Autonomia di pensiero, ricerca interiore e guida di una tradizione hanno una necessità: quella di procedere all’unisono. Ed è l’alchimia più difficile da trovare.
La mia lunga storia personale mi ha portato attraverso le varie fasi di questo percorso, da un’accettazione fideistica dell’autorità in ambito cattolico, a un lunghissimo cammino nel deserto e nella solitudine, alla ricerca di punti di riferimento “certi” nel tentativo molto frequente di… ripetere lo stesso errore: affidarsi a un altro essere umano. Col senno di poi sono stato molto fortunato perché la mia prima esperienza giovanile mi ha sviluppato anticorpi difficili da smantellare. Anzi, nel momento in cui qualcuno negli anni scorsi mi si è presentato con questo atteggiamento “assolutista” – o qualcuno attorno al maestro di turno mi suggeriva un atteggiamento fideistico e devozionale, suggerimenti che ho incontrato in tutti gli ambiti – gli anticorpi entravano in azione.
Questo per qualcuno è un limite, lo so, perché in Italia è rimasta in tutti l’impostazione cattolica che troneggia sotto la testata dell’Osservatore Romano, prestigioso quotidiano vaticano: «Aut mecum, aut contra me», o con me o contro di me. Frase che suggerisce l’atteggiamento molto frequente del consegnare il proprio pensiero – anzi, il proprio cervello – in mano a qualcuno che ti dice cosa fare e come pensare. E allora addio ricerca, si entra nel settarismo, atteggiamento che fa sentire le persone insicure (tutti noi!) di essere dalla parte di dio, qualsiasi significato si voglia dare a questa parola (per questo l’ho scritta in minuscolo). Essere nel branco fa sentire forti, a ogni latitudine, mentre stare fuori, senza protezione, comporta assumersi responsabilità molto alte, Tra le quali quella di “sbagliare”. Ma nessuno ci dice però che questa possibilità diventa quasi una certezza se si affida la responsabilità ad altri.
Chi è questo «me» della frase «aut contra me…»? Dato che la frase è nata in ambito cristiano, l’esegesi comune dice che è Gesù, in questo caso. In India si direbbe il «guru». Ma è davvero così? È una domanda che continua a porsi innanzi a qualsiasi ricercatore. Ogni grande guru – anche Gesù di Nazareth – ha propugnato e insegnato la libertà interiore: «Il sabato è fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato» è scritto nei Vangeli sinottici; «Ho insegnato solo uno yoga, quello che porta alla libertà», ha detto il grande Swami Satyananda Saraswati.
Le domande aumentano: chi è questo «me»? E cosa significa «libertà»? Per molti, libertà è fare ciò che si vuole e questo denota il limite del concetto di libertà interiore. Ho conosciuto questo termine nella sua esatta accezione nella mia lunga frequentazione nella Chiesa Valdese, dove questa libertà è sinonimo di «responsabilità»: esattamente il contrario di quello che accade nella Chiesa cattolica dove si pecca e ci si confessa e quindi la colpa viene “assunta” psicologicamente da un altro. Che sia il prete o Dio, questo solo la fede di ciascuno può suggerirlo.
Se poi andiamo in ambito indiano dove la figura del guru è spesso assunta a un ruolo divino, è necessario comprendere dove e perché nasce questa indicazione. L’India, come spiegano Sudhir e Katharina Kakar nel libro «Gli Indiani – Ritratto di un popolo» (Neri Pozza), è una società con una forte connotazione gerarchica e chi è considerato superiore viene venerato come un santo o poco meno, perfino in ambito lavorativo. Parlano di «idealizzazione del leader», definita dagli autori «quella grandiosa opera dell’immaginazione umana che è in grandi di concepire – a partire da un evento noto – una realtà più perfetta e più preziosa». Figuriamoci cosa accade in ambito spirituale. Se in ambito cristiano la guida di una «autorità» è più legata al controllo sociale delle coscienze, nel subcontinente indiano è una caratteristica sociale e culturale. Così come esiste «la riluttanza degli indiani a dare o ricevere un feedback negativo», a dire dei sani «no».
