Pascimottana. Shavasana. Matsyendrasana. Chiunque sia entrato in una sala yoga ha sentito innumerevoli volte questi termini. Non a caso, si tratta di tre dei più famosi asana – le cosiddette posture – che occupano sovente buona parte della lezione. E accanto agli asana, ecco Brhamari e Bhastrika, due tra i più noti pranayama, le tecniche di controllo dell’Energia Vitale legate alla respirazione. Naturalmente se queste parole si leggono qui per la prima volta – magari dopo anni di incensi e tappetini – il consiglio è di correre dal proprio insegnante per chiedere chiarimenti!
Pascimottana, Shavasana, Matsyendrasana, Brhamari e Bhastrika e molte altre tecniche segnano l’avvento dello yoga moderno, l’Hatha Yoga, lo “Yoga dello Sforzo”, probabilmente diverso da quello originario codificato dal Grande Maestro Patanjali tra 1600 e 2000 anni fa. Nei suoi celebri Aforismi dello yoga, Patanjali illustrava una pratica meditativa, dal grande significato filosofico e ancora di più spirituale, che si poteva tranquillamente eseguire seduti a gambe incrociate. L’unica raccomandazione era che la postura fosse “stabile e confortevole”, nient’altro. Erano poco numerosi anche gli accenni alle tecniche di controllo del respiro e al governo dell’Energia Vitale, il prana.
Ma quindi da dove arriva Sarvangasana, la cosiddetta “Regina delle posizioni capovolte”? E Dhanurasana, la postura dell’arco da eseguire su un ginocchio? E il Vrikshasana, “l’albero”, stravisto nei poco rispettosi spot “yogici” che hanno invaso i palinsesti televisivi negli ultimi anni? Queste tecniche arrivano da tre testi molto successivi a quello di Patanjali e fissano il canone di quello che in buona parte è lo yoga di oggi. Si intitolano Hatha Yoga Pradipika, Gheranda Samhita e Shiva Samhita. Sono attribuiti ad autori leggendari e anche per questo è difficile stabilirne la datazione, ma la più antica Pradipika conservata è del 1629. Si ritiene che la Gheranda risalga al secolo successivo – il più vecchio manoscritto giunto a noi è del 1802 – e la Shiva Samhita a fine 1800. Tutti questi libri contengono comunque insegnamenti codificati a più mani e aggiornati attraverso i secoli. Quanti esattamente, nessuno lo sa. Semplicemente, ci sono volute centinaia di anni perché le tecniche messe a punto dagli antichi maestri trovassero un compendio.
A questi tre testi bisognerebbe aggiungerne un quarto, l’Hathabyashapaddhati, non disponibile in italiano, la cui datazione è stimata intorno al 1700. Restando quindi ai tre libri tradotti nella nostra lingua, si può facilmente dedurre che rappresentino un corpus di insegnamenti che, con il tempo, si è fatto via via più elaborato, segno di una pratica che si stava evolvendo.
Basti pensare al numero di asana contenuti in ciascuna delle tre pubblicazioni: 15 nella Pradipika, 32 nella Gheranda e 84 nella Shiva Samhita, che però ne illustra nei particolari solo una manciata (numerose le sovrapposizioni di asana tra un libro e l’altro). Medesima traiettoria ascendente si riscontra nei pranayama: 8 nella Pradipika e 11 nella Gheranda. Meno numerosi i cenni nella Shiva Samhita, che in compenso si dilunga nel capitolo III a spiegare le implicazioni sottili e spirituali del pranayama in genere. Si dava insomma per scontato che le descrizioni dettagliate si ricavassero già dai due libri precedenti.
Si nota bene la messa a fuoco delle varie pratiche nei secoli utilizzando l’esempio del celebre Pascimottana. La Pradipika la descrive così:
Si allunghino a terra le gambe, rigide come bastoni, e si afferri l’estremità dei piedi con le mani, dopo aver appoggiato la zona della fronte sulle ginocchia, si stia così; questo si chiama Pascimottanasana.
(I, 28)*Questo Pascimottana, eccellente tra gli asana, fa fluire lungo il dorso il prana, ravviva il fuoco gastrico, mantiene magri e conferisce salute agli uomini.
