Viviamo immersi nel rumore e per esperienza diretta, constatiamo che questa condizione non fa che alimentare le nostre turbolenze mentali, i nostri pensieri ripetitivi. Trascorriamo ore connessi, illusi di avere costantemente bisogno di aggiornamenti e spesso siamo catturati dai flussi di notizie, spesso non rilevanti e soprattutto, non richiesti.
Siamo in realtà immersi come la maggioranza della popolazione, in un sistema aggressivo, irrilevante e che soprattutto, ci distoglie dal percorso di consapevolezza al quale aspiriamo. Allo stesso tempo, come insegnanti di yoga, oppure semplicemente come praticanti, abbiamo scelto di esplorare lo spazio interiore e ciò ci conduce all’esplorazione del silenzio. Il richiamo continuo degli stimoli esterni ci allontanano dalla quiete di cui abbiamo così necessità, e di cui sentiamo fortemente bisogno. Ma il percorso del praticante di yoga aspira a essere altro che questa lotta.
I testi di yoga fondanti per la nostra pratica parlano del silenzio indicandolo con il termine Mauna, il silenzio consapevole che possiamo scegliere di inserire nella vita quotidiana e ciò è infinitamente più complesso che non praticare asana regolarmente. È la vera trasformazione, cioè il Parinama di cui si parla negli Yoga Sutra.
Per sperimentare il silenzio non è necessario isolarsi in un eremo, possiamo continuare a operare nella vita reale, ma possiamo inserire brevi spazi di silenzio intenzionale nella routine quotidiana per rigenerare il sistema nervoso ed evitare lo spreco di energia vitale ritornando al nostro centro interiore.
Al fine di coltivare la nostra ricerca, possiamo scegliere di non limitarci alla pratica sul tappetino, unici momenti in cui interrompiamo il flusso delle comunicazioni che arrivano dai media. Abbiamo la possibilità di inserire nel nostro quotidiano momenti di presenza, a noi stessi; per esempio, possiamo scegliere di non lanciarci da subito di primo mattino nel mondo della connessione, ma piuttosto svolgere le nostre prime attività mattutine senza parlare, accendere la tv o controllare il telefono.
Possiamo scegliere di coltivare lo spazio interno prima di interagire con il mondo. Possiamo provare a consumare i pasti se siamo soli in silenzio concentrandoci sui sapori, sui profumi e sulla masticazione senza distrazioni visive o verbali. Ma possiamo anche scegliere quando dedicarci pienamente alla socializzazione, a interagire con la nostra famiglia e con gli amici. Possiamo anche scegliere prima di parlare, di chiederci se ciò che stiamo per dire è vero, gentile e utile e se questo test, non viene superato, scegliamo il silenzio. Pensiamo alla potenza di tali scelte nella nostra vita.
Queste scelte consapevoli richiedono molta determinazione interiore e ci allontanano dalle consuetudini sociali che ci condizionano. Esse richiedono di interrompere abitudini consolidate e ciò è complesso se non si vive isolati e si vive immersi nel mondo iperattivo che dilaga attorno a noi. Sta a ognuno di noi scegliere i cambiamenti che sentiamo di poter sostenere nel tempo, senza squilibrare inutilmente il nostro ambiente, agendo con la necessaria gradualità e delicatezza.
Alla sera possiamo decidere di spegnere i nostri dispositivi elettronici un certo tempo prima di dormire sostituendo lo scorrimento dei social con la lettura, la meditazione o il semplice ascolto del silenzio della stanza. Possiamo anche scegliere di ascoltare i suoni dell’ambiente naturale, come il suono della pioggia sui nostri ombrelli quando camminiamo, oppure il suono del vento tra le foglie.
Questi possono essere piccoli, ma preziosi momenti di presenza durante i quali evitiamo di lasciarci assorbire dai rumori consueti, scegliendo quali suoni ci raggiungono; come camminare per qualche minuto prestando attenzione unicamente al contatto dei piedi sul terreno, lasciando che la mente si adegui al ritmo del passo.
