Fingersi morti è una strategia utile nelle emergenze, ma non nella quotidianità, altrimenti si muore internamente, il che spesso può essere peggio che morire veramente. Un po’ tutti conosciamo il famoso meccanismo «fight, flight, freeze» – in italiano la reazione di attacco-fuga – che si attiva in ciascuno di noi nelle situazioni di pericolo. Molte persone che si trovano in situazioni di incombente minaccia per la sopravvivenza (incidenti, malattie gravi, catastrofi naturali, stupri…) attivano, automaticamente, una di queste tre innate modalità reattive: «combatti, scappa, immobilizzati». Sono tre opzioni che possono essere determinanti durante una situazione di grave crisi, possono, cioè, fare letteralmente la differenza fra la vita e la morte.
Nel regno animale l’immobilità spesso è l’unica carta che un animale piccolo e indifeso può giocarsi nei confronti di un predatore molto più grande di lui. Congelarsi, fermare ogni funzione vitale non indispensabile, ridurre il respiro a una presenza virtuale, dimenticarsi della sete e della fame per ore e ore. Durante l’immobilità la preda riesce addirittura a bloccare le ghiandole surrenali e a non secernere il cortisolo, che può essere “fiutato” dal predatore, rilevando la sua presenza. È una prova estrema di resistenza in cui bisogna prendere per sfinimento il predatore, per poter sfuggire alla sua presa. Immaginate che livello di sofisticatezza siamo riusciti a raggiungere, come specie, per salvarci la vita.
Sono passati 2,5 milioni di anni dal primo homo habilis, il cui cervello misurava circa 510 centimetri cubi, fino al primo homo sapiens, risalente a 200.000 anni fa, specie umana che tutt’ora ci contraddistingue. Malgrado le dimensioni del cranio siano aumentate fino ad arrivare, da un minimo di 950 a un massimo di 1.800 centimetri cubi (il che spiega, per alcune persone, molte cose), reagiamo ancora allo stesso modo allo stress. Certo, oggi non ci tocca di fuggire dall’attacco di un dinosauro e non dobbiamo percorrere chilometri e chilometri per cacciare il cibo o trovare l’acqua. Oggi siamo sottoposti a uno stress di tipo diverso, che dipende molto, anzi essenzialmente, dalla latitudine alla quale siamo nati e dall’ambiente che frequentiamo. Lo stress di chi è nato a Gaza, in Sudan o nel Sahel, per capirci, non è paragonabile con ciò che accade nelle nostre vite di occidentali privilegiati. Ma che possiamo farci, è con questa realtà che ci tocca fare i conti. Anche la nostra vita da privilegiati può essere impegnativa e piena di fatiche fisiche e psichiche. E come reagiamo allo stress dipende spesso dai condizionamenti ambientali e sociali nei quali siamo immersi.
Ultimamente si parla tanto di femminicidi e di patriarcato. Di come sia necessaria una riflessione, una RI-educazione per rivedere certi schemi comportamentali, certe cose che (vale per entrambi i generi) si danno per scontate e che scontate non sono affatto. Parto dalla semplice osservazione di alcune fra le telefonate che ricevo per le mie lezioni di yoga. E sono sicura che le mie colleghe insegnanti, a partire da quelle che scrivono insieme a me su Rispirazioni, ne avranno ricevute a centinaia, di simili.
Per la maggior parte si tratta di donne stremate, distrutte, annientate dalla fatica e dal sonno arretrato. Donne a cui , talvolta, scompare il ciclo, o che si svegliano alle 3.33 e il riposo è finito lì. E l’indomani si ricomincia: la colazione, il pranzo, la cena, cosa manca, cosa cucinare, come cucinare, quando cucinare. La spesa, il fabbisogno nutrizionale (quando è consapevole), il lavoro, il bucato, i vestiti del marito e dei figli, le chat della scuola, la pulizia della casa, un minimo di cura di sé, il fondotinta che sta finendo, la tinta ai capelli che ricrescono troppo in fretta, programmare le cene del sabato, gli incontri familiari della domenica, le vacanze. Tutto deve andare per il verso giusto, bisogna essere incanalate in un flusso che non può essere assolutamente interrotto, perché altrimenti sono guai. Semmai la catena uscisse da un dentello si affastellerebbero delle anomalie che genererebbero degli accumuli di cui dovrebbero, comunque, occuparsi sempre loro, le donne. Quindi, per carità, che nulla osi perturbare questa ruota che gira e non può, anzi non deve, assolutamente fermarsi.
