
L’esperienza diretta di fronte agli allievi di yoga mi ha insegnato che trasmettiamo ciò che siamo. Il maestro belga Gérard Blitz che ha formato i miei insegnanti Moiz Palaci e Renata Angelini sosteneva che lo yoga è uno specchio che riflette l’immagine di ciò che sei. Insegnamento duro e potente che non fa sconti, non sei ciò che dici, sei ciò che trasmette il tuo corpo, il tuo respiro, la tua mente. Questo significa che possiamo trasmettere a parole tanti magnifici messaggi, ma ciò che arriva ai nostri allievi è il nostro stato interiore. Possiamo parlare di pace , ma se non c’è coerenza, tutto svanisce in un istante.
Se nel nostro insegnamento restiamo sul piano prettamente fisico, trasmetteremo efficacemente la necessità di un corpo tonico e flessibile e ciò è sicuramente positivo. Ma quando gli allievi arrivano al mondo dello yoga sono spesso spinti da una domanda legata al mondo interiore e non dobbiamo ignorare la meravigliosa opportunità che gli allievi ci offrono. Possono essere più o meno consapevoli di questa loro curiosità verso il mondo interiore e noi insegnanti dobbiamo impegnarci a soddisfare la loro sete di comprensione. Senza nulla togliere alla meraviglia di avere un corpo tonico e flessibile, lo yoga richiede coerenza tra la dimensione fisica e il nostro stato interiore.
È necessario anche prendere in considerazione una domanda molto seria che ha che fare con la comprensione della dimensione trascendente. Le persone che si avvicinano allo yoga hanno spesso le idee piuttosto confuse perché l’aspetto della trascendenza è nebuloso anche per noi che per anni l’abbiamo esplorato timidamente, in maniera riservata. La nostra società si nega l’aspetto spirituale della vita, da qualche decennio è la materia la dimensione unica nella quale ci muoviamo. L’educazione spirituale è la grande assente e, addirittura, persino nell’insegnamento dello yoga facciamo fatica a esserne consapevoli . Prova ne è la dimensione prettamente fisica di molti degli stili di modern yoga che si sono diffusi . Gli allievi che arrivano nelle sale di yoga sono spinti da questa esigenza di trascendenza, spesso inconsapevole.
Non era così in passato. Sono nata negli Anni Cinquanta e a quei tempi la dimensione spirituale dell’esistenza era ampiamente condivisa, non solo nei luoghi di culto, ma anche nella vita di tutti i giorni. Sono nata in una famiglia di religione ebraica e quindi non sono molto ferrata nelle questioni legate alla religione cattolica, ma c’è confusione tra la spiritualità laica che ci presenta lo yoga e la difficoltà attraversata dalle grandi religioni che hanno perso valore in molta parte della società.
C’è a mio avviso la necessità di riportare in primo piano il tema della trascendenza nel nostro insegnamento di yoga. La meditazione, dimensione fondamentale dello yoga, viene spesso ridotta a pochi minuti di posizione seduta alla fine della pratica di asana, come se non ne fosse l’elemento assolutamente centrale. La pratica di asana ha la funzione di prepararci e condurci alla condizione meditativa che sottende a tutto il nostro procedere.
Tornando alle nostre sale di yoga, gli allievi arrivano a noi con un’esigenza spesso vaga e inconsapevole di comprensione della dimensione interiore. Non hanno senso o pregnanza le belle immagini di ragazze sulle copertine delle riviste di yoga, poiché in esse manca l’aspetto interiore fondamentale. Quindi ciò che ha valore e che possiamo trasmettere è l’onesto percorso che abbiamo fatto su di noi, non altro, non belle parole che magari contraddicono ciò che siamo nella realtà.
Se arriviamo una sera a condurre una pratica dopo una giornata complicata, a livello fisico ed emotivo trasmetteremo agli allievi il nostro stato iniziale, la sua evoluzione nonché la determinazione con la quale trasformiamo la nostra condizione, dalla tempesta interiore, dalla confusione a una condizione di maggiore calma e centratura. Anche se nell’esempio che ho scelto, lo stato di fatica dell’insegnante non è ideale, ciononostante gli allievi percepiranno il nostro autentico sforzo per trasmettere loro che uno stato interiore diverso è possibile e può essere raggiunto per mezzo della giusta spinta interiore. Quindi invitare gli allievi a studiare, praticare e trasformarsi diventa il messaggio fondamentale del nostro insegnamento.
Diversamente, può succedere che si arrivi a insegnare così stremati da dimenticarsi del ruolo che abbiamo e nella nostra conduzione potrà trasparire solo la gioia di avere finalmente un momento per sé. In questo caso, l’insegnante viene completamente assorbito dalla propria urgenza di quiete e non sarà disponibile a cogliere i segnali che giungono dal pubblico. Questo succede ancor più frequentemente nell’insegnamento on line dove le immagini che riceviamo dagli allievi attraverso lo schermo, sono l’unico strumento che abbiamo per entrare in contatto con loro, per creare una fondamentale relazione empatica. In ogni caso è necessario osservare con curiosità infinita i nostri allievi per leggere la loro condizione interiore, guardando al di là delle parole ciò che sono e ciò che serve loro per procedere nel loro cammino.
Trasmettere ha anche a che fare con il nostro stato quando ci poniamo a servizio degli astanti. Non funziona quando proviamo a insegnare messaggi che sono la nostra ultima comprensione, ma gli allievi non sono davvero interessati a ciò che diciamo. Dobbiamo imparare a essere umili e dare agli allievi ciò che a loro serve in quel particolare momento. Questo è particolarmente vero nelle lezioni di gruppo a persone che non conosciamo. Diversa può essere la trasmissione quando il gruppo è formato da persone che lavorano con noi da anni con i quali c’è una buona conoscenza reciproca. In quelle circostanze possiamo confrontarci più liberamente e gli allievi interessati diventano co-creatori dell’insegnamento che ricevono. Gli allievi stimolano l’insegnante attraverso le loro domande e osservazioni utili per approfondire taluni aspetti che diversamente resterebbero inespressi o meno chiari. Inoltre valgono sempre e comunque le condizioni della sala, l’ora del giorno, la temperatura. È importante adattare il proprio insegnamento alle condizioni reali con cui ci confrontiamo. Che valore può avere seguire un metodo teorico che conosciamo, se le condizioni reali non lo permettono? Un conto è la teoria, diversa è la pratica.
Marc Beuvain, un insegnante francese che seguo da anni, allievo diretto di Desikachar, insegna che è la logica yogica che dobbiamo seguire quando insegniamo. Questa regola si è rivelata particolarmente importante quando mi sono trovata di fronte a un pubblico di persone con disabilità fisiche e psichiche. Che yoga possiamo trasmettere a una persona paraplegica, autistica, con la sindrome di Down? Eppure vi assicuro che il loro corpo e la loro mente seguono gli stessi meccanismi tra le quali quello di essere dominati dal disagio e dalle vritti. Con loro è risultato efficace l’utilizzo del respiro lungo e regolare, uso la voce, insegno loro che avere un corpo più rilassato e flessibile è possibile. Loro seguono l’esempio, quanto più sono centrata, maggiore è l’effetto. Non è certamente un insegnamento tradizionale, ma la logica che trasmetto segue pienamente i principi yogici. Anche lavorando con i disabili, la condizione interiore dell’insegnante arriva loro direttamente, senza sovrastrutture, da cuore a cuore.
È difficile sapere di cosa ho bisogno veramente. Ma è centrale capirlo. Sapere che non siamo le nostre emozioni, che il nostro testimone non sta nelle sensazioni. Sapere che siamo angeli e demoni, parte di azzurro e parte di buio. Che l'incoerenza è la coerenza del cosmo e che non c'è separazione in noi e tra noi e l'Universo. C'è un percorso da fare, non esiste la pillola della realizzazione, ma sappiamo che basta un attimo di luce perché la nostra vita cambi del tutto
Quando qualcuno ci chiede chi siamo, generalmente rispondiamo attraverso elementi che appartengono alla nostra storia: il nostro nome, il lavoro che facciamo, le persone che frequentiamo, i luoghi in cui viviamo, le nostre preferenze, le nostre esperienze. Tutto questo certamente racconta qualcosa di noi, ma sappiamo anche che ogni aspetto esterno della nostra vita è soggetto al cambiamento. La tradizione dello Yoga ci invita proprio a questa esplorazione: riconoscere ciò che cambia e avvicinarci a “colui che osserva il cambiamento”. In questa visione il Kriya Yoga poi è uno strumento per sviluppare la conoscenza di sé. Con un obiettivo: diventare più presenti, più stabili e più capaci di scegliere
La disciplina indiana ben si concilia con questo burrascoso periodo della vita. Ed è un valido aiuto per scoprire meglio se stessi e ricomporre mente, corpo e percezione di sé. Inoltre avvia al riconoscimento dei propri valori personali e diventa un metodo per riconoscere e affrontare al meglio emozioni e stress
Da sempre cerco di consigliare delle letture sullo Yoga e sul misticismo indiano cercando di intuire quali interessi si trovino dietro ogni lettore con cui condivido eventuali suggerimenti. Allora vi consiglio tre testi classici per entrare ancora di più in questa via...
Quante volte abbiamo lasciato che la vita fosse chiusa e compressa dentro di noi? Ci vuole coraggio per aprirci ed è necessario cercare l’armonia dell’apertura perché un vulcano può esplodere in modo rovinoso o tracciare nuove valli e nuove vie. Il fiume di lava può essere distruttivo o armonico. Spesso abbiamo paura di aprirci perché significa rischiare ma solo rischiando un possibile errore possiamo aprirci anche a una nuova parte di noi
È un libro che dovrebbe stare in ogni biblioteca, scolastica e di casa. Ma il sindaco di Venezia ha tolto «Piccolo blu e Piccolo giallo» dalle biblioteche scolastiche perché ritenuto portatore di “ideologia gender”. Eppure racconta solo la storia di Piccolo blu e Piccolo giallo che si abbracciano così forte da diventare verdi...



