Nella diffusione dei diversi stili di Yoga moderni, si è partiti dal descrivere in modo comprensibile i concetti chiave della cultura Vedica indiana, come il concetto di Brahman supremo e molti altri elementi filosofici ispirati dalle scritture sacre, gli shastra, in particolare dalle Upanishad, per renderli più fruibili a un pubblico inesperto e disabituato, con caratteristiche culturali e intellettuali profondamente diverse. Si è approdati così nel tempo a ridurre sensibilmente la componente filosofica per prediligere quella fisica, fino a giungere ad un completo disinteresse per gli elementi originari. Questa differenza è chiaramente visibile nel passaggio tra scritture antiche e moderne e tra divulgazione dello Yoga direttamente dai maestri indiani pionieri in occidente come Yogananda o Satyananda e l’attuale saturazione del “mercato” e della formazione di insegnanti Yoga.
Prendiamo come esempio un paragrafo scritto dal celebre maestro Paramahamsa Yogananda nel Il Divino Romanzo:
«Voi siete tutti dèi, ma non lo sapete. Il mare della presenza di Dio è dietro l’onda della vostra coscienza. Dovete cercare dentro di voi. Non concentratevi sulla piccola onda del corpo con tutte le sue debolezze, guardate oltre. Chiudete gli occhi e vedrete intorno a voi l’onnipresenza. Voi siete al centro di questa sfera e non appena innalzate la coscienza al di sopra del corpo e delle sue esperienze, vi rendete conto che la sfera è permeata della gioia e della beatitudine infinite che illuminano le stelle e danno forza al vento e alle tempeste. Dio è la sorgente di tutte le nostre gioie e di tutta la natura…».
Il testo si prefigge in una forma quasi poetica di stimolare l’inspirazione del lettore a cercare nel proprio profondo il senso vero della propria esistenza, ispirandosi alle conoscenze tradizionali della filosofia indiana, ma presentandole come un discorso aperto e libero da dogmi e pesanti strutture intellettive.
In un altro suo passaggio dice:
«Svegliatevi dalle tenebre dell’ignoranza. Avete chiuso gli occhi nel sonno dell’illusione. Svegliatevi! Aprite gli occhi e vedrete la gloria di Dio, l’immenso orizzonte della luce di Dio che si diffonde su tutte le cose. Vi sto consigliando di essere divinamente realisti, e troverete in Dio la risposta a tutte le vostre domande».
Questo paragrafo richiama il celebre mantra vedico: «Om purnamadah purnam idam purnat purnam udachyate purnasya purnam adaya purnam evaiva shishyate», che si traduce «Siete nati nell’oceano di nettare, non dovete permettervi di essere soddisfatti da null’altro che non sia nettare, svegliatevi, alzatevi, cercate questo nettare», a indicare come la condizione originale dell’anima sia di beatitudine eterna e che il condizionamento materiale porti da sé la perdita di questa posizione e la nascita della sofferenza nel ciclo di nascite e morti.
Inoltre, senza mai specificarne forme e attributi, Yogananda mette sempre al centro della sua scrittura Dio, scomparso dai radar culturali di qualunque livello di Yoga. Così sappiamo dalla tradizione vedica che il Brahman riveste un ruolo centrale e che le scritture che lo descrivono ci parlano di un concetto incomprensibile alla ragione e non percepibile ai sensi. Il Brahman supremo forma la base filosofica del pensiero indiano e si compenetra ai principali elementi della cosmogonia vedica, della mitologia e della sacralità rituale. Gli inni vedici delle Upanishad lo descrivono come la Luce immortale di tutte le luci, ma anche come l’oggetto della contemplazione dei Deva, i semidei indiani, mostrando come l’induismo porta in sé quella visione capace di intendere la Verità suprema come una e molteplice simultaneamente.
L’elemento mitologico mette in risalto i racconti legati alle attività dei semidei che venerano il Brahman come la fonte del loro sapere e dei loro poteri, mentre l’elemento filosofico pone l’accento sulla relazione eterna che lega l’anima individuale con l’aspetto personale e impersonale del Brahman che genera il mondo. Un altro importante maestro come Swami Vivekananda diceva:
«I desideri sono incatenati alle leggi del successo e del fallimento. I desideri devono portare l’infelicità. Il Karma-yoga ci insegna come lavorare per il lavoro in sé, non-attaccati, senza preoccuparci di ciò che si compie, ci insegna anche perché dovremmo lavorare. Il karma-yogi lavora perché è la sua natura, perché sente che è un bene per lui fare così e non ha alcun obiettivo oltre quello. La sua posizione nel mondo è quella di un donatore e non si preoccupa mai di ricevere nulla. Sa che sta donando e non chiede nulla in cambio e perciò evita la presa della sofferenza. Il macrocosmo e il microcosmo sono costruiti esattamente sul medesimo progetto».
Swami Vivekananda ha diffuso il concetto del potere della discriminazione intellettuale ispirata dalla filosofia vedica indiana per leggere le diverse realtà del mondo che condizionano l’essere. Il potere discriminativo dell’intelligenza, bhuddhi-yoga, è il medesimo descritto nel Bhagavad Gita e si basa sulla distinzione tra ciò che è materiale e ciò che è spirituale, tra anima e materia, tra temporaneo ed eterno, tra illusione e realtà. Quindi a chiosa egli aggiunge:
«La somma totale di questo intero universo è Dio stesso. È Dio, dunque, materia? No, certamente no; poiché la materia è Dio percepito dai cinque sensi. Dio percepito attraverso l’organo interiore è mente; e visto attraverso lo Spirito, è Spirito. Lui non è materia, ma tutto ciò che esiste nella materia è Lui».
Questo passaggio ci ricorda come nelle Upanishad viene ampiamente descritta la natura del Brahman, per esempio, sotto l’aspetto della cosmogonia, il Brahman viene identificato come ciò che elargisce la longevità dei semidei incaricati di governare l’universo, a partire da Prajapati Brahma, il primo essere creato, sotto al quale ruota l’anno con i suoi giorni dei cicli cosmici.
Il Brahman viene anche descritto come l’origine primordiale dei “cinque gruppi di cinque” cioè gli elementi originali che formano l’universo e non di meno dello stesso Atman, l’anima individuale che si incarna nei corpi formati dai cinque gruppi di cinque. Per tale motivo le scritture asseriscono che conoscendo il Brahman, si conosce la reale natura della creazione e si raggiunge l’immortalità poiché il Brahman è la Forza vitale della forza vitale, la Vista della vista, l’Udito dell’udito e la Mente della mente.
A corollario di questa panoramica sui grandi maestri dello Yoga moderno, citiamo Swami Sivananda, che dichiarò:
«Guarda alla vita come a un tutto. Tutta la vita è unità. Il mondo è una sola casa. Siamo tutti membri della stessa famiglia umana. Nessun essere umano è indipendente dal tutto. L’uomo crea la sua sventura separandosi dagli altri. L’unità è vita eterna. Include tutti. Abbraccia tutti. Distruggi tutte le barriere che separano gli uni dagli altri. Fa sì che tutta la vita sia sacra. Sorridi con il fiore e con l’erba verde. Gioca con le farfalle, gli uccelli e i cervi. Parla con l’arcobaleno, il vento, le stelle e il sole. Diventa amico dei tuoi vicini. Così avrai una vita grande, perfetta, ricca e piena. Realizzerai l’unità della vita».
Certamente una serie così nitida di aforismi che illustrano l’amore per la vita e il prossimo, poteva stimolare nel giovane allievo di Yoga un senso di accoglienza e accettazione tale da sentirsi a casa, nel luogo giusto. Queste semplici frasi ancora una volta sono la sintesi precisa di tutto un sapere complesso e antico che si ispira alla tradizione degli shastra:
«Il Sé e l’Anima Suprema, sono la natura essenziale dell’uomo, la coscienza comune a tutti gli esseri. Un ladro, un re, un santo, un cane, un gatto, un topo, sono essenzialmente tutti lo stesso Sé comune. La consapevolezza completa del Sé, che può essere raggiunta con lo yoga, è essa stessa beatitudine».
Questo aforisma di Sivananda ci riporta ancora una volta al Bhagavad Gita 5.18: «Vidya-vinaya-sampanne brahmane gavi hastini suni caiva sva-pake ca panditah sama-da», che si traduce come «L’umile saggio illuminato dalla vera conoscenza, vede con occhio equanime il brahmana nobile ed erudito, la mucca, l’elefante, il cane e il mangiatore di cani». Infatti Sivananda continua rivelando:
«L’ignoranza è dovuta al fatto che percepiamo la diversità invece dell’unità. L’apparente differenza fra gli individui, il mondo e il Sé è soltanto un’illusione. Questa illusione viene costantemente alimentata dalle fluttuazioni dei pensieri e dall’immaginazione della mente. Per quanto il tempo e lo spazio possono sembrare reali, essi non sono nient’altro che creazioni della mente, irreali come i sogni. Il Sé senza tempo e spazio è l’unica realtà».
Nonostante questi chiari esempi, nello Yoga contemporaneo e soprattutto nelle edizioni dei testi degli attuali maestri di riferimento così come nelle traduzioni più moderne dei testi dei loro maestri e pionieri, non si fa quasi mai cenno al Brahman e alla conoscenza che lo riguarda. Nello Yoga delle origini la pratica era intesa per realizzarlo e ciò era reso possibile partendo dalla comprensione che ciò fosse possibile soltanto attraverso il superamento della mente. Nella Shiva Samitha si dichiara che nel Brahman non vi è dualità, che la dualità è fonte di illusione che porta a credere che vi siano differenze nel Brahman, che viene descritto come simultaneamente uno e infinito.
Questa rivelazione conduce all’unità suprema, eterna, che trascende l’intelletto e a cui lo Yoga aspira di giungere. Poiché viene descritto come senza inizio ne fine, eterno, al di là dello spazio sottile, è necessaria una conoscenza intuitiva, mistica, per realizzarlo. Le descrizioni fatte nello sforzo di comprenderlo razionalmente, composte di termini “materiali” non sono sufficienti a comprendere il grande Atman eterno. Nonostante ciò il Brahman si manifesta nella forma della consapevolezza che risiede nel mezzo dei sensi, nello spazio all’interno del cuore.
Simultaneamente il Brahman è l’argine che forma il confine tra i mondi. Il Brahman controlla ogni cosa, sostiene tutti gli esseri, ma è separato da essi. Si dice che Egli sia la base dello studio dei Veda, della realizzazione dei sacrifici rituali, del compimento di atti caritatevoli e dell’austerità. Sulla base di queste dichiarazioni nello Yoga cosi come nella cultura brahminica, la pratica si fondava sulla ricerca di una vita regolata che consisteva nel godere degli oggetti dei sensi senza attaccamento, aprendo così la via per diventare un “rishi”, un saggio esperto della conoscenza del mondo. Il mondo moderno ha perduto i suoi rishi, i poetici cantori del Sé e pionieri della ricerca di una vita di condivisione e impegno verso la realizzazione comune.

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