Simona si alza e va al pianoforte. È concentrata, le sue mani volano leggere e decise sulla tastiera, una musica improvvisata, intensa. Mentre suona si alza e fischietta il motivo che sta eseguendo. Simona sta volando dentro la musica: un’esibizione che dura solo una manciata di minuti. È la stessa musica che esegue da quando aveva quattro anni e si arrampicava sul seggiolino del pianoforte di casa per poter toccare i tasti. Da allora suona sempre le stesse note. Ma solo apparentemente, infatti si scoprirà che non è così, quello è ciò che noi “normali” percepiamo perché nel suo linguaggio musicale, nella sua comunicazione c’è una sottotraccia, un mondo complesso, misterioso e ogni volta diverso. Simona termina la sua esibizione e torna a sedere assieme agli altri.
Quel pianoforte è la sua voce perché lei non parla; nella sua vita ha detto solo cinque parole all’età di cinque anni («dico», «ancora», «caduto», «patata», «rotto») e poi più niente. Ma con la musica, che esegue solo in presenza di altri, riesce a esprimersi, toccare le corde dell’emozione in chi l’ascolta, trasmette direttamente all’anima. Simona è autistica e fa parte dell’Orchestra Invisibile assieme ad altri ragazzi, ormai adulti, autistici. Si chiamano Claudia, Franci, Paolo, Fede j., Marco, Samuele ai quali ogni tanto si aggiungono Giovanni e Annalisa, ma l’assetto è variabile; attraverso la musica trovano frammenti di contatto con il mondo che li circonda. Con loro suonano componenti esterni (professionisti dell’ambito socio-sanitario, studenti, specializzandi e docenti dell’Università di Pavia, musicisti professionisti).
Siamo a San Ponzo Semola un “borgo antico” tra mura medievali sulle leggere colline che si stendono nell’Oltrepò Pavese, nella valle dello Staffora. Qui ogni venerdì arrivano con un pullmino alcuni ospiti di Cascina Rossago, fattoria sociale adagiata nel verde a poca distanza e che tra queste case ha realizzato un’area polifunzionale compreso uno spazio per la musica. Nella stanza sono distribuiti gli strumenti, il pianoforte e poi soprattutto percussioni, elementi di batteria, rullanti, timpani, piatti e spazzole leggere. Per assistere alle prove bisogna partecipare, suonare assieme.
Così ho vissuto questa esperienza disponendomi in cerchio con loro e gli altri musicisti: in cerchio perché gli scambi comunicativi avvengono prevalentemente sul piano non verbale, visivamente, suonando assieme. Ho vissuto questa esperienza adeguandomi ai loro tempi, a un inizio caotico, sperimentale che poi trova preziosi momenti di sintonia, condivisione, il tocco fugace con gli altri. Sperando di essere accettato.

A dirigere e coordinare l’orchestra dal suo pianoforte è la figura centrale di Pierluigi Politi, professore Ordinario di Psichiatria dell’Università degli Studi di Pavia. «Questo progetto si è sviluppato a Cascina Rossago, una fattoria sociale nata nel 2002», spiega. «All’epoca erano giovani con autismo, oggi sono adulti con autismo. Tutto parte da un piccolo gruppo di genitori con un figlio o una figlia gravemente autistici che decidono di mettersi assieme e cercare di costruire per questi ragazzi un’esistenza più serena possibile. Nel 2002 aprono questa struttura che avevano acquistato come rudere alcuni anni prima». Nel 2004 diventa RSD, residenza sociosanitaria per disabili. Diventa, cioè, punto di riferimento e viene accreditata dalla Regione Lombardia per consentire l’accoglienza di persone con gravi forme di autismo in età adulta.
«Alcuni genitori un giorno mi chiesero: “sappiamo che hai un gruppo musicale, jazz vero?”», ricorda il professor Politi, «“Perché non venite a fare un piccolo concerto prima di Natale per le famiglie, per un momento di festa?”. Era il 2002 e così sono andato con il mio quartetto. E successe qualcosa di strano. Tutti rimanemmo sconvolti nel vedere che questi ragazzi, che erano soliti mettere in atto dei comportamenti imprevedibili, abbastanza problematici, rimasero per un’ora fermi, affascinati dalla musica. Da lì a due anni cambiai lavoro, dall’esperienza in ospedale vinsi un concorso universitario e per i primi due anni facevo didattica e ricerca. Memore di quell’esperienza, che non avevo mai dimenticato, il giorno che arrivò una studentessa in cerca di tesi e chiacchierando per conoscerci mi disse che oltre a Medicina aveva un grande interesse per la musica, che si era diplomata in violino e le sarebbe piaciuto pensare a una tesi nella quale avesse potuto utilizzare tutte le sue competenze comprese quelle musicali, mi scattò immediatamente l’idea di pensare a qualcosa per Cascina Rossago. A lei si aggiunse un altro studente musicista e così cominciammo ad andare una volta alla settimana a Cascina Rossago esplorando diversi generi musicali: la violinista veniva dal classico per cui lei portava il suo mondo e i ragazzi ascoltavano un quarto d’ora e poi si stufavano. Provammo altri generi musicali fino a quando, assieme all’altro studente al quale facemmo suonare il basso, quindi formazione pianoforte-basso- violino, cominciammo a fare musica improvvisata».
