbe una sua risposta. Tutto si condensa nella traiettoria che si dà alla pratica. Tu, nel tuo yoga, che obiettivo hai? Perché stai praticando? A che scopo? Oggi la sfida che deve compiere l’hatha yoga è molto più ardua rispetto al passato. Perché conosciamo solo l’acceleratore e freniamo solo in casi eccezionali...
Nel libro del 1929, Sivananda descrive gli stadi dello yoga interno: qui parliamo della concentrazione alla meditazione (dhyāna), fino al samādhi, stato supremo di unione con il Sé. Fornisce indicazioni pratiche su luogo, postura e progressione, sottolineando l’importanza della calma mentale. La meditazione purifica, scioglie l’ego e porta alla conoscenza intuitiva. Vengono trattati anche kundalini ed energia vibratoria, fondamentali per equilibrio, salute e crescita spirituale
Nel suo Lezioni pratiche di yoga (1929) Sivananda dedica ampio spazio a prānāyāma e dhārana, seguendo i rami classici dello yoga. Il respiro, da funzione grossolana, diventa strumento di controllo del prāna sottile, energia vitale che unisce corpo fisico e astrale. Attraverso pratiche graduali di inspiro, ritenzione ed espiro, si accumula prāna e si favorisce il risveglio della Kundalini. Il perfezionamento del prānāyāma conduce alla concentrazione e al controllo mentale. In dhārana l’attenzione viene educata a fissarsi su un solo oggetto, superando distrazioni e automatismi. Per Sivananda lo yoga è un lavoro rigoroso sulla mente e sul subconscio, fondato su disciplina, introspezione e trasformazione etica



