Ogni volta che ho modo di conversare sul mondo dello Yoga in cui mi muovo, emerge il grande tema della comunicazione e del pubblico. Parliamo di pratiche interiori, di coscienza e di consapevolezza, ma poi lo facciamo con immagini ben costruite, posture ispirate e frasi a effetto su uno sfondo suggestivo.
La parola yoga porta ormai con sé un bagaglio visivo preciso, fatto di tappetini colorati, luci calde, un bel fisico in equilibrio su una mano davanti a un panorama. Sembriamo tutti alla disperata ricerca di un’identità fissa e riconoscibile, con risultati variabili fra la confusione cacofonica e una noiosa omologazione. Non è colpa di nessuno, è il prodotto di un incontro forzato tra una pratica e un mercato che ha definito un’estetica, che pone non pochi limiti e domande.
La flessibilità e le posizioni sono fotografabili ma il silenzio e la trasformazione interiore no. Così allo yoga si è legata a doppio filo a quell’estetica e, chi non si riconosce, si autoesclude prima ancora di cominciare, chi si riconosce basta faccia shopping (ma ben omologato eh!). Anche chi insegna e fa i conti con le varie forme di presenza e visibilità, se è onesto prima o poi si trova a fare i conti con la domanda scomoda: per chi lo faccio?
Mostrarsi e raccontarsi sembrano la stessa cosa, ma sono due gesti molto diversi: mostrarsi risponde al bisogno di essere riconosciuti, l’attenzione è rivolta verso l’esterno e vuole convincere qualcuno a fare qualcosa. Raccontarsi nasce invece dal bisogno di capire, l’attenzione si gira verso l’interno e indaga quello che stiamo realmente vivendo e magari cosa stiamo evitando di vedere.
Allora mi chiedo se anch’io ho ci sono cascata e quanto rischio di farlo ancora. Il problema non è l’immagine, è uno strumento e come tale può essere neutro, ma contiene un rischio quando la proiezione esterna diventa più importante della verifica interiore, quando sento il bisogno di condividere prima di aver integrato davvero quello che dico di sapere e quella specie di identità condivisa sostituisce il lavoro silenzioso.
C’è il pericolo insidioso di identificarci con la rappresentazione di noi stessi: l’immagine proiettata all’esterno, rafforzata dal consenso e dalla ripetizione, ci torna come specchio deformante. Più viene confermata, più sembra vera e più sembra vera, meno siamo disposti a metterla in discussione. Ogni esperienza è filtrata della coerenza con quell’immagine e invece di comprendere cerchiamo di sostenere quello che mostriamo. Una forma di auto-suggestione rinforzata socialmente, a cui corrisponde un irrigidimento nell’identità. Negli insegnanti di qualsiasi disciplina area yoga, meditazione, crescita personale, questa identità fissa mette i tacchi alti per sembrare coerenza.
Molti insegnanti che conosco hanno vissuto una versione di questa crisi. Persone che hanno fatto percorsi seri, lunghi, spesso costosi, che amano profondamente quello che fanno e che a un certo punto hanno incontrato lo stesso disagio di rappresentare qualcosa che non riconoscono più. Le motivazioni sono simili. C’è l’inflazione del linguaggio svuotato di senso, la pressione dell’immagine, il confronto con gli altri. Che fastidio. Tutto diventa disconnessione tra forma e sostanza e sembra impossibile navigare le complessità. Lo yoga che funziona, quello che trasforma, richiede tempo, ripetizione e la capacità di stare nell’incertezza, non produce risultati immediati e non è sempre piacevole, non finisce con il benessere garantito. Ma così non si vende, non c’è strategia di marketing per questo.
Restituire dignità alle parole e alla pratica significa anche accettare la lentezza del pensiero articolato, la fatica di spiegare, di distinguere, di approfondire. Le parole non hanno l’immediatezza dell’immagine, ma contengono ambiguità, sfumature e contraddizioni. Raccontarsi con onestà implica ammettere le zone d’ombra, i passaggi incompleti, l’incoerenze che precede l’integrazione. Non è seducente, ma forse è più trasformativo. Mostrare equilibrio è rassicurante, raccontare il processo attraverso cui si attraversa lo squilibrio è educativo prima di tutto per noi stessi. Integrare conoscenza, volontà e azione significa anche fermarsi prima di usare la conoscenza per costruire un’identità spendibile, prima di usare la volontà per sostenere un’idea di noi e prima di agire per consolidare consenso.
Quindi l’unica domanda da cui so partire è sempre la stessa: cosa ho imparato e quindi cosa insegno, cosa rimane?
