Per la tradizione buddhista tibetana la morte non coincide necessariamente con l’istante in cui cessano il battito cardiaco, la respirazione e persino l’attività cerebrale. Esisterebbe una fase ulteriore, accessibile soprattutto ai meditatori più avanzati, durante la quale la coscienza sottile continuerebbe il proprio processo di separazione dal corpo. È il tukdam, uno dei fenomeni più enigmatici della cultura contemplativa tibetana. E ora anche la medicina, sotto la spinta di Sua Santità il Dalai Lama, ha cominciato a studiarlo.
Una ricerca pubblicata nel 2024 su Forensic Science International: Reports ha documentato due casi di monaci tibetani nei quali la decomposizione del corpo dopo la morte è risultata sorprendentemente lenta rispetto a quanto gli studiosi si sarebbero aspettati sulla base delle condizioni ambientali. Non è la dimostrazione scientifica del tukdam così come viene interpretato dalla tradizione buddhista, ma l’osservazione sistematica di un fenomeno biologico che, almeno nei due casi analizzati, presenta caratteristiche anomale.
Lo studio parte da una consuetudine profondamente radicata nella cultura tibetana: dopo la morte clinica, il corpo viene generalmente lasciato indisturbato per almeno tre giorni. Secondo questa tradizione è necessario concedere alla coscienza il tempo necessario per completare il processo della morte. Nei praticanti contemplativi particolarmente esperti, questo periodo può protrarsi per giorni o persino settimane senza che compaiano evidenti segni di decomposizione. È questa condizione che viene chiamata tukdam.
Le testimonianze scritte sul fenomeno risalgono almeno al XIV e XV secolo, anche se le pratiche contemplative alle quali viene associato erano presenti in Tibet già alcuni secoli prima. Tradizionalmente il corpo del meditatore viene lasciato solo, spesso in una stanza chiusa, assistito soltanto da una o due persone. La fine del tukdam viene riconosciuta attraverso alcuni segnali: il capo che si reclina se il praticante è rimasto seduto, la comparsa dell’odore della putrefazione, l’attività degli insetti o un’improvvisa accelerazione della decomposizione.
Tra il 2019 e il 2023 il gruppo di ricerca ha seguito 28 casi nei quali erano state segnalate modificazioni decompositive insolitamente ritardate. Ventisei provenivano da una comunità monastica che, nello stesso periodo, aveva registrato circa 200 decessi su una popolazione di 9.975 monaci. Per il rapporto scientifico i ricercatori hanno scelto due dei casi più lunghi e meglio documentati.
Il primo riguardava un monaco di 86 anni morto nel marzo 2021 nell’area di Dharamsala, nell’India settentrionale, dopo aver contratto il Covid-19. Il corpo rimase disteso su un letto in una stanza del monastero, ventilata naturalmente e con temperature interne comprese grosso modo tra 20 e 24 gradi. Le osservazioni scientifiche iniziarono sette giorni dopo la morte e proseguirono fino al trentottesimo giorno.
I primi segni importanti delle modificazioni post-mortem tardive (una colorazione verdastra dell’addome e la cosiddetta marmorizzazione della pelle) comparvero soltanto al dodicesimo giorno. La disidratazione dei tessuti divenne evidente dal ventesimo. Ma il dato forse più sorprendente riguarda l’odore caratteristico della putrefazione: secondo il gruppo che seguiva il caso, non fu percepito fino al trentasettesimo giorno. Dopo un lungo periodo nel quale i processi di decomposizione sembravano procedere molto lentamente, il deterioramento accelerò rapidamente verso la fine dell’osservazione.
Il secondo caso riguardava un monaco di 83 anni morto all’inizio del 2022 nel monastero di Gaden Shartse, nell’India meridionale, dopo una grave infezione polmonare. Le osservazioni iniziarono l’ottavo giorno dopo la morte e continuarono fino al ventisettesimo. Anche in questo caso la temperatura della stanza, in media superiore ai 22 gradi, non sembrava offrire una spiegazione immediata per la lentezza dei fenomeni osservati.
La decomposizione procedette, ma molto lentamente. Tra il diciannovesimo e il ventunesimo giorno i ricercatori osservarono addirittura una sorta di plateau. Dal ventiduesimo giorno aumentò invece rapidamente la disidratazione dei tessuti. Un lieve gonfiore e la fuoriuscita di liquidi comparvero soltanto il ventisettesimo giorno. Durante l’intero periodo di osservazione non fu rilevata attività di insetti. Anche l’odore putrido fu registrato soltanto il ventisettesimo giorno, momento nel quale gli esperti tibetani considerarono concluso lo stato.
