Negli ultimi due mesi qui su Rispirazioni si è parlato diffusamente del momento di crisi e della “deriva” dello yoga contemporaneo. Sono state fatte diverse analisi e sono emerse diverse prospettive. Il verdetto, pressoché unanime, ha evidenziato, fra i vari colpevoli, le troppe “formazioni” scadenti, l’eccessiva offerta di nuovi “stili” di yoga sempre più personalizzati e bislacchi, e un generale arretramento delle autentiche tradizioni in favore di uno “yoga” da postare su Instagram. Quando si parla di yoga, specie fra chi lo studia e lo pratica da tempo, si genera l’automatica tendenza a ridefinire cosa sia lo yoga. E talvolta, sicuramente presi dal fervore e dal desiderio di proteggere il proprio personale percorso, se ne parla come del “vero yoga”. Un po’ come quando parliamo del nostro dentista e del nostro fisioterapista, che in assoluto sono i più bravi e professionali di tutto il mondo.
Ma esiste il “vero yoga”? E, se sì, qual è? E qual è quello falso? Ogni praticante del mondo avrebbe una sua risposta. E anche chi non pratica potrebbe dire la sua in merito, perché “lo yoga” ormai è dappertutto; a volte in tv ci sono anche quattro o cinque pubblicità contemporaneamente che mostrano qualcuno in āsana o in meditazione. Il nostro professore di filosofia, Gianni Pellegrini, ci ha insegnato che il significato di una parola dipende anche, se non soprattutto, dal contesto sociale e culturale in cui quella parola viene usata. E dunque se oggi, per milioni di persone nel mondo, lo yoga è una pratica ginnica dinamica e intensa, bisogna aggiungere questo agli altri significati della parola. Aggiungere. Non sostituire o sovrapporre. Aggiungere.
La stessa cosa succede, per esempio, col sushi: ormai si chiama sushi anche qualcosa fatto con l’avocado e il Philadelphia. Questa cosa per alcuni è un autentico orrore. Però è innegabile che, anche senza contenere riso né pesce, un certo tipo di pietanza, servito in un certo modo e in certi contesti, viene riconosciuto da molte persone come sushi. Quindi è sushi. Nel caso dello yoga oggi i significati prevalenti della parola sono: pratica fisica, pratica di benessere, pratica meditativa… ecco che si apre un’altra lista altamente soggettiva di definizioni. Ma se torniamo indietro nel tempo vediamo che la parola yoga ha significato migliaia di cose nel corso della sua lunghissima esistenza, il che lascia intendere che continuerà a farlo, trasformandosi in base all’evoluzione (o involuzione) del contesto socio-culturale in cui viene usata.
Per Patañjali, il geniale sistematizzatore di tutto lo yoga precedente al 375, e padre dello Yoga classico, la parola yoga proviene da tre radici omofone che significano “metodo, disciplina e samādhi”. Ma allora se yoga vuol dire metodo anche la dieta alimentare è uno yoga. Se yoga vuol dire disciplina allora anche il karate è uno yoga. Sì. E anche lo yoga che noi “puristi” non consideriamo yoga è uno yoga, se diamo a questa parola il significato di metodo o disciplina. Un metodo che è asservito a uno scopo diverso da quello dello Yoga classico. Lo yoga che intende Patañjali, e a cui ci riferiamo noi che lo insegniamo in un certo modo, seguendo certi lignaggi, si distingue dagli altri yoga, del suo e del nostro tempo, per una questione di direzione e di intenzione che hanno a che fare con la sua terza definizione: samādhi, ovvero lo stato mentale in cui non vi è più dualità e conflitto.
In sostanza tutto si condensa nella traiettoria che si dà alla pratica. Tu, nel tuo yoga, che obiettivo hai? Perché stai praticando? A che scopo? Quando sono nati lo Yoga classico e lo Hatha yoga le persone erano immerse in una cultura di grande spiritualità e le pratiche servivano a connettere l’individuo col divino. Oggi la spiritualità nelle vite della maggioranza delle persone è pressoché assente e questo si riflette sulla pratica dello yoga moderno posturale (definizione dell’indologo Mark Singleton), che viene usato per un altro culto: quello del corpo.
Tuttavia non dobbiamo fare l’errore di considerare lo Yoga classico, cioè gli insegnamenti dei sutra di Patañjali, e le pratiche medievali di Hatha yoga come qualcosa di cristallizzato nel passato o di anacronistico, né tantomeno di rigido e intoccabile. E nemmeno di riservato a pochi. Patañjali sapeva benissimo che raggiungere lo stato mentale di samadhi è, non solo difficile, ma soprattutto altamente soggettivo, perché esistono diverse tipologie di individui. Allora offre diverse strategie e illustra diversi livelli di samādhi (dal samprajnata-vitarka all’asamprajnata, al nirbija samadhi, al dharma mega samadhi). Ciascuno raggiungerà quello che potrà, con i mezzi che la pratica che fa gli consentono, per dirla alla Roosevelt (YS I-22 mrdu-madhyadhimatratvat tato ‘pi viśesah).
