Terza puntata
Nel suo libro «Lezioni pratiche di yoga» scritto nel 1929, Swami Sivananda divide la pratica in 12 argomenti. Gli ultimi capitoli sono dedicati agli stadi dello yoga interno. Dopo aver a lungo descritto la pratica di dhārana, Sivananda specifica che il flusso continuo dell’attenzione su un oggetto si trasforma in meditazione: dhyāna: «La meditazione di conoscenza è il flusso regolare di pensieri verso l’oggetto della concentrazione». Questo apre la porta della conoscenza intuitiva, dei poteri, che possono diventare enormi.
La meditazione – dhyāna – è il settimo anga (braccio di un corpus, ramo, ndr) dello Yoga.
Sivananda raccomanda di trovare un posto adeguato a questa pratica. Un posto puro, decorato con immagini sacre, profumato dall’incenso. L’orario migliore è al mattino prestissimo, quando la mente è incontaminata e l’atmosfera è pura «come un foglio bianco». Bisogna sedersi, con la colonna vertebrale ben eretta, concentrandosi dolcemente sulla punta del naso, sul centro fra le sopracciglia, sul loto del cuore o su sahasrāra cakra. «Scegliete un punto, restateci con tenacia e non cambiatelo più». All’inizio è utile provare le varie tecniche sui diversi punti, finché non si capisce qual è quello che ci fa progredire. La meditazione può essere saguna, cioè “con una forma”, agganciandosi a Siva, Krishna, Gesù o altri rifermenti spirituali. Oppure nirguna, “senza forma”, cioè una meditazione sulla realtà del Sé, sull’Om, sul So Ham.
All’inizio la mente vaga ma poi si fissa al centro. La meditazione taglia il nodo dell’egoismo, rompe i legami karmici. Scardina l’identificazione col corpo, favorisce la distruzione di avidya e la conoscenza diretta del sé. Con la meditazione si diventa un tutt’uno con Ātman. Durante le pratiche è interessante osservare per quanto tempo ci è possibile eliminare i pensieri legati al mondo ordinario. Osservare la mente che tende a vagare senza spazientirsi. Durante la meditazione non ci dev’essere sforzo, tensione, lotta. Bisogna rilassarsi e favorire l’ingresso di pensieri puri (sattvici) nella mente. È essenziale procedere per gradi. Sessioni troppo lunghe senza allenamento sono deleterie. Iniziare con pochi minuti, e quando sopraggiunge stanchezza o tensione, fermarsi. Aumentare i tempi solo dopo aver padroneggiato la durata precedente. Quando i tempi si allungano è opportuno cambiare la posizione del corpo: distendere le gambe, appoggiare la schiena a muro.
«La meditazione rinnova la qualità della mente». Quindi è inutile meditare se la mente è agitata, inquinata o forzata verso una condizione che non le è propria. Sivananda descrive approfonditamente gli effetti fisici della meditazione: fremiti, pelle d’oca, vari tipi di estasi, luci intermittenti, apparizione degli elementi primari (tattva), dei Deva, degli Yogi eterni. Non bisogna spaventarsi ma accogliere tutto con gratitudine. Al termine del capitolo Sivananda propone 13 esercizi di meditazione guidata.
La decima lezione riguarda il Samādhi, il frutto della meditazione. Sivananda cita due frasi della Bhagavad Gītā per definirlo: «Quando è raggiunto non vi è nulla di superiore», «quando si è stabiliti in esso egli non è toccato, nemmeno da un grande dolore». Cos’è il samādhi? Uno stato di coscienza elevatissima, in cui la mente va oltre l’intuizione e ottiene una felicità particolare. «Vede il Sé» cioè Dio, entrando in comunione con la luce delle luci. I kleśa (le afflizioni, ndr) sono distrutti, ogni imperfezione annientata, il fiume giunge al mare. L’anima individuale raggiunge l’anima universale senza più limitazioni. È uno stato non descrivibile a parole, dev’essere sentito, vissuto attraverso una pratica concreta, che parte dal corpo e lo trascende.
Il samādhi è quella condizione in cui non vi sono più desideri, invidie, dubbi, illusioni, dolori, paure, difficoltà, differenze, distinzioni, dualità. È lo scopo finale della vita.