È proprio qui che la ricerca diventa particolarmente interessante. Temperatura e umidità sono tra i fattori fondamentali che regolano la velocità della decomposizione; temperature elevate tendono ad accelerarla e anche un’umidità relativamente alta può favorire le reazioni chimiche e l’attività degli insetti. Nei due casi, invece, i corpi si trovavano a temperature comprese approssimativamente tra 20 e 25 gradi e l’umidità interna oscillava mediamente tra il 40 e il 75 per cento. Per gli autori, la lentezza osservata risulta quindi inattesa rispetto a queste condizioni.
I ricercatori non trasformano questa anomalia in una prova dell’interpretazione religiosa del tukdam, ma si pongono delle domande. Potrebbe esistere una maggiore “plasticità” della risposta biologica del corpo dopo la morte di quanto oggi conosciamo? Potrebbe persistere qualche forma di attività biologica coerente collegata, direttamente o indirettamente, a una vita di particolari pratiche contemplative? Oppure i due monaci studiati rappresentano semplicemente casi estremi?
Ci sono infatti numerose variabili che impediscono conclusioni definitive. Gli studiosi non hanno potuto esaminare i corpi immediatamente dopo la morte, perché la tradizione prescrive di attendere almeno tre giorni. Non è stato possibile misurare la temperatura interna dei cadaveri né spostarli per osservare tutte le superfici corporee. Anche gli effetti dei farmaci assunti prima della morte sulla decomposizione sono ancora poco conosciuti.
C’è però un particolare che gli stessi autori segnalano. I monaci appartenenti a queste comunità praticano per decenni tecniche contemplative che comprendono visualizzazioni del processo della morte. Per i praticanti esperti, scrivono i ricercatori, morire viene considerato un momento particolarmente importante per il progresso spirituale e la morte tende quindi a essere accolta piuttosto che temuta. Gli studiosi ipotizzano che questo atteggiamento possa ridurre la risposta fisiologica allo stress, senza tuttavia stabilire un rapporto causale con ciò che avviene dopo il decesso.
Ancora più suggestiva è un’altra osservazione. Nelle pratiche descritte dalla tradizione il centro del petto, la regione del cuore, costituisce un importante punto di concentrazione. Nei due corpi studiati proprio quest’area avrebbe mostrato una decomposizione più lenta rispetto ad altre parti. È una coincidenza che richiede ulteriori verifiche, non una prova, e gli stessi ricercatori mantengono aperta la questione.
E questo è l’aspetto più interessante dello studio: la scienza non può certificare che la coscienza sopravviva alla morte clinica. Documenta però che in due individui appartenenti a quella tradizione contemplativa, il processo di decomposizione è risultato insolitamente lento e ha attraversato lunghi periodi di relativa stabilità prima di accelerare rapidamente. Cosa che per la medicina legale è già un risultato importante.
Per lo studio della meditazione, invece, rimane aperta una domanda molto più difficile: fino a che punto decenni di pratica contemplativa possono modificare la fisiologia dell’organismo e, soprattutto, può qualche effetto di questa trasformazione essere ancora osservabile dopo la morte?
Al mistero del tukdam è dedicato anche il documentario del 2022 Tukdam: Between Worlds, diretto dal regista finlandese-irlandese Donagh Coleman e disponibile su Amazon Prime Video. Il film affronta il fenomeno proprio nel punto d’incontro, e talvolta di attrito, tra la tradizione contemplativa tibetana e lo sguardo della scienza occidentale. Seguendo meditatori e studiosi, il documentario racconta questi particolari casi nei quali, dopo la morte clinica, il corpo può conservare per giorni o settimane un aspetto insolitamente integro. Tra le presenze più significative c’è il XIV Dalai Lama, Tenzin Gyatso, da tempo sostenitore del dialogo tra buddhismo e ricerca scientifica. Il documentario, della durata di un’ora e 31 minuti, non presenta il tukdam semplicemente come un fenomeno religioso, ma mette a confronto interpretazioni spirituali e interrogativi scientifici sulla morte e sui confini della coscienza.

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Uno studio pubblicato su Forensic Science International: Reports ha analizzato due casi di monaci tibetani entrati, secondo la loro tradizione, nello stato di tukdam dopo la morte clinica. I ricercatori hanno documentato una decomposizione insolitamente lenta, nonostante temperatura e umidità avrebbero fatto prevedere un processo più rapido. Nessuna prova scientifica del tukdam, ma un fenomeno biologico che apre nuove domande. E ora un documentario aggiunge un tassello in più...
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