1. Puntata
Ci sono persone che compiono grandi opere senza mai mettersi al centro. Swami Nirvanananda è una di queste. Ministro del Kriyā Yoga nella tradizione di Paramahansa Yogananda, monaco dell’Ordine Sarasvatī e fondatore di Shanti Onlus, da oltre trent’anni dedica la propria vita alla diffusione del Kriyā Yoga e al servizio dei più bisognosi, sostenendo numerosi progetti educativi e umanitari nello Stato dell’Odisha, in India.
Chi lo incontra durante un seminario conosce il monaco, il musicista e il maestro di kīrtan. Più difficile è conoscere il cammino che lo ha condotto fino a questa vita di servizio. Per questo gli ho chiesto di raccontare la sua storia, iniziando proprio dall’incontro che ha cambiato per sempre la direzione della sua vita.
Come hai conosciuto il Kriyā Yoga?
«Ero a Firenze con degli amici di Milano e loro praticavano, o praticano ancora non lo so, il buddismo zen. Mi hanno detto, abbiamo letto questo libro ti può piacere? Era “Autobiografia di uno Yogi” di Paramahansa Yogananda. Me l’hanno praticamente prestato o regalato. Era nel ’75 e l’ho letto durante quell’inverno. Dopo averlo letto, ho capito che avevo sbagliato tutto nella mia vita non ne avevo fatto una giusta. Allora ho detto ma forse è meglio se mi do una aggiustata. In quel periodo l’azienda Lloyd, per cui lavoravo, aveva avviato un programma che prevedeva due anni di stipendio per chi accettava il licenziamento volontario. Per me fu una vera provvidenza. Pensai: “Per due anni potrò dedicarmi completamente a ciò che sento, senza dover lavorare”».
Sembrava tutto già programmato, un evento dietro l’altro, dovevi semplicemente entrare nel flusso e lasciarti portare.
«Sì, esatto che poi rivedendo con il tempo guardando indietro noi crediamo di scegliere delle cose, ma in realtà c’è un’energia benevole che ti guida».
Che bello, hai avuto questi due anni praticamente.
«Sì, che poi consumando poco sono diventati 4 o 5… Poi andai a vivere a Bologna e così poi a Bologna iniziai a praticare hatha yoga, a studiare pranayama, a diventare vegetariano soprattutto e a praticare la meditazione trascendentale».
E la tua famiglia come ti ha supportato in questo?
«Mio padre non c’era già più e mia madre Yole mi ha completamente aiutato, supportato, seguito, e ha viaggiato con me molte volte. Siamo stati in Germania in Svizzera in Austria in Polonia dove mi chiamavano a cantare, dappertutto tranne che in India, lì non ci voleva venire».
Perciò tu dopo il licenziamento già facevi Kirtan?
«No no, io scrivevo testi e musica, all’inizio era un po’ un misto, ma dopo l’india ho lasciato tutto e mi sono dedicato solo ai kirtan e ai mantra».
Dove hai conosciuto la meditazione trascendentale?
«Avevo conosciuto questa tradizione durante un mio viaggio a Londra. Tornato in Italia, era il 1979, non solo ho preso l’iniziazione ma anche tutte le altre pratiche che facevano parte di questa tradizione. Così ho potuto conoscere Maharishi quando è venuto in Italia».
Caspita questi incontri credo che segnano le nostre vite!
«Indimenticabile il primo incontro a Chianciano. Nel 1985 fecero molti incontri perché dicevano che potevano influenzare tutta l’energia di un Paese. Poi facevano questi esperimenti, controllavano che ci fossero meno incidenti, meno furti, meno assassini e dai loro calcoli funzionava. Così nell’85v ci siamo trovati in più di 5 mila persone ad Amsterdam ed è stato bellissimo».
Sì, ho letto che bastava che l’1% della popolazione meditasi per influenzare positivamente l’intera città. Che meraviglia che tu abbia avuto la possibilità di conoscerlo di persona.
«Io lavoravo a Trieste a Londra ero andato per conto mio; dopo aver letto l’Autobiografia, mi sono licenziato subito».
Dopo l’Autobiografia, come sei arrivato a prendere l’iniziazione al Kriya?