Alcuni sinonimi di samādhi sono: intuizione, rivelazione, ispirazione…
È lo stato in cui l’oggetto della meditazione e la meditazione coincidono.
È lo stato in cui colui che pensa e il pensiero coincidono.
In cui ciò che è adorato, l’adorazione e colui che adora, coincidono.
Per Sivananda ci sono due tipi di samādhi: savikalpa, che è il samādhi “inferiore”, in cui la mente ha ancora un supporto e un’attività karmica. E nirvikalpa, in cui tutti i samskara sono bruciati, la mente non ha alcun supporto, si fonde con l’ātman e può raggiungere la liberazione. Sivananda fa un’interessante osservazione quando dice che il samādhi in realtà è uno stato coscienziale già presente in noi. La coscienza ordinaria offusca questo stato di «sopracoscienza in cui non c’è né il gioco della mente, né dei sensi» confermando lo yoga come un processo ideato più per “togliere” che per acquisire.
L’undicesima lezione riguarda “il potere del serpente”, cioè la manifestazione dell’energia della Dea Kundalini. Quest’energia si trova, compressa, in potenza, nel nostro corpo ed esprime l’energia cosmica divina. La perfezione nello yoga si raggiunge elevando questa forza, che giace in dormiveglia sul muladhara cakra, sotto forma di un serpente arrotolato. «Lo yogi in cui Kundalini si risveglia è un raja-yogi» dice Sivananda, «ha poteri divini, e manifesta tutte le siddhi (poteri) e le riddhi (poteri minori)». Ma come si fa a risvegliare questa forza? Con āsana, prānāyāma, mudra e bandha (quindi con alcuni degli elementi dell’Hatha Yoga). E anche con japa, devozione, kumbhaka e con la grazia del guru. Ci vuole perseveranza nel farsi guidare dal samādhi (e non dai poteri), e bisogna «sorridere agli ostacoli».
L’ultima lezione del libro, la dodicesima, parla delle vibrazioni spirituali dell’aura. Sivananda spiega che Dio, alla fine della dissoluzione (maha-pralaya), creò il mondo a partire dalla vibrazione OM. Ogni cosa è fatta di atomi che sono particelle che vibrano. La natura (i fiumi, il vento, la terra, le stelle…) è movimento, trasformazione perenne. I pensieri, le parole, i gesti, le azioni comuni producono vibrazioni profane che impattano sulla nostra mente, inquinandola. Per questo occorre produrre vibrazioni che ci aiutano ad armonizzare i ritmi interni con quelli esterni in modo da equilibrare tutti e cinque i kośa. Questo è il segreto per ottenere salute fisica e mentale. Con la respirazione ritmata regolare uno yogi può diffondere correttamente il prāna in tutto il corpo, sviluppare vibrazioni armoniose e riempirsi di pace.
Alcuni luoghi (come per esempio santuari, templi e chiese) sono carichi di vibrazioni positive ed elevate, pervasi di pace e gioia, saturi di riflessioni pure. Altri invece sono ostili e non permettono la meditazione. Per questo bisogna crearsi una corazza, un’aura, che ci protegge dalle vibrazioni negative. Le tecniche per creare questa blindatura sono principalmente il prānāyāma e la meditazione.
L’aura è una manifestazione della forza vitale dei nostri cinque kośa (i corpi secondo lo yoga: materiale, energetico, mentale, sottile e di beatitudine, ndr). L’aura spirituale è di colore giallo (come ci ricordano le immagini dei santi) e chiunque la può vedere a occhio nudo. L’aura del Buddha era visibile da tre miglia e quella di yogi Bhusunda da otto. Sivananda ci ricorda che con la meditazione continua tutti possiamo sviluppare la nostra aura.
In conclusione (prima dell’appendice finale che contiene diversi esercizi) Sivananda ci esorta a vivere le vibrazioni positive e ci dona la sua benedizione:
«Che lo Spirito Eterno sia su di voi».
3. Fine
Prima puntata: Sivananda, gli āsana e il risveglio della Kundalini Sakti. Clicca qui per leggerla.
Seconda puntata: La lezione di Swami Sivananda: «Cos’è davvero il pranayama». Clicca qui per leggerla.

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