Insegno a fare attenzione, nel modo più concreto possibile, dal corpo al respiro a quello che succede dentro, a riconoscere il momento in cui smettiamo di essere presenti, a riconoscere i segnali e a non ignorarli. Insegno a stare fermi, non solo nel senso della staticità, ma della presenza. Stare in una posizione scomoda senza fuggire immediatamente è una competenza che si apprende e ha effetti che vanno ben oltre il tappetino.
Queste cose non hanno bisogno di un’immagine particolare per essere comprese e nemmeno di un nome che le renda appetibili. Hanno bisogno di tempo, di spazio e di qualcuno che le prenda sul serio. Serve aprire uno spazio in permettere che ciò che sappiamo trasformi ciò che scegliamo e che ciò che scegliamo trasformi ciò che facciamo.
So che lì fuori ci sono insegnanti straordinari che lavorano con grande rigore dentro ogni tradizione, ci sono persone che hanno trovato esattamente quello di cui avevano bisogno in quell’estetica delle candele, dell’abito bianco e delle ciotole che suonano. Non sto dicendo qualcosa è giusto o sbagliato, ma per quel che ho visto su di me che la via della conoscenza interiore non ha bisogno di essere esibita, ha bisogno di una comprensione che non può avere conferme fuori, che viene da una verifica diretta, una verità esperienziale. Sennò, sono solo parole e ognuno le riempie dei significati che gli appartengono.
Per questo ho bisogno di scrivere per fare ordine nei pensieri. Per questo ho scritto un libro con il solo scopo di fare ordine nella memoria e nel tempo. Forse ci complichiamo la vita: tutto questo è più pratico e accessibile di quanto pensiamo. Ma per arrivare a quella semplicità bisogna prima attraversare la complessità e questo, che lo chiamiamo yoga o in qualsiasi altro modo, è il lavoro.

La parola yoga porta ormai con sé un bagaglio visivo fatto di tappetini colorati, luci calde, un bel fisico in equilibrio su una mano davanti a un panorama. La flessibilità e le posizioni sono fotografabili ma il silenzio e la trasformazione interiore no. Così allo yoga si è legata a doppio filo a quell’estetica e, chi non si riconosce, si autoesclude prima ancora di cominciare. Il percorso però è diverso, più semplice e più complesso nello stesso tempo. Ma per arrivare alla semplicità bisogna prima attraversare la complessità. E questo - che lo chiamiamo yoga o in qualsiasi altro modo - è il lavoro vero
Uno studio pubblicato su Forensic Science International: Reports ha analizzato due casi di monaci tibetani entrati, secondo la loro tradizione, nello stato di tukdam dopo la morte clinica. I ricercatori hanno documentato una decomposizione insolitamente lenta, nonostante temperatura e umidità avrebbero fatto prevedere un processo più rapido. Nessuna prova scientifica del tukdam, ma un fenomeno biologico che apre nuove domande. E ora un documentario aggiunge un tassello in più...
Sono tre i testi fondanti dello Hatha Yoga. Sono attribuiti ad autori leggendari e anche per questo è difficile stabilirne la datazione, ma la più antica Pradipika conservata è del 1629. Si ritiene che la Gheranda risalga al secolo successivo – il più vecchio manoscritto giunto a noi è del 1802 – e la Shiva Samhita a fine 1800. E il numero di asana contenuti in ciascuna delle tre pubblicazioni? 15 nella Pradipika, 32 nella Gheranda e 84 nella Shiva Samhita. E di “Saluto al sole” o di “Cinque tibetani”, non c’è traccia nei libri fondanti dello yoga moderno. Si tratta quindi di invenzioni recenti...
L'autunno è il momento in cui si scopre che il nostro vecchio stile di vita ci sta stretto e vorremmo cambiare tutto. Allora facciamo castelli in aria, progetti meravigliosi che hanno talvolta il difetto di non considerare le nostre effettive capacità di adattamento e di competenze. Però quando la spinta arriva, vale la pena di non ignorarla, perché spesso può condurre a conoscere meglio noi stessi, a iniziare a cambiare qualcosa dentro di noi e a preparare un Piano B...
Una ricerca del Pew Research Center in Asia dice che il buddhismo è l’unica tra le grandi religioni mondiali ad aver registrato una diminuzione in termini assoluti tra il 2010 e il 2020. Ma a leggere bene i dati, quello che è in crisi è il definirsi religiosi, ma non i valori che il buddhismo incarna né le tradizioni popolari che tramanda



