Sarà capitato anche a voi di imbattervi, nei social, in quegli enfatici messaggi motivazionali che suggeriscono cose di questo tipo: «Non restare dove non fiorisci», «Non perdere te stesso per accontentare gli altri», «Se vuoi un amico fedele prendi un cane», «Sei speciale, non cambiare mai»…
Capiamoci, sono tutte frasi che sicuramente contengono una verità, ma sono anche portatrici di diverse insidie.
Partiamo dalla prima: «Non restare dove non fiorisci» si dice a qualcuno che soffre perché nel suo ambiente non è capito o accettato, o viene prevaricato. Ovviamente è giusto che, potendolo fare, spieghi le ali e voli verso un luogo dove gli è più facile esistere ed esprimersi. Ma se anche in questo secondo (e spesso terzo o quarto) luogo che esplora si presentano le stesse dinamiche?
Andiamo alla seconda frase: «Non perdere te stesso per accontentare gli altri». Sacrosanto. Non si può vivere bene se si è troppo sbilanciati all’esterno. Ma che succede quando a essere accontentati vogliamo essere noi?
E arriviamo alla terza: «Se vuoi un amico fedele prendi un cane». Gli amici a quattro zampe sono fantastici, ma, personalmente, mi atterrisce uno scenario in cui l’amicizia fra esseri umani viene rimossa.
Infine l’ultima: «Sei speciale, non cambiare mai». Ognuno di noi è unico, e di questa unicità va fatto tesoro. Ma «non cambiare mai» è davvero un buon consiglio? A parte il fatto che è impossibile non cambiare, non sarebbe una terribile prigione rimanere sempre in un certo modo?
Queste frasi non sono certo il demonio, anzi, in certi momenti ci danno anche una mano a venir fuori da un momento buio. Ma quando ce le troviamo davanti tutti i santi giorni ci convinciamo di certe cose e piano piano, frase dopo frase, il nostro ego diventa grande quanto una mongolfiera. A volte nemmeno ce ne accorgiamo, finché la mancata consapevolezza del senso dell’ego non ci colpisce in faccia come un boomerang. E anche in quel caso potremmo ancora avere l’ardire di lamentarci, di dare la colpa all’altro, al mondo, a qualsiasi cosa sia all’esterno da sé.
Il saggista francese Vincent Cocquebert, in un’intervista per il quotidiano Le Monde, dice che ci troviamo nell’era dell’«egocene, un periodo in cui, in mancanza di pensieri politici che sappiano generare utopie e senso del collettivo, l’individuo è portato a ripiegarsi su di sé e a concepire esclusivamente un’utopia individuale».
Secondo Cocquebert a partire dagli Anni 80 – il decennio del culto dell’io, della performance, del successo personale – i discorsi politici sono diventati sempre più di nicchia, e questa corrosione ha alimentato il sentimento che non c’è più davvero un destino comune. Alle “grandi narrazioni” si sono sostituite le piccole narrazioni del sé e del quotidiano (e, considerata la mole di queste “storie” su Instragram e Tik Tok, come dargli torto). Da questo si origina un desiderio di “ritirarsi”, che l’autore chiama in un suo libro “la società del Cocoon”. Cerchiamo protezione, sicurezza e benessere. È il digitale che ci ha permesso di realizzare questa pulsione di isolazionismo e di secessione domestica. È il mondo a venire da noi, non siamo più noi a doverci recare nel mondo. Ci sentiamo sempre più separati dal resto della società, ripiegati su noi stessi e in lotta permanente con un mondo che vorremmo sottomettere al nostro volere. Non accettiamo il mondo così com’è, ma non vogliamo più cambiarlo, vogliamo piuttosto plasmarlo a nostra misura, fare in modo che ci corrisponda, che sia un riflesso di noi.
Sempre secondo Cocquebert noi viviamo in una realtà sempre più personalizzata, “su misura”. Le persone che frequentiamo, i prodotti e i piaceri che consumiamo, le fiction che guardiamo e anche i politici per cui votiamo soggiacciono a questa ossessione di identificazione.
A forza di creare dei piccoli mondi di cui siamo i grandi registi comprendiamo sempre meno le rappresentazioni degli altri. Confrontarsi con la realtà altrui diviene sempre di più difficile. Il successo nella vita non si misura più nelle nella qualità delle relazioni, degli incontri, ma attraverso la sicurezza economica e le cose materiali. Non ci si fida più di nessuno e contemporaneamente si soffre enormemente di solitudine. Questo riguarda soprattutto i giovani sotto i 14 anni.
Davanti alla fotocamera di Tik Tok siamo seducenti, un condensato di glamour, ma poi la metà del nostro letto è vuota. Le relazioni amorose ci sembrano sempre più ansiogene, fino al punto in cui l’unica relazione su cui investiamo è quella con noi stessi. Un amore non più diretto verso l’esterno, ma verso di sé. Il mondo non ci rispecchia? Allora ci rivolgiamo al corpo, il “packaging identitario” più facile da controllare, attraverso lo sport, la chirurgia estetica… Ci creiamo un’armatura di muscoli nel vano tentativo di controllare qualcosa.
In trent’anni siamo passati dall’espansione del sé alla sparizione del sé. Negli Anni 90 l’individuo voleva cercarsi e trovarsi, anche a costo di incontrare la depressione. Invece oggi l’individuo vuole uscire dalla ricerca della performance, della riuscita a tutti i costi. Preferisce sparire.
Alcuni giovani praticano lo shifting- un modo di viaggiare attraverso il pensiero, grazie a tecniche simili all’auto-ipnosi, inventandosi mondi immaginari e realtà alternative e in questo modo cercano di evadere da un quotidiano troppo deprimente, che non è più a misura d’uomo. C’è anche un ritorno di interesse per le droghe psichedeliche; e per la meditazione, che mira a raggiungere una soppressione dell’ego. Il saggista conclude dicendo che occorre una rivoluzione negli affetti e nelle rappresentazioni per uscire da questa era mortifera dell’egocene, innanzitutto individualmente, poi collettivamente, al fine di ritrovare il senso della nostra dipendenza gli uni verso gli altri.
Siamo proprio messi male. Da una parte continuiamo a somministrarci quotidianamente delle piccole (o grandi) dosi di ego, dall’altra cerchiamo (pagando dei professionisti) delle tecniche per sopprimerlo.
Cerchiamo compulsivamente l’approvazione social e poi sul tappetino ci sforziamo di “lasciar andare” il superfluo. Da una parte vogliamo sparire dal mondo, dall’altra non facciamo che proporci e raccontarci sui social. Vogliamo essere liberi di dire qualsiasi cosa ci passi per la testa, indifferenti all’esistenza dell’altro. Non sopportiamo il contraddittorio, non siamo più educati a contemplarlo, né a scuola, né in politica, né in amicizia, né in amore. Il più delle volte non ci accorgiamo di questo corto circuito. Siamo in piena nevrosi ma guai a chi ce lo dice. Viene catalogato come amico tossico, o come “luogo dove non possiamo fiorire”. E allora il cane diventa l’amico migliore del mondo. Mai un’autocritica: io che amico sono? Come mi dono in una relazione? Dove ho sbagliato con tizio? Cosa non