Pensiamo di essere liberi e di decidere continuamente: scegliamo un lavoro, una relazione, un acquisto, un’opinione. Ma quanto di ciò che facciamo è davvero una scelta? Quante volte, invece, reagiamo semplicemente a uno stimolo? Una parola ci ferisce e rispondiamo impulsivamente. Un complimento ci riempie di entusiasmo e ci fa dimenticare tutto il resto. Una critica rovina la giornata. Vediamo qualcosa che ci piace e sentiamo subito il bisogno di ottenerla, costi quel che costi. Un imprevisto manda all’aria i nostri piani e ci lasciamo travolgere dalla frustrazione. Stimolo e risposta. Stimolo e risposta. Stimolo e risposta.
«In questo mondo le persone desiderano il successo nelle loro azioni e perciò venerano gli esseri celesti e raccolgono in breve tempo i frutti del proprio lavoro».
(4.12)
Tutti sappiamo che è possibile ottenere risultati esteriori in modo relativamente semplice. Impegno, competenza, determinazione e costanza producono spesso successo, ricchezza, riconoscimento e potere a vari livelli. Per questo identificarci con il nostro involucro materiale è quasi inevitabile. Quando desideriamo qualcosa, molto spesso riusciamo a ottenerla; possiamo muovere il corpo, costruire, viaggiare, modificare il mondo che ci circonda. È naturale finire per pensare di essere quel corpo, perché attraverso di esso vediamo la nostra volontà prendere forma nella realtà.
Non c’è nulla di sbagliato nel raccogliere i frutti del proprio lavoro. Krishna, però, ci invita a non fermarci lì. Raggiungere un obiettivo non significa necessariamente essere liberi, né, soprattutto, essere davvero soddisfatti o felici. Viviamo in un’epoca che celebra l’autonomia individuale, ma spesso trascorriamo intere giornate (e a volte intere vite) seguendo inconsapevolmente il meccanismo dello “stimolo e risposta”. Siamo convinti di scegliere, mentre ciò che chiamiamo scelta è spesso soltanto la risposta automatica a desideri, paure, abitudini e ferite interiori accumulate nel tempo.
La tradizione vedica chiama queste impronte interiori «saṁskāra». Possiamo immaginarle come il software invisibile della nostra personalità esterna. Sono i saṁskāra a modellare il modo in cui la mente interpreta ciò che accade e, di conseguenza, il modo in cui il corpo agisce. Nel verso 3.27 Krishna offre la chiave per comprendere questo meccanismo:
«L’anima confusa dal falso ego crede di essere l’autrice di azioni che in realtà sono compiute dalle tre influenze della natura materiale».
In pratica, noi, la scintilla spirituale cosciente, esprimiamo dei desideri che il sistema corpo-mente traduce in azioni nel mondo. Allo stesso tempo, il sistema corpo-mente riceve continuamente informazioni dall’esterno e le proietta sullo schermo della nostra coscienza. In entrambe le direzioni questi “segnali” vengono filtrati dai programmi saṁskāra, che deformano sia il modo in cui percepiamo la realtà sia il modo in cui scegliamo di agire. Così finiamo per ripetere gli stessi errori nelle relazioni, gli stessi conflitti, gli stessi attaccamenti e le stesse paure. Cambiano le persone, cambiano i luoghi, cambiano le circostanze, ma dentro di noi qualcosa continua a raccontare sempre la stessa storia. È la storia del nostro corpo-mente, che scambiamo per noi stessi, mentre è soltanto il veicolo che abitiamo.
«Ho creato le quattro divisioni della società in funzione delle tre influenze della natura e delle attività collegate ad esse, ma sappi che pur essendo il creatore di questo sistema, in realtà non agisco perché sono immutabile».
(4.13)
Questo è uno dei versi più fraintesi della Bhagavad-gītā. Nel corso della storia è stato spesso utilizzato per giustificare un sistema rigido di caste ereditarie. Eppure Krishna afferma esattamente il contrario. Non parla di nascita, ma di qualità (guṇa) e di attività (karma). In altre parole, ciò che conta non è la famiglia in cui si nasce, ma la natura che si manifesta nel nostro modo di pensare, di sentire e di agire.
In sintesi, i guṇa sono tre.
- Tamas, l’inerzia, ci spinge verso la confusione, la pigrizia, il disordine, la procrastinazione e l’indifferenza.
- Rajas, la passione, alimenta il desiderio incessante, l’agitazione, la competizione, l’impazienza e il bisogno di controllare tutto.
- Sattva, la virtù, porta chiarezza, equilibrio, serenità, lucidità, compassione e il desiderio sincero di fare il bene.
A seconda di come queste influenze si combinano con le azioni e le scelte che compiamo ogni giorno, emergono inclinazioni diverse.