Partivano da un tema e poi a turno improvvisavano: «I ragazzi furono forniti di strumenti a percussione, pezzi di batteria che smontammo per far si che ciascuno avesse un tamburo, un paio di spazzole perché con le bacchette il frastuono era inenarrabile e li lasciammo liberi di divertirsi, senza dire nulla, senza scuola». E qui nasce, da questo percorso sperimentale e casuale, la prima scoperta per lo psichiatra. «Nel momento in cui ci divertivamo noi suonando, la musica girava e anche loro riuscivano ad andare a tempo».
Prosegue: «Sono persone che in teoria non dovrebbero riuscire a stare assieme, non dovrebbero comunicare tra loro e non dovrebbero nemmeno essere capaci di andare a tempo, invece ogni tanto entrano nel tempo, rimangono lì e poi se ne vanno per conto loro. Il ritorno che ci hanno sempre dato i ragazzi è straordinario. Noi ci incontravamo da loro e un paio di essi – sono ragazzi che non parlano, che sembrano non capire – ci aspettavano davanti alla sala musica spontaneamente. Dal quel piccolo gruppo in poco tempo si costituì una big band con sax, trombe, flauto, tromboni. Cominciammo a vedere che quei ragazzi stavano bene durante l’ora di musica. Tutto questo iniziò nell’autunno del 2005. Non conta la tecnica, conta riuscire a coinvolgere queste persone nella musica, riuscire a pulsare tutti insieme».
Domandiamo al medico e ricercatore: la musica è quindi una medicina? «Non so se la musica sia una medicina; be’, volendo guardare lo è dai tempi di Saul: quando si deprime i servi fanno venire il suonatore. La musica è molto più e molto meno di una medicina. La musica consente di fare delle esperienze emotive, sensoriali, razionali, forse anche metarazionali, qualcosa che altrimenti non si spiegherebbe. Un’ipotesi alla base della nostra esperienza è che il jazz sia particolarmente utile lì perché è come una moneta che ha due facce: una faccia è la ripetitività delle strutture, il blues è un anello di 12 battute nella sua forma più semplice su tre centri tonali soli, anche asimmetrico nelle sue 12 battute, che gira sempre uguale; gli standard sono strutture un po’ più complesse però anche lì molto spesso ripetitive, per non dire poi del jazz modale in cui magari sono solo due accordi che si alternano o addirittura un centro tonale solo. E questa è una faccia. E l’autismo conosce bene la ripetitività, la ristrettezza, un certo grado di stereotipia. Lì dentro una persona con l’autismo ritrova se stessa. L’altra faccia è la libertà dell’improvvisazione. Molte volte succedono cose bellissime».
«L’orchestra si alterna sempre a un solista», racconta. «Per esempio Simona non suona da sola, lo fa solo se ci siamo noi come alternanza. E noi le poche volte che ci è capitato di suonare senza di lei sentiamo la mancanza. Dopo qualche anno mi sono chiesto se i suoi brani cambiano o no perché sembrano sempre gli stessi. Una volta ho provato a registrarla con una videocamera posata su un treppiede dall’alto in modo che registrasse sia le dita sia il suono. L’ho registrata in tre o quattro giorni diversi. Una volta trovato il brano più simile di quella catena cominciavo a trascriverlo, ho chiesto anche aiuto in alcune occasioni a una pianista contemporanea perché vien facile far quadrare la sua musica. Risentendola con questa persona abbiamo individuato almeno 24 brani completamente diversi l’uno dall’altro. Forse lei ha una sensibilità che io non ho come spesso succede. Noi le parliamo ma in quelle occasioni mi sento un po’ come quelle anziane signore che parlano con il cagnolino per strada, come se capisse il linguaggio verbale».
C’è un altro passo importante e impensabile per questo straordinario progetto: l’Orchestra Invisibile diventa visibile e incontra da tempo il pubblico per alcuni concerti, un paio di volte all’anno. Sono occasioni che rappresentano un momento inclusivo su rotte musicali jazz imprevedibili (uno di questi sarà il 3 agosto 2025 al Miasino Classic Jazz Festival sulle colline del lago d’Orta). Chi ascolta vive un’esperienza musicale profonda, la loro voce passa dagli strumenti.
La nostra prova in un venerdì pomeriggio termina e lasciando le colline immerse nei colori d’autunno si accendono tanti pensieri nella mente. Soprattutto quanto dobbiamo allenare e allargare il nostro sguardo nell’osservare gli altri, il nostro ascolto, soprattutto i “diversamente abili”, accettarli e soprattutto imparare ad aprire il cuore.
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