Nel quarto capitolo della Bhagavad Gita, Krishna apre una nuova porta. Dopo aver spiegato ad Arjuna il valore dell’azione consapevole e il pericolo del desiderio incontrollato, introduce un tema scottante: la conoscenza trascendentale. Il termine «trascendentale» indica ciò che va oltre i limiti ordinari della materia, della mente e dei sensi. Non significa qualcosa di fantasioso o irreale ma una dimensione più profonda della realtà, non riducibile a ciò che possiamo misurare o percepire esternamente.
Ho insegnato la scienza immortale dello yoga a Vivasvan, il deva del sole, che la trasmise a Manu, il padre dell’umanità, che a sua volta la impartì a suo figlio, il re Ikshvaku.
(4.1)
La conoscenza più importante non si rivela solo studiando libri, nei dibattiti o nell’accumulo di informazioni, ma da una trasmissione “viva”. Krishna non dice: «Questa verità l’ho scritta in un manuale», ma dice che l’ha insegnata. Qualcuno l’ha ricevuta, vissuta, custodita e trasmessa. E questo cambia tutto. Un insegnamento “vivo” trasmette comprensione, visione, esperienza, sfumature, metodo e trasformazione interiore tutto insieme. Le parole da sole possono essere lette in molti modi ma una guida vivente aiuta invece a coglierne il senso più profondo. Viviamo nell’epoca della massima disponibilità di dati. Possiamo sapere quasi tutto in pochi secondi. Eppure molte persone si sentono confuse, disorientate, svuotate. Perché? Perché la mente può raccogliere informazioni senza diventare saggia.
La mente proietta continuamente desideri, paure, confronti, urgenze. Ci fa correre dietro a priorità che cambiano ogni giorno. Ci riempie di rumore interiore. E così, pur avendo accesso a mille contenuti, perdiamo il centro. Ecco perché la trasmissione da maestro a discepolo è così importante, non è una questione di gerarchia.
Questa scienza suprema fu trasmessa da maestro a discepolo, e i re santi l’hanno ricevuta in questo modo. Tuttavia, nel corso del tempo la successione si è interrotta e questa scienza, nella sua integrità originale, sembra ora perduta
(4.2).
Come si perde la conoscenza trascendentale? La conoscenza del mondo interiore, quella che va oltre il fisico misurabile, si spegne quando si esaurisce la “comprensione viva” del significato delle parole. In pratica i simboli, le parole e le formule possono ancora essere presenti, ma la sostanza svanisce perché quella conoscenza trascendentale non è più vissuta. Purtroppo, o per fortuna, sappiamo bene che si possono citare principi elevati senza viverli, o conservare riti, simboli, tradizioni e perfino istituzioni religiose, avendo però smarrito il cuore da cui tutto era nato. È qui che avviene la vera perdita… rimane la forma e scompare l’anima.
Se oggi ti insegno questa antichissima scienza che tratta della relazione col divino è perché mi sei devoto e amico, e puoi quindi coglierne il mistero trascendentale.
(4.3)
Krishna sceglie Arjuna per rinnovare questa preziosa conoscenza del cuore e ristabilirne la trasmissione nel mondo. Non lo sceglie perché è il più erudito o il più brillante sul piano intellettuale, ma perché è Suo amico. Con questo gesto Krishna mostra che la conoscenza spirituale non è soltanto un insieme di concetti da apprendere: è anche relazione, fiducia, sincerità e apertura reciproca. Per questo la conoscenza più alta non entra facilmente in un cuore ostile. Non trova spazio dove c’è chiusura pregiudiziale, dove domina il sarcasmo, dove si sente continuamente il bisogno di apparire superiori o dove l’ego ha già deciso di sapere tutto. Non perché qualcuno venga escluso dall’esterno, ma perché un cuore chiuso non riesce a ricevere. Come un seme non germoglia sulla pietra, così la saggezza non cresce in una mente irrigidita. Ma soprattutto, la conoscenza con la C maiuscola, quella che ci mostra i perché del mondo, e non solo come funziona, è collegata e dipende dalla relazione, perché, come vedremo in tutta la Bhagavad Gita, la relazione tra anime è al centro di tutto ciò che esiste.