Non solo. Mentre l’Occidente è immerso nella Storia e noi tutti a scuola impariamo date e condottieri, battaglie e rovesciamenti politici, in India la scientificità storica non ha la prevalenza. La prevalenza ce l’ha il pensiero, il mito, la fede nel trascendente immerso nella storia di tutti noi. Poco importa se un fatto è vero o verosimile, conta quello che rappresenta a livello escatologico (mi si perdoni la sgrammaticatura teologica). L’ho imparato alla sequela di grandi docenti, come il professor Gianni Pellegrini, indologo all’Università di Torino, mio relatore assieme ad Antonio Nuzzo nella tesi di diploma, e come il professor Giuliano Boccali, indologo all’Università di Milano. Ecco perché è importante tenerne conto quando noi occidentali ci avviciniamo a quei mondi affascinanti. Secondo il mio punto di vista non è credibile che “facciamo gli indiani”, mentre sarebbe molto più utile portare il sano dubbio storico-scientifico (che non è quel «dubbio» che ostacola la progressione spirituale: questo paralizza, mentre quello di cui parlo, porta a uno stato nuovo di coscienza e di sviluppo interiore) all’interno di una ricerca che pure ha connotazioni orientali.
Se si va a leggere la vita dei grandi guru, peraltro (penso a Yogananda, a Satyananda, e a Sivananda e Gitananda che erano medici, dunque con una mentalità scientifica) si scopre che nella loro vita hanno frequentato centri di ricerca e scienziati, proprio per trovare conferma “moderna” a certezze antiche. Dunque la via è quella, non ci sono dubbi (appunto).
Diversamente abbiamo poche certezze storiche su date o fatti (la battaglia di Kurukshetra, la presenza di Gesù in India, l’anno in cui è stato scritto «Yogasutra», eccetera), ma a ben vedere non ne abbiamo neppure per i racconti della Bibbia: per esempio lo storico Alessandro Barbero in una sua conferenza ha spiegato che il grande regno di Israele di mille anni prima di Cristo di cui parla la Bibbia (con una grande capitale e il tempio di Salomone), non è mai esistito e questo lo hanno dimostrato gli archeologi israeliani che – risalenti a 3.000 anni fa – hanno trovato solo resti di focolari di nomadi.
Insomma, è poco proficuo cercare certezze là dove non ce ne sono e che non servono al compito precipuo di un ricercatore: «aut mecum aut contra me», o con me o contro di me dove quel «me» è non l’ego, ma quel quid che molti chiamano anima e io chiamo atman, che è la coscienza cristica di cui parlava Yogananda, quella nostra essenza che non dovremmo mai tradire per essere davvero liberi dal Male.
Libertà per me è responsabilità e nel mio caso la «responsabilità» porta con sé la necessità di studiare, conoscere, entrare in sintonia con un pensiero, una via, un credo. Come dicevo all’inizio, l’alchimia più difficile da trovare è proprio la coniugazione del seguire una via spirituale e il restare autonomi nel pensiero e nelle decisioni. Ma è un’alchimia necessaria per dare profondità e veridicità a un percorso interiore. Navigare nella possibilità, anziché nella certezza, significa abbandonarsi alla nostra umanità e alla immensità dell’Infinito. Significa depositare la presunzione di poter sapere tutto e all’ipocrisia di assegnare ad altri le nostre responsabilità, per immergersi nelle infinite e insicure anse dell’incertezza.
In questa realtà siamo tutti pellegrini e anche quando troviamo delle luci che tolgono il nostro velo di ignoranza, abbiamo il dovere di distinguere i piani di rivelazione e di conoscenza. A nessun uomo è mai stato dato il potere di sapere tutto, nemmeno quelli la cui coscienza illuminata ha portato a trascendere questa realtà. E questo non è un limite, ma una ricchezza, perché abbandonarsi al mistero e al fatto che non possiamo essere certi di tutto e non possiamo conoscere tutto, è il più grande atto di fede e il più grande dono che la vita ci possa fare. Oggi non ho più il bisogno di idealizzare una guida spirituale, non per presunzione, ma perché “capisco” che non esiste separazione tra anime e che l’Infinito contiene tutti e tutto: abbiamo il divino dentro di noi e il nostro compito non è cercarlo in altri, ma ritrovarlo in noi stessi. Dove vivono i nostri guru, i loro insegnamenti e la nostra più profonda e inespressa fede nella Vita.

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