«Se penso a come è successo sembra quasi impossibile perché allora ero a Bologna e avevo conosciuto un ragazzo italiano all’isola d’Elba dove io facevo il parcheggiatore Quel giorno entro in una banca a Bologna e come esco, vedo questo ragazzo entrare. Ci scambiamo i saluti e lui mi dice che stava per partire per la Germania perché lui con la famiglia viveva a Hannover. “Se vuoi ti do un passaggio”, mi dice. Mi dà il passaggio, arrivo lì, era l’82, ricordo sempre, l’anno della famosa partita Italia-Germania, il campionato del mondo in cui l’Italia vinse contro la Germania. Puoi immaginare che festa facevano gli italiani in Germania. E poi da lì ho fatto l’autostop e sono arrivato in Olanda. Volevo andare in Olanda, ma non sapevo niente di Hariharananda… Durante il periodo nell’isola d’Elba, ho conosciuto tanta gente olandese, mi dicevano: “Vieni, ti ospitiamo”. Quindi sono andato da loro e sono stati loro a invitarmi a partecipare a un incontro con un Maestro Indiano. “No, no, no, io ce l’ho già una pratica, non mi interessa!», gli ho detto. E poi quando arrivo lì, apro la porta e vedo l’altare con i nostri Maestri della tradizione el Kriya, mi sono detto: “Adesso ho capito perché dovevo venire”. Ma niente di programmato da parte mia».
Cosa ti ha portato a visitare l’india?
«Dopo aver ricevuto l’iniziazione al Kriyā Yoga da Hariharananda sentii il desiderio di andare a Puri, al Karar Ashram, l’ashram di Swami Hariharananda Giri. Volevo conoscere quel luogo e vivere più da vicino quell’esperienza. Per riuscire a partire lavoravo come parcheggiatore durante l’estate. Bastavano tre mesi di lavoro per mantenermi tutto l’anno. Erano altri tempi… e così riuscii a mettere da parte il denaro necessario per il viaggio. E così sono andato in India e lì è cominciato anche il canto spirituale proprio, il Kirtan e il mantra».
All’epoca Hariharananda era già al Karar Ashram?
«Sì. Finché lui fu in vita non esistevano i conflitti che sarebbero nati in seguito tra i discepoli. L’unica tensione era quella con la Self-Realization Fellowship, che esisteva già allora».
Hai sempre avuto l’impressione che il Karar Ashram conservasse qualcosa di profondamente autentico.
«Sì. Ancora oggi, entrando lì, sembra di tornare in un’altra epoca. È un luogo che conserva un’atmosfera molto particolare, profondamente legata a Śrī Yukteśwar».
Perciò il titolo di Swami o di Sanyasi tu l’hai preso con loro?
«No, no, no, perché allora non si poteva soggiornare nell’ashram indiano, E quindi mi sono appoggiato a un yoga asham, che era sempre nella città di Puri. Ogni giorno andavo su e giù, dal Karar Ashram al Dibyadham Yogashram. Andavo su e giù lungo la spiaggia senza passare dalla strada. La Swamini che era a capo dell’Asham era discepola diretta di Swami Sivananda di Rishikesh e dunque della tradizione Sarasvatī. Mentre il Karar Ashram fa parte dell’ordine monastico dei Giri (Dashinama fondato da Adi Shankara, ndr). Dopo un periodo da bramachari (studente che vive in castità, una sorta di seminarista cattolico, ndr), nel ’92 sono ritornato sempre in questo Asham per andare al Karar Ashram (la mia meta era sempre quella). In quell’occasione la Swamini Sri Mā Bhabamayee Paramahansa mi ha chiesto se mi sarebbe piaciuto prendere il sannyasi (la rinuncia, ndr), quindi diventare Swami. Ho risposto subito di sì! Di solito ti chiedono, ma poi devono passare degli anni, invece lei mi ha sorpreso: «Va bene, allora facciamo domani la cerimonia perché astrologicamente, ha detto, è un momento buono per te e i se non sono svenuto mancava poco!».
E ti ricordi il giorno?
«Sì, era il 18 febbraio del 1992. Coincide con il giorno in cui mia madre ha lasciato il corpo, il 18 febbraio 2013, quindi 21 anni dopo. Coincidenze?».
Questo giorno corrisponde alla tua nuova nascita, dunque la data del tuo compleanno!
«Compleanno spirituale esatto!».
- Continua

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