Il 4 ottobre è vicino ed è pure ritornata festa nazionale. Ma chi era veramente San Francesco? Il profilo più interessante – non agiografico – è quello dato da Alessandro Barbero, che lo descrive tormentato, duro, deciso a vivere senza possedere nulla. Un ritratto diverso dalla sua immagine popolare in cui la sua povertà risponde a una crisi che il papato non poteva ignorare mentre finisce per essere ignorata dai suoi discepoli stessi.
Tutti conoscono san Francesco. O almeno credono di conoscerlo. È l’uomo che parla agli animali, il santo della pace, il povero per scelta che rinuncia a ogni privilegio. Otto secoli di racconti hanno reso questa figura familiare. Alessandro Barbero, nel suo libro San Francesco, racconta un uomo più “umano” di quello descritto dai Fioretti: il Francesco che emerge dai ricordi dei suoi seguaci, dice, «è un uomo tormentato, duro, capace di gesti dolcissimi e di asprezze inaspettate».
All’inizio, Francesco non parla di fondare un «ordine francescano». Attorno a lui c’è una fratellanza: uomini che mendicano, mangiano ciò che viene offerto e non vogliono presentarsi come ribelli. Vogliono vivere nella povertà e restare obbedienti al papa. Per questo Francesco si reca a Roma con i primi compagni, intorno al 1210, per ottenere il riconoscimento della loro scelta.
Francesco non è il primo né l’unico a riscoprire il valore cristiano della povertà. In quegli stessi anni un altro predicatore aveva cercato lo stesso percorso: Pietro Valdo, un ricco mercante di Lione aveva abbandonato i propri beni, scelto la povertà volontaria, raccolto intorno a sé dei seguaci e cominciato a predicare il Vangelo. Anche i suoi compagni camminavano poveramente, annunciavano la parola di Cristo e cercavano di riprodurre la vita degli apostoli. Furono chiamati, non a caso, i Poveri di Lione.
Le analogie con Francesco sono impressionanti. Due uomini provenienti dalla nuova società mercantile urbana rinunciano alla ricchezza; due laici scoprono nel Vangelo un programma da vivere letteralmente; entrambi scelgono la povertà e la predicazione itinerante; intorno a entrambi nasce spontaneamente una comunità che cresce rapidamente. Né Valdo né Francesco vogliono fondare una nuova Chiesa. Lo storico Herbert Grundmann, nel classico Religious Movements in the Middle Ages, inserisce Valdesi, Umiliati e Francescani nello stesso grande fenomeno religioso.
All’inizio il movimento valdese è sostenuto dall’arcivescovo di Lione, ma i rapporti tra le due parti si deteriorano progressivamente. L’arcivescovo Guichard de Pontigny vieta ai valdesi di predicare e, nel 1179, questi contestano la decisione rivolgendosi a Roma. Il loro incontro con alcuni membri della Curia viene raccontato in latino da Gauthier Map, canonico di Lincoln e arcidiacono di Oxford:
«Queste persone non hanno una dimora fissa, vanno a due a due, a piedi nudi, vestite di rozza lana, senza possedere nulla e condividendo tutto, seguendo l’esempio degli apostoli. I loro inizi sono modesti perché non sono ancora riusciti ad affermarsi, ma se li si lascia fare finiranno per cacciarci».
La testimonianza mostra la diffidenza di Roma nei loro confronti, nonostante la professione di fede cattolica sottoscritta da Valdo nel 1180. L’arrivo a Lione di un nuovo arcivescovo, Jean de Bellemain, cambia la situazione. Il nuovo presule decide di non tollerare più l’attività dei valdesi e la rottura ufficiale avviene nel 1184, un paio d’anni dopo la nascita di Francesco d’Assisi, quando papa Lucio III li scomunica durante il Concilio di Verona, qualificando ufficialmente il valdismo come eresia. Da quel momento il movimento valdese è costretto ad agire nella clandestinità. Perseguitati poi dall’Inquisizione, i suoi membri si rifugiano nelle montagne delle Alpi. Il movimento valdese 350 anni più tardi (nel 1532, al Sinodo di Chanforan) confluirà nella Riforma protestante.
La data di morte di Valdo non è certa, nel 1205 o forse nel 1217, negli anni cioè in cui Francesco cerca l’approvazione del papa. La sua rivoluzione evangelica cerca di muoversi entro il perimetro dell’obbedienza come aveva provato a fare anche Valdo. Le fonti raccontano quell’incontro in modi diversi. In una versione cara alla tradizione francescana, il pontefice concede il permesso di predicare nella povertà più completa. In altri racconti è dapprima perplesso. Perché la Chiesa avrebbe avuto bisogno di lui? All’apparenza il papato è potente, dispone di un governo, di una struttura burocratica e di un prestigio immenso. Ma il rischio, osserva Barbero con un paragone contemporaneo, era che l’istituzione perdesse «il contatto con le masse, come diremmo oggi per i partiti di sinistra».
