Per l’Occidente la musica indiana nel Novecento ha un solo nome: Ravi Shankar. Virtuoso del sitar, compositore, insegnante e ambasciatore culturale, Shankar è stato l’artista che più di ogni altro ha contribuito a far conoscere la tradizione musicale dell’India a Ovest dell’Indo. La sua figura ha rappresentato un ponte tra mondi apparentemente lontani, tra spiritualità e sperimentazione, tra la rigorosa disciplina della musica classica indiana e le nuove sensibilità artistiche del secondo Novecento.
Nato il 7 aprile 1920 a Varanasi, una delle città più sacre dell’India, Ravi Shankar trascorse l’infanzia in un ambiente culturalmente ricco. Fin da giovane entrò in contatto con la musica e la danza grazie alla compagnia artistica diretta dal fratello maggiore Uday Shankar, celebre danzatore che portò in Europa e negli Stati Uniti spettacoli ispirati alle tradizioni dell’India. Durante gli anni trascorsi in tournée in Occidente, il giovane Ravi entrò in contatto con la cultura europea, ma fu il ritorno alle proprie radici a segnare definitivamente il suo destino. Nel 1938 decise infatti di dedicarsi completamente allo studio del sitar sotto la guida del grande maestro Allauddin Khan, una delle figure più autorevoli della musica classica indiana. Il periodo di formazione fu estremamente rigoroso: per anni Shankar si immerse nello studio delle strutture melodiche dei “raga” e dei complessi sistemi ritmici della tradizione indiana.
Negli anni Cinquanta iniziò a costruirsi una carriera internazionale. La sua musica affascinava non soltanto per la straordinaria abilità tecnica, ma anche per la capacità di trasmettere un senso di profondità spirituale che molti ascoltatori occidentali percepivano come qualcosa di nuovo e sorprendente. In un’epoca in cui l’India era spesso osservata attraverso stereotipi esotici, Ravi Shankar offrì una visione autentica e colta della sua tradizione culturale.
La svolta mondiale arrivò negli anni Sessanta. I suoi concerti conquistarono il pubblico europeo e americano e contribuirono a suscitare un interesse crescente verso la cultura orientale. La sua partecipazione al celebre Monterey Pop Festival del 1967 rappresentò un momento storico. Per la prima volta milioni di giovani occidentali scoprirono la musica classica indiana non come semplice curiosità etnica, ma come una forma d’arte di altissimo livello. Due anni dopo prese parte a Woodstock, il festival simbolo della controcultura giovanile.
Sebbene la partecipazione di Ravi Shankar al Festival di Woodstock del 1969 sia entrata nell’immaginario collettivo come uno dei momenti simbolo dell’incontro tra la cultura indiana e la controcultura occidentale, il musicista conservò di quell’esperienza un ricordo tutt’altro che entusiasta. Nella sua autobiografia «Raga Mala», pubblicata nel 1997, racconta di essersi sentito profondamente a disagio di fronte all’atmosfera che circondava il festival. Per Shankar la musica era una disciplina spirituale fondata sull’ascolto, sulla concentrazione e sul rispetto reciproco tra artista e pubblico; a Woodstock, invece, ebbe l’impressione che l’attenzione fosse rivolta soprattutto al fenomeno sociale, all’euforia collettiva e al diffuso consumo di droghe. Osservando la folla seduta nel fango dopo la pioggia, arrivò a paragonarla ironicamente ai bufali d’acqua che aveva visto in India immersi nelle paludi. Negli anni successivi dichiarò apertamente di essersi pentito della partecipazione, sostenendo che la realtà del festival fosse molto diversa dall’immagine idealizzata costruita in seguito. Questo episodio rivela una sfumatura importante della sua personalità: Ravi Shankar fu certamente un ponte tra Oriente e Occidente, ma non condivise mai completamente gli aspetti più estremi della cultura hippie, preferendo difendere una visione della musica come percorso di crescita interiore e non come semplice espressione di ribellione generazionale.
Tuttavia un ruolo decisivo nella sua notorietà internazionale fu svolto dall’amicizia con George Harrison. Il chitarrista dei Beatles divenne suo allievo e contribuì a diffondere l’interesse per il sitar e per la filosofia indiana nel mondo della musica pop. Grazie a questa collaborazione nacquero alcuni dei più importanti incontri tra musica orientale e occidentale. Fu proprio Harrison a definirlo il «Godfather of World Music», il padrino della world music, riconoscendogli il merito di aver aperto nuove strade al dialogo musicale tra culture.
Nel 1971 i due artisti organizzarono il celebre Concert for Bangladesh, considerato uno dei primi grandi concerti benefici della storia moderna cui parteciparono anche Ringo Starr, Leon Russell, Billy Preston, Eric Clapton e Bob Dylan. L’evento raccolse fondi e attenzione internazionale per la crisi umanitaria provocata dalla guerra che vide poi nascere lo Stato del Bangladesh. L’iniziativa tuttavia ebbe problemi fiscali e il ricavato fu eroso dalle tasse americane, ma oltre a diventare un modello per molte manifestazioni solidali successive, i proventi del triplo album e delle successive pubblicazioni confluiscono ancora nella George Harrison Fund for UNICEF, creata per dare continuità all’impegno solidale avviato da Harrison e Shankar. Nel 2011, in occasione del quarantesimo anniversario del concerto, il fondo promosse una campagna di raccolta fondi a favore dei bambini del Corno d’Africa colpiti da una grave carestia, riuscendo a raccogliere oltre 1,2 milioni di dollari.
Accanto all’attività concertistica, Ravi Shankar sviluppò una significativa produzione compositiva. Scrisse opere orchestrali, colonne sonore, concerti per sitar e orchestra e musiche per il teatro e il balletto. Tra queste spicca Samanya Kshati, balletto presentato in prima assoluta a Nuova Delhi nel 1961, del quale curò sia la musica sia il soggetto. Tra gli incontri che hanno maggiormente influenzato la carriera internazionale di Ravi Shankar, quello con il violinista Yehudi Menuhin occupa un posto speciale. I due si conobbero in India negli anni Cinquanta e svilupparono rapidamente un rapporto di amicizia e stima reciproca. Menuhin rimase affascinato dalla complessità della musica classica indiana e dalla straordinaria capacità espressiva di Shankar, mentre il musicista indiano trovò nel violinista uno dei primi interpreti occidentali realmente interessati a comprendere la sua tradizione senza ridurla a una curiosità esotica. Grazie anche al sostegno di Menuhin, Ravi Shankar iniziò a esibirsi nei più importanti teatri e festival europei e americani, raggiungendo un pubblico che fino ad allora conosceva poco o nulla dei «raga» e delle strutture musicali indiane.
Da questa amicizia nacque nel 1967 «West Meets East», un album che segnò una tappa importante nella storia degli scambi musicali tra culture diverse. Il disco, registrato dopo alcune fortunate esibizioni dal vivo, proponeva un incontro fondato sull’ascolto reciproco e sulla volontà di comprendere il linguaggio dell’altro. L’accoglienza fu straordinaria. L’album vinse nel 1968 il Grammy Award come miglior interpretazione cameristica e contribuì a far conoscere la musica classica indiana a un pubblico sempre più vasto. Per molti ascoltatori occidentali fu il primo contatto con una tradizione musicale millenaria presentata non come folklore o intrattenimento, ma come una forma d’arte colta e sofisticata. Ancora oggi «West Meets East» viene ricordato come uno degli esempi più riusciti di collaborazione interculturale nella storia della musica del Novecento, nato dall’incontro tra due artisti che avevano scelto la curiosità e il rispetto come punto di partenza del loro lavoro comune.
Anche la sua vita privata attirò l’attenzione del pubblico. Tra i suoi figli figurano due artiste di fama internazionale. Dalla relazione con la cantante Sue Jones nacque nel 1979 Norah Jones, una delle voci più apprezzate della musica contemporanea, con cui però si riavvicinò solo in tarda età, mei primi Anni 2000. Dalla seconda moglie Sukanya Rajan, invece, nacque Anoushka Shankar, straordinaria sitarista che ha raccolto l’eredità artistica del padre e continua ancora oggi a diffondere la tradizione musicale indiana nel mondo. Anoushka è inoltre impegnata nelle attività del Ravi Shankar Centre, dedicato alla conservazione e alla diffusione del patrimonio culturale del maestro.
Nel 1997 venne istituita la Ravi Shankar Foundation con l’obiettivo di preservare e diffondere l’opera del grande sitarista indiano, raccogliendo registrazioni, fotografie, filmati, documenti e materiali provenienti dall’archivio personale dell’artista. Negli anni la fondazione è diventata il principale punto di riferimento per studiosi, musicisti e appassionati interessati alla sua produzione artistica, promuovendo pubblicazioni, restauri di registrazioni storiche e iniziative dedicate alla conoscenza della musica classica indiana. Dopo la morte di Ravi Shankar, la gestione della sua eredità culturale è stata portata avanti soprattutto dalla famiglia, con un ruolo centrale svolto dalla figlia Anoushka Shankar. Queste parole del grande maestro riassumono bene lo spirito con cui la fondazione interpreta il suo lascito, è la seguente:
«La musica è il linguaggio dello spirito. Apre il segreto della vita portando pace e abolendo i conflitti»
La missione della fondazione è sintetizzata in una frase che compare ancora oggi nella sua presentazione ufficiale:
«Portare pace attraverso la musica».
In numerose interviste Shankar spiegò che il suo intento non era semplicemente quello di esportare la musica indiana in Occidente, ma di creare occasioni di incontro autentico tra persone e culture differenti e la fondazione continua oggi a muoversi in questa direzione, pubblicando registrazioni inedite, sostenendo attività educative e promuovendo una conoscenza della musica indiana libera dagli stereotipi esotici che spesso l’hanno accompagnata nel Novecento.
Nel 1997 ricevette il prestigioso Premio Imperiale, considerato uno dei più importanti riconoscimenti artistici a livello mondiale. Nel 2002 conquistò un nuovo Grammy grazie all’album «Full Circle: Carnegie Hall 2000». A questi premi si aggiunsero molti altri riconoscimenti, tra cui la nomina a membro onorario dell’American Academy of Arts and Letters e il massimo titolo civile indiano, il Bharat Ratna.
Ravi Shankar morì l’11 dicembre 2012 a San Diego, negli Stati Uniti, all’età di 92 anni. Con la sua scomparsa il mondo della musica perse non soltanto un interprete eccezionale, ma una figura capace di trasformare il dialogo tra culture in una concreta esperienza artistica.
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