Il problema è che a lungo andare la ruota queste donne le travolge, perché l’energia non è infinita, e perché nessuno può caricarsi il karma degli altri, come invece tante donne fanno. In questo Grand Carousel a volte, queste “pazze pazze donne”, provano a infilare in mezzo qualcosa per se stesse. Ma mica è una cosa facile. Il più delle volte ci arrivano attraverso un meccanismo contorto. La via più facile per farlo è, infatti, quella di ammalarsi. A un certo punto compaiono dei sintomi fisici. Colite, (conoscete donne che non hanno problemi intestinali?) gastrite, esofagite… Vengono consultati i migliori gastroenterologi, vengono fatte le indagini più accurate e le analisi più dirimenti. Risultato? Fisicamente non c’è niente che non va. Signora, è lo stress. Ma stress di che? Direbbe la suocera che ai suoi tempi sì, che c’era lo stress. E allora giù con inibitori di pompa e bustine di gastroprotettore, e fermenti lattici e antispatici. E qualche goccina per dormire non la vogliamo mettere? Ma dopo un mese siamo punto e a capo. Altri consulti, altri 150-200 euro per sentirsi dire: «Signora, provi a rilassarsi di più, a fare yoga». Ecco che arrivano le telefonate.
Una signora (cinquantenne) che mi ha chiamato pochi giorni fa, per informarsi sui miei corsi di yoga, mi ha detto: «No, no, no, alle 18 non mi è possibile, ho un figlio piccolo e a quell’ora devo portarlo al calcio. Non posso chiederlo a mio marito perché lui deve farsi le sue cose». Quindi prima dei suoi bisogni vengono quelli del figlio e del marito. Lei però sta male: non dorme, ha grossi problemi alla cervicale, a volte ha crisi di panico. Che sono un segnale di disagio enorme! Però questo può passare in secondo piano rispetto a tutto il resto, che non presenta alcuna acuità, alcuna necessità.
Una mia allieva una volta mi ha raccontato una storia emblematica. Percorrendo la Santa Croce Camerina -Marina di Ragusa (piccola digressione: si tratta di un comprensorio densamente adibito a colture serricole. Abitato da almeno trent’anni da maghrebini e immigrati, spesso irregolari, impiegati nella raccolta degli ortaggi da serra: pomodori, melanzane, peperoni e altri ortaggi che mangiamo, e mangiate anche voi al Nord a un prezzo accettabile, proprio perché ci sono queste sacche di sfruttamento) diede assistenza a una macchina in panne. Una signora col velo e il figlio di 8-10 anni, erano rimasti a piedi. Lei si fermò offrendo loro un passaggio verso il paese. «Grazie, grazie», disse la mamma, ribaltando il sedile e sedendosi dietro, cedendo il posto davanti al piccolo sultano. La mia allieva rimase basita. Ma è la stessa allieva che ogni mezzogiorno mette due pentole sui fornelli (e poi pulisce tutto) perché il marito vuole la pasta lunga e il figlio la pasta corta. Entrambi perfettamente in grado di cucinare per se stessi e per gli altri.
Un’altra allieva mi ha esplicitamente detto che lo yoga avrebbe risvegliato in lei la forza di andarsene da casa, lasciando un marito «profondamente immerso in una mentalità patriarcale», e dopo un mese e mezzo ha preferito non venire più, perché riconosceva di non avere sufficiente forza per sostenere il “dopo”. Un’altra ancora, dopo un fantastico seminario di tre giorni e due notti vissuto insieme, mi ha detto che il marito non avrebbe più accettato che facesse un’altra esperienza simile. E sì che nel frigo gli aveva lasciato tutti i pasti, con le etichette, con le date e le modalità di cottura.
Stiamo parlando di persone istruite e grandi lavoratrici. Non di sobborghi, non di quartieri degradati. Stiamo parlando di donne insospettabilmente immerse in dinamiche di «fight, flight, freeze», in cui predomina la componente freeze: fingersi morte: non sollevare discussioni, non alterare equilibri (che sono in realtà squilibri), resistere, andare avanti fingendo che vada tutto bene, negando i propri bisogni, anzi finendo per dimenticarli. I motivi sono tutti sbagliati e tutti legittimi. Non mi interessa indagarli, ciascuno guardi a casa sua. Quello che mi interessa è dire a queste donne di non arrivare ad ammalarsi davvero, sviluppando malattie serie, gravi. Di trovare la forza di fermarsi alla prima avvisaglia psicosomatica. E, senza sentirsi in colpa, riflettere su cosa deve cambiare. Molte volte non si possono cambiare le dinamiche familiari fra mariti e figli, i loro egoismi, le loro necessità. Però possiamo operare dentro di noi delle piccole rivoluzioni interne. Serene, graduali, progressive. Cominciare con qualche seduta di fisioterapia per la sciatica, qualche massaggio per la cervicale. La malattia del corpo trova sempre giustificazioni. Il tempo per le cure mediche non fa mai sentire in colpa. Ma non possiamo arrivare a doverci ammalare per gridare che non ce la facciamo più. Occorre fare un salto di consapevolezza. Bisogna ritrovarsi, volersi più bene, il che non significa amare di meno i pargoli o il marito.
Il passo successivo è stabilire una routine che preveda, almeno una volta alla settimana, un paio d’ore per una pratica da destinare a se stesse (yoga, palestra, pilates…), dividendo i compiti e le incombenze familiari. Durante quelle due ore nessuno morirà né potranno accumularsi guai difficili da dipanare successivamente. Quindi donne, non abbiate paura di reclamare i vostri spazi. Qualcuno borbotterà, all’inizio. Ma voi resistete. Siate imperturbabili, ferme, sorde, cieche, o al massimo fingetevi morte.

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