Tuttavia la povertà per Francesco non è un’immagine poetica, ma è una richiesta concreta che rivolge a se stesso e ai fratelli. E quando il movimento si allarga, questa aspirazione diventa un problema, si deve misurare con la distanza tra il proprio ideale e la vita della comunità. Nel testamento, spiega Barbero, «si sta rivolgendo ai frati, che cerca disperatamente di mantenere fedeli al suo insegnamento». È la parola «disperatamente» che cambia il ritratto. Il fondatore carismatico è qualcuno che teme di non riuscire più a farsi ascoltare da loro. La sua storia comprende anche questa tensione, che l’iconografia del santo mite lascia spesso fuori campo.
Lo stesso vale per altre etichette contemporanee. Pacifista, ambientalista, animalista: nella vita di Francesco si trovano episodi che hanno alimentato queste letture, ma ciascuno appartiene al mondo religioso del Duecento. Barbero riconosce «agganci concreti» con la pace, il dialogo interconfessionale e la difesa degli animali, ma per esempio il racconto del lupo di Gubbio viene chiamata dallo storico «una bella leggenda».
Resta un uomo molto più vivo dell’icona: capace di tenerezza e di durezza, obbediente alla Chiesa e insieme portatore di una scelta che ne mette in luce le contraddizioni; fedele a una povertà che teme di vedere attenuata dai suoi stessi fratelli. Conoscere questo Francesco richiede di fare ciò che Barbero considera essenziale davanti a ogni racconto: chiedersi «quale sia la fonte, chi ce l’ha data, e che intenzioni aveva nel farlo».

La parola yoga porta ormai con sé un bagaglio visivo fatto di tappetini colorati, luci calde, un bel fisico in equilibrio su una mano davanti a un panorama. La flessibilità e le posizioni sono fotografabili ma il silenzio e la trasformazione interiore no. Così allo yoga si è legata a doppio filo a quell’estetica e, chi non si riconosce, si autoesclude prima ancora di cominciare. Il percorso però è diverso, più semplice e più complesso nello stesso tempo. Ma per arrivare alla semplicità bisogna prima attraversare la complessità. E questo - che lo chiamiamo yoga o in qualsiasi altro modo - è il lavoro vero
Uno studio pubblicato su Forensic Science International: Reports ha analizzato due casi di monaci tibetani entrati, secondo la loro tradizione, nello stato di tukdam dopo la morte clinica. I ricercatori hanno documentato una decomposizione insolitamente lenta, nonostante temperatura e umidità avrebbero fatto prevedere un processo più rapido. Nessuna prova scientifica del tukdam, ma un fenomeno biologico che apre nuove domande. E ora un documentario aggiunge un tassello in più...
Sono tre i testi fondanti dello Hatha Yoga. Sono attribuiti ad autori leggendari e anche per questo è difficile stabilirne la datazione, ma la più antica Pradipika conservata è del 1629. Si ritiene che la Gheranda risalga al secolo successivo – il più vecchio manoscritto giunto a noi è del 1802 – e la Shiva Samhita a fine 1800. E il numero di asana contenuti in ciascuna delle tre pubblicazioni? 15 nella Pradipika, 32 nella Gheranda e 84 nella Shiva Samhita. E di “Saluto al sole” o di “Cinque tibetani”, non c’è traccia nei libri fondanti dello yoga moderno. Si tratta quindi di invenzioni recenti...
L'autunno è il momento in cui si scopre che il nostro vecchio stile di vita ci sta stretto e vorremmo cambiare tutto. Allora facciamo castelli in aria, progetti meravigliosi che hanno talvolta il difetto di non considerare le nostre effettive capacità di adattamento e di competenze. Però quando la spinta arriva, vale la pena di non ignorarla, perché spesso può condurre a conoscere meglio noi stessi, a iniziare a cambiare qualcosa dentro di noi e a preparare un Piano B...
Una ricerca del Pew Research Center in Asia dice che il buddhismo è l’unica tra le grandi religioni mondiali ad aver registrato una diminuzione in termini assoluti tra il 2010 e il 2020. Ma a leggere bene i dati, quello che è in crisi è il definirsi religiosi, ma non i valori che il buddhismo incarna né le tradizioni popolari che tramanda