Siamo abituati a pensare che il successo nella vita dipenda dal proprio sforzo mentale: studiare di più, accumulare dati, leggere altri libri, raffinare argomenti. Tutto questo ha il suo valore, ma non basta. Esistono verità che non si aprono con la sola forza dell’intelletto. Si aprono quando la persona si connette (yoga) al significato profondo dell’esistenza e del cosmo. E questo si può iniziare a capire sui libri, ma poi va vissuto, è un cammino profondamente intimo, personale e individuale.
Ogni volta che vi è un declino del dharma e un aumento dell’a-dharma, allora discendo personalmente.
(4.7)
Come abbiamo già visto più volte, dharma è una parola sanscrita ricchissima di significato, indica ciò che sostiene, armonizza e dà direzione alla vita e non è semplice religione esteriore, ma il principio che mantiene equilibrio interiore, ordine sociale e connessione con il Divino. La parola adharma indica l’esatto opposto, con l’alfa privativo. Alla luce di quanto abbiamo visto, il declino del dharma non riguarda soltanto il disordine esteriore del mondo, ma soprattutto il momento in cui si perde il significato autentico della vita interiore, o peggio ancora si perde del tutto la vita interiore e della connessione interiore tra anime. Accade quando restano le regole, ma si dimentica lo scopo e quando non sappiamo più distinguere la forma dalla sostanza.
È proprio questo il dramma che il Mahabharata (di cui la Bhagavad Gita è parte, ndr) mette davanti ai nostri occhi. Un’intera civiltà ancora raffinata e potente, ma interiormente in declino. Grandi figure come Bhishma, Drona e altri uomini straordinari, pur nobili e qualificati, non riuscirono a fermare l’ingiustizia nel momento decisivo. Non mancavano la cultura, la forza o il prestigio. Mancava la visione viva del dharma. Per questo Krishna interviene.
Quando Krishna dice “discendo personalmente”, il significato è forte: il divino non resta neutrale quando la verità viene deformata. Entra nella storia, guida, corregge, illumina, richiama gli esseri umani al loro centro per ristabilire il cuore della conoscenza perduta. A volte lo fa direttamente, altre volte attraverso avatar, termine sanscrito che significa «colui che discende», ovvero insegnamenti capaci di riaccendere la coscienza perché non sono confusi dalle dinamiche mondane. Il principio, però, resta sempre lo stesso: riportare gli esseri viventi alla coscienza divina e ricondurre la vita al suo asse spirituale.
Se ci pensiamo bene, anche oggi il dharma declina quando la spiritualità diventa immagine, quando si accumulano contenuti senza trasformazione, quando si giudicano gli altri invece di lavorare su sé stessi, quando si cerca l’apparenza della spiritualità senza verità interiore. Perciò la promessa di Krishna è ancora viva. Ogni volta che perdiamo il centro, esiste la possibilità di ritrovarlo. Ogni volta che la conoscenza sembra smarrita, può tornare a manifestarsi. Ogni volta che la coscienza si oscura, la luce cerca una via per rientrare.
Nei Veda l’universo non è descritto come una macchina morta, ma come una realtà viva, intelligente, ordinata, abitata da livelli di coscienza differenti. Anche per questo il sole, la terra, gli elementi naturali vengono trattati con rispetto e gratitudine. Tutto è più vivo di quanto immaginiamo. Possiamo possedere testi sacri, citare versi, conoscere filosofie, discutere per ore. Ma se non ci “connettiamo alla vita” (yoga), come faremmo con una ricetrasmittente, non potremmo mai davvero coltivare la conoscenza trascendentale. Non perché è un dogma, ma perché NOI SIAMO VITA! E la vita, così come la vera conoscenza si vede nei frutti, nelle opere che facciamo, come abbiamo ampiamente visto nel capitolo precedente.
Il quarto capitolo è appena iniziato. Krishna ha appena aperto il sipario su un punto decisivo: la conoscenza più alta non è un semplice concetto da comprendere, ma una relazione viva con il divino e con gli altri esseri viventi (tutti, non solo gli esseri umani). Ma come si fa ad avere una relazione con una persona che esiste in un mondo non fisico e non misurabile? Come possiamo entrare in rapporto con Krishna se non lo vediamo nemmeno? Nei prossimi versi Krishna inizierà a spiegare che il divino può essere conosciuto con un modo più profondo di percepire, agire e vivere rispetto ai sensi esteriori. Ed è lì che il dialogo con Arjuna entrerà in una dimensione ancora più affascinante.

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