Questa elasticità la ritroviamo anche agli albori dello hatha-yoga, in un manuale di insegnamenti yoga, composto in sanscrito intorno al 1050: l’Amṛtasiddhi. Il testo è il primo ad insegnare un metodo fisico di yoga con dettagli senza precedenti, ed è il primo a collocare nel corpo fisico gli elementi naturali (Sole, Luna e Fuoco) già presenti nella fisiologia tantrica. L’Amṛtasiddhi elenca quattro categorie di persone (deboli, mediocri, eccellenti, straordinarie) che, in base alle loro caratteristiche e capacità, padroneggiano i quattro stadi della pratica yoga in tempi diversi. Il primo stadio della pratica (ārambha) serve a portare il respiro al centro e a perforare il nodo di Brahmā. Nel secondo stadio (ghatā) la postura diventa stabile e il respiro penetra il centro. Nel terzo stadio (paricaya) si manifesta, “come il Sole nell’oscurità”, la Beatitudine Innata (sahajananda) che genera il samādhi: la mente diventa perfetta e rimuove ogni sofferenza. Con la perforazione del nodo di Rudra, il respiro ha raggiunto ogni cellula del corpo e la mente diventa pura luce. Lo yogin esce dal corpo attraverso l’apertura di Brahmā, ed entra nel quarto stadio (nispannah), diventando un Siddha, un immortale ricettacolo di ogni immaginabile potere.
Lo Yoga classico e lo Hatha yoga parlano di perfezione, immortalità e poteri. Ma questi concetti non riguardano il corpo fisico. Gli antichi yogin non vedevano l’ora di trascenderlo, di toglierselo davanti, questo supporto sacro e indispensabile, ma che rappresenta un grosso intralcio per il raggiungimento degli stati di meditazione e contemplazione (samyama). Oggi invece il corpo fisico è la prima cosa a cui si pensa e con cui ci si identifica. Si spendono miliardi per palestre, trucchi, diete, ritocchi estetici e quant’altro l’industria del “benessere” ci proponga per modificarlo e conformarlo a certi criteri. Inevitabilmente anche lo yoga è finito in questo calderone di proposte. Certo, usare l’hatha yoga per rassodare muscoli e diventare magri e belli si può senz’altro fare, così come si può mescolare la minestra col bastone da passeggio. Non è quello lo scopo per cui è stato progettato, cioè dare stabilità alla mente tormentata, ripristinare l’equilibrio fra le energie vitali e favorire l’elevazione spirituale dell’individuo. Si tratta di roba seria e la nostra non è un’epoca che predilige, o premia, le scelte difficili.
Oggi la sfida che deve compiere l’hatha yoga è molto più ardua rispetto al passato. Anche solo rispetto a come funzionavamo negli Anni 50 e 60. Oggi perfino gli stati più “facili” di samadhi sono impegnativi da raggiungere, perché le nostre menti sono sovraccaricate, iperstimolate, eccessivamente condizionate. I nostri corpi sono stressati da orari lavorativi e incombenze familiari che sembrano non finire mai. Alimentarsi in modo sano è molto difficile e faticoso. Dormiamo male e abbiamo il sistema nervoso in perenne stato di allerta. E, diciamola tutta, viviamo in un mondo comandato da pazzi. È ovvio che quando arriviamo sul tappetino ci va di lusso se riusciamo a sbloccare un pochino il diaframma e ad abbassare un pelino le spalle. Ma non è lo yoga che non funziona. Siamo noi a essere completamente sregolati. Abbiamo introiettato così tanto il modello delle macchine che crediamo di poter e dover funzionare allo stesso modo. Conosciamo solo l’acceleratore e freniamo solo in casi eccezionali. Per questo una malattia, un banale impedimento o un contrattempo ci mandano completamente in tilt. Per questo lo yoga dove si impara a fermare il corpo e la mente non è diffuso come quello “ginnico”. Non siamo educati a dare valore all’immobilità, all’ascolto percettivo del corpo, all’incontro, alla riflessione. Anzi rifuggiamo da tutto questo nell’illusione che il rilassamento possa avvenire attraverso una pratica dinamica che ci sfianca. Ma noi non siamo macchine e se davvero ci sta a cuore il nostro essere unici e completi la nostra pratica yoga può andare solo nella direzione suggerita da Patañjali: yogacittavrttinirodha.
(segue…)

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