La respirazione consapevole, sostenuta dall’utilizzo della respirazione ujjayi (il respiro che si ottiene contraendo leggermente la glottide, ndr) è uno strumento potente per interrompere l’abitudine alla velocità, agli automatismi che si sono insediati nel nostro sistema corporeo quasi a nostra insaputa. Ascoltiamo i khumbaka, le pause respiratorie che ci permettono di riconoscere il giusto ritmo, quello che favorisce il benessere fisico e l’esplorazione di quel magico momento in cui non c’è urgenza e c’è il silenzio nel corpo e nella mente. Diversamente, quando siamo immersi nell’uso dei social, il nostro respiro né soffre perdendo in libertà ed efficacia. Allontanarsi dal ritmo del corpo e del respiro significa che la confusione ci sommerge e nulla sembra essere in armonia.
Nello yoga e nella filosofia vedica, il mauna non si limita all’atto di non-parlare, ma si sviluppa attraverso tre livelli di silenzio, dal più superficiale al più profondo. Un maggiore silenzio diventa una conquista graduale, man mano che la nostra mente riesce ad acquietarsi.
La mente più silenziosa non si raggiunge mettendo un coperchio sul flusso dei pensieri. È come passare da dharana a dhyana, dalla concentrazione alla meditaziome: noi possiamo creare le condizioni fisiche e interiori per raggiungere lo stato meditativo, ma questo passaggio non avviene per un atto di volontà, la magia avviene per una via che è paragonabile a come raggiungiamo il sonno profondo. Si predispone il corpo al riposo, ma il sonno profondo giunge solo quando interiormente facciamo un salto quantico e permettiamo un abbandono completo del corpo e la mente segue sperimentando una quiete di diversa natura.
Unicamente quando tutte le fonti di stimolo esterno, i rumori del mondo e persino le parole si acquietano, allora abbiamo lo spazio per esplorare il silenzio. E la difficoltà che molti di noi riscontrano è come alimentare quotidianamente la nostra sete di silenzio, e come non cedere al desiderio così dominante di seguire il rumore costante che ci circonda.
Ho fatto esperienza diretta di un ambiente meno rumoroso nella mia infanzia e adolescenza, prima che essere costantemente connessi diventasse la normalità. Non c’era Internet, la televisione era ai suoi inizi e anche chi viveva in città, poteva avere accesso a maggiore spazio fisico e interiore. La tecnologia ha sicuramente invaso gli spazi del silenzio e domina la nostra vita con rumori esterni e interni, ma è qui per restare e siamo noi a continuare la nostra ricerca di quiete.
Il prezzo da pagare per vivere con spazi di silenzio, sembra essere viaggiare controcorrente, rinunciare all’aggiornamento costante di notizie, spesso non pertinenti. Apriamo gli occhi grandi grandi per orientare la nostra attenzione alla quiete necessaria per arrivare allo stato meditativo. E qui possiamo riflettere su una consuetudine di alcune scuole di yoga di indurre la meditazione attraverso la musica soft che conduce il praticante in uno stato di rilassamento che è tutt’altro che l’autentico stato meditativo.
Vimala Thakar confronta lo stato meditativo di dhyana allo stato di sonno profondo a cui si accede non attraverso un atto di volontà. È necessario creare le condizioni perché da dharana, si possa accedere a dhyana come dal sonno leggero si fluisce nel sonno profondo. Questa è una considerazione preziosa che ben chiarisce quali siano le condizioni necessarie alla meditazione e il silenzio. È possibile accedervi dopo aver creato le condizioni che la possono favorire, proprio come il sonno profondo e il silenzio, il grande sconosciuto della nostra epoca. Spesso non ci è chiara la differenza tra il rilassamento e la meditazione, e sicuramente nello yoga contemporaneo questa differenza è tutt’altro che conosciuta e approfondita.

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Viviamo immersi nel rumore e questa condizione non fa che alimentare le nostre turbolenze mentali. Ma i testi di yoga fondanti per la nostra pratica parlano del silenzio indicandolo con il termine «Mauna», il silenzio consapevole. E per sperimentare lo non è necessario isolarsi in un eremo, possiamo inserire brevi spazi di silenzio intenzionale nella routine quotidiana. Momenti di presenza a noi stessi. Il prezzo da pagare? Viaggiare controcorrente...
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