(I, 29)
Nella Gheranda la postura è leggermente diversa, poiché – almeno nella traduzione italiana – potrebbe prevedere le gambe leggermente divaricate.
Si distendono sul suolo le gambe, dritte come un bastone, la fronte china tra le ginocchia, e con le mani si afferrino energicamente i piedi. Questo è il Pascimottanasana.
(II, 26)
Più circostanziata e ancora diversa – questa volta anche per la sistemazione delle mani – la postura secondo la Shiva Samhita, che la chiama Ugrasana, “posizione terribile”.
Stese le gambe non unite l’una all’altra, il praticante afferri saldamente la testa con le mani e le porti sulle ginocchia. Questa posizione è chiamata Ugrasana, stimola il flusso dell’aria ed elimina la stanchezza; è chiamata anche Pascimottanasana. Se il saggio esegue ogni giorno questo eccellente asana, il flusso dell’aria circola attraverso la via posteriore.
(III, 92)
Coloro che praticano questo esercizio ottengono ogni potere, perciò lo yogin con impegno cerchi di conseguire il successo in questa pratica.
(III, 93)Questo asana, mediante il quale si ottiene facilmente quel successo nel controllo del respiro che distrugge una quantità di sofferenze, deve essere tenuto segreto e non deve essere rivelato a una persona qualsiasi.
(III, 94)
Fatto notare che curiosamente il Pascimottanasana più comune oggi è quello del testo più antico, la Pradipika, risulta comunque evidente l’affinamento della tecnica nei secoli. Non a caso, nei tre libri si fa cenno a posizioni in piedi – molto in voga oggi – soltanto una volta, nella Gheranda, che descrive per altro in modo abbastanza oscuro Vrikshasana, l’albero.
Si porti il piede destro alla base della coscia sinistra e si resti poi immobili come un albero nella terra.
(II, 36)
Degli asana in piedi odierni, basti pensare alla serie dei “Guerrieri” o a sequenze tanto conosciute quanto discutibili sul piano filologico, come il celebre Surya Namaskara, il “Saluto al sole”, o la serie dei “Cinque tibetani”, non c’è traccia nei libri fondanti dello yoga moderno. Si tratta quindi di invenzioni recenti.
Medesimo discorso fatto per asana e pranayama, si potrebbe ripetere per le mudra, posizioni delle mani o del corpo, e i bandha. le contrazioni degli organi interni, contenuti nella Pradipika, nella Gheranda e nella Shiva Samhita. Da una raccolta all’altra si legge il passaggio da uno yoga più speculativo a uno sempre più interessato al Corpo Sottile, allo sviluppo e al controllo del prana e dei cinque vayu, i cinque Soffi Vitali, orientando la pratica verso i suoi risvolti esoterici, di chiara impronta tantrica.
Il tantrismo è una filosofia che, a partire dal V secolo d.C., impatta tutte le diverse filosofie e religioni dell’India e del Tibet, dando vita all’Induismo tantrico, al Buddhismo tantrico, allo Yoga tantrico. Al centro dell’insegnamento ci sono sempre la stimolazione e il governo delle energie segrete che – a prescindere dai diversi nomi e dalle diverse interpretazioni – tumultuano nell’essere umano secondo molte culture orientali.
Hatha Yoga Pradipika, Gheranda Samhita e Shiva Samhita analizzano questo tema in maniera sempre più approfondita, ma non va dimenticato che l’insegnamento trasversale è sempre che l’Hatha Yoga non possa vivere da solo, ma sia soltanto un passo verso il Raja Yoga, lo yoga Reale, chiudendo così il cerchio dell’insegnamento con il Grande Maestro Patanjali: «Lo yoga è l’inibizione delle modificazioni mentali», il governo della mente, per dirla in modo semplice.
Senza questo obiettivo anche l’Hatha Yoga rischia di rivelarsi un guscio vuoto, una palestra dell’ego, in cui il praticante potrà anche imparare a eseguire perfettamente tutti i “Guerrieri” citati poco sopra, ma non sarà mai in grado di placare le tensioni che affliggono la sua mente, né di scoprire la sua vera identità; proprio quella che un corretto utilizzo delle forze praniche indica, suggerisce, svela.

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