C’è chi trova spontaneamente realizzazione nella conoscenza, nell’insegnamento e nella ricerca della verità; chi è naturalmente portato a guidare, proteggere e assumersi responsabilità; chi ama creare valore, organizzare risorse e sviluppare attività economiche; e chi esprime il meglio di sé attraverso la competenza pratica, il servizio e la realizzazione concreta delle idee. Nessuna di queste vocazioni è superiore alle altre. Come gli organi di un unico corpo, tutte sono indispensabili al buon funzionamento di una società equilibrata.
La Bhagavad-gītā insegna che possiamo trasformare profondamente il nostro carattere elevando i guṇa predominanti nella mente. Allo stesso tempo ci invita a conoscere il nostro svabhāva, ovvero la nostra inclinazione naturale dovuta al corpo che abitiamo. Cercare continuamente di costringere corpo e mente a vivere contro la loro struttura profonda richiede enormi quantità di energia e spesso produce soltanto frustrazione. Nella filosofia vedica, infatti, quando si parla di corpo si comprende anche la mente, con tutte le sue predisposizioni psicologiche, emotive e cognitive.
L’energia che non sprechiamo combattendo inutilmente contro la nostra natura esterna può essere investita nella conoscenza di noi stessi, nella crescita interiore e nel servizio. Ed è proprio questa conoscenza, dice Krishna, che alla fine ci rende davvero liberi.
Un altro punto fondamentale di questo verso è che Krishna si definisce avyaya, un termine sanscrito che significa immutabile, inesauribile, non soggetto a decadimento. Mentre tutto ciò che appartiene al mondo materiale nasce, cambia e si consuma, Krishna rimane sempre pienamente sé stesso, senza essere modificato dalle azioni che compie.
Queste affermazioni teistiche, però, vengono spesso interpretate nel modo sbagliato. Alcuni tendono a interpretare questo suo modo di esporre così: «Io sono Dio e quindi non sono influenzato da nulla, mentre tu lo sei perché non sei Dio, sei inferiore». In realtà il senso è esattamente opposto. Krishna ci sta dicendo che più ci allontaniamo dalla nostra autentica natura spirituale, che è della stessa qualità della sua natura avyaya, più ogni evento esterno ci travolge, ci consuma e sembra definirci. Più invece ci avviciniamo alla coscienza di Krishna, più impariamo a non essere trascinati da ogni successo o fallimento, da ogni elogio o critica. Gli eventi continuano ad accadere, ma non hanno più il potere di determinare chi siamo e sicuramente non hanno il potere di controllare le nostre emozioni, a nessun livello.
«Non c’è attività che mi condizioni, né aspiro ai frutti dell’azione. Chi conosce questa verità non si irretisce nelle conseguenze dei suoi atti».
(4.14)«Tutte le anime liberate del passato hanno agito consapevoli della mia natura trascendentale. Compi dunque il tuo dovere seguendo il loro esempio».
(4.15)
Siamo dunque coscienza pura all’interno di una macchina, un robot biologico.
Questa riflessione è diventata ancora più attuale da quando l’intelligenza artificiale ha messo in discussione il modello di essere umano che abbiamo dato per scontato negli ultimi secoli. Oggi l’intelligenza artificiale scrive testi, riconosce immagini, sostiene conversazioni, compone musica e perfino imita forme di creatività. Ogni giorno le macchine imparano a fare qualcosa che fino a poco tempo fa ritenevamo esclusivamente umano.
Ma allora, che cosa ci distingue davvero dalle macchine? La Bhagavad-gītā risponde con una semplicità sorprendente: la coscienza. L‘ātman, la scintilla spirituale, abita un sistema biologico corpo-mente che funziona, sotto molti aspetti, come una macchina. Perché ci ritroviamo all’interno di questa macchina è il segreto dei segreti. Krishna inizierà a svelarlo poco alla volta nel prosieguo del dialogo. Non voglio rovinarti la sorpresa raccontandolo adesso.
Il vero problema del mondo contemporaneo non è che le macchine stiano diventando sempre più simili agli esseri umani. È che gli esseri umani stanno diventando sempre più simili alle macchine. Oppure, usando il linguaggio della Bhagavad-gītā, che ci stiamo identificando sempre di più con il nostro corpo-mente-bio-macchina. Il primo, grande messaggio di Krishna ci accompagna ormai dall’inizio del secondo capitolo: non siamo il corpo-mente che crediamo di essere, ma la scintilla spirituale che lo anima. Ora, però, iniziamo anche a comprendere che cosa questo significhi davvero.
Essere umani significa imparare a distinguere tra il semplice reagire e il vero scegliere. Perché non basta muoversi per poter dire di stare davvero agendo. Esiste un modo di compiere innumerevoli azioni rimanendo interiormente immobili, ed esiste un silenzio nel quale avviene la trasformazione più profonda.
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