
Chaurasi Kutiya (che significa 84 capanne), l’ashram in cui nel 1968 i Beatles fecero quello che venne definito il più importante ritiro spirituale della storia dopo i 40 giorni di Gesù nel deserto (secondo lo scrittore Philip Goldberg), sta per subire una ristrutturazione da parte dello studio di architettura HCP Design, Planning and Management Pvt Ltd.
Da qualche anno Ashram può essere visitato dai turisti, ma quello che si trovano davanti sono soltanto delle case diroccate, all’interno delle quali sono stati realizzati dei magnifici murales che ricordano la visita dei quattro musicisti.
Situato nel Parco Nazionale Rajaji, a Rishikesh, l’ashram fu fondato da Maharishi Mahesh Yogi nel 1961 a una donazione di una sua discepola e divenne un importante centro di meditazione. Durante il ritiro però il rapporto tra Maharishi e il quartetto di Liverpool si incrinò, a causa di alcune maldicenze messe in giro da un collaboratore della band che era diventato geloso della confidenza che i quattro avevano instaurato con il guru. «Abbiamo commesso un errore», dissero frettolosamente. Tuttavia molti anni più tardi McCartney, Harrison e Starr si scusarono, si riconciliarono con il guru e lo lodarono pubblicamente.


Ma cosa facevano i Beatles nell’Ashram? Si dedicavano a pratiche spirituali, cero, ma anche alla scrittura e alla composizione di successi straordinari: praticamente tutto il White Album venne composto sulle rive del Gange. Già da tempo i quattro di Liverpool si dedicavano alla meditazione trascendentale, una tecnica meditativa inventata proprio dal Maharishi e che oggi ha come suo promotore David Lynch con la sua fondazione è un programma di finanziamento per le scuole.
Con loro c’erano anche Mia Farrow e la sorella Prudence, il cantautore Donovan, Mike Lowe dei Beach Boys e molti altri. Un raduno immortalato in tutto il mondo dalle foto di Paul Saltzman.



All’epoca si profilò anche un possibile scandalo, secondo il quale il guru avrebbe molestato la sorella di Mia Farrow, Prudence, ma la stessa donna l’ha ampiamente smentito, anche perché continua a praticare la meditazione trascendentale, parla di Maharishi Mahesh con amorevole rispetto e all’epoca fu quella più coinvolta nelle pratiche meditative che avvenivano nelle 84 capanne a forma di trulli. Lo racconta in una autobiografia che si chiama come la canzone che le hanno dedicato i Beatles, Dear Prudence.

Dear Prudence, won’t you come out to play
Dear Prudence, greet the brand new day
The sun is up, the sky is blue
It’s beautiful and so are you
Cara Prudence, non vieni a giocare?
Cara Prudence, saluta il nuovo giorno
Il sole è sorto, il cielo è blu
È bello e anche tu lo sei
«Ho ascoltato Dear Prudence con grande apprensione», racconta nel libro. «Alla fine della canzone, ho provato un’immensa gratitudine per il fatto che non fosse come avevo temuto (…) Non ho mai più visto i Beatles, ma Mia si è tenuta in contatto con loro nel corso degli anni. Il Dakota, la cooperativa di New York City in cui vive ancora la famiglia di John, è proprio accanto a quello che era il condominio di mia madre. (…) Per anni ho avuto sentimenti contrastanti nell’ascoltare la canzone. C’erano molte voci e incomprensioni sul perché l’avessero scritto, e volevo tenere il dramma a distanza. (… ) Dear Prudence incarna lo spirito dell’India e, in particolare, il corso del 1968 a Rishikesh. Mi sono sentita onorata e privilegiata. George aveva ragione quando ha detto che si stava svolgendo una rivoluzione della coscienza, e stava iniziando con la generazione degli anni ’60. I Beatles, la loro musica e Dear Prudence abbracciano questo spirito».
L’avventura indiana dei Beatles è raccontata in modo magistrale in un bellissimo film I Beatles e l’India, disponibile su Raiplay.
Tutte le immagini sono di Mario Raffaele Conti (Copyright).
Ti sei mai sentito o sentita a pezzi? Se non ti è mai accaduto, è come per chi non ha mai la febbre, non è detto che faccia bene. Sai quando affiora quella sensazione di sgretolamento, di terremoto dentro e fuori di te? A me è successo e vi racconto le difficoltà e i doni di questa esperienza
Quante parole sprechiamo. Quanti giudizi gratuiti diamo. Un tempo erano solo chiacchiere da bar, ora con i social stiamo inquinando il mondo. Eppure se prima di parlare, provassimo a fermarci e a immedesimarci almeno un po’ in ciò di cui stiamo per dire qualcosa cambierebbe. E sono certa che nella maggior parte dei casi capiremmo che la scelta migliore è tacere
Swami Anandananda e Swami Shaktidhara terranno un workshop a fine marzo nel capoluogo lombardo. Un'occasione per tutti per capire che yoga stiamo praticando e che yoga è necessario per l'uomo del nuovo Millennio. Perché se lo yoga fisico sta facendo il suo tempo, è più che mai necessario recuperare il valore autentico di questa disciplina spirituale che è “integrale” e riguarda tutti gli aspetti della vita dell'uomo
È la più poetica marcia per la pace di questo secolo. Ha preso il via il 26 ottobre 2025, da Fort Worth, in Texas, e la meta è Washington D.C., lontana più di cento giorni di cammino e dieci Stati. I protagonisti sono 19 monaci di tradizione buddhista vietnamita, tutti legati al Tempio Huong Dao di Fort Worth. «Questo è il nostro contributo, non imporre la pace al mondo, ma aiutarla a germogliare, un cuore risvegliato alla volta», dicono
Certo, 2.000 guru sarebbero decisamente troppi, ma il problema è che non ce ne sono (quasi) più. Tutto è nelle mani di singole monadi, spesso egoriferite. Dove sono i confronti? I dibattiti? Le scuole? Le pubblicazioni dei congressi? Esistono solo quelle degli accademici. E questo per lo hatha-yoga è un male. Mi ritrovo spesso a pensare al futuro dello hatha-yoga (che è quello che pratico e insegno), quello che usa il corpo come strumento di indagine, è quello che ha subito maggiormente i contraccolpi della società dei consumi e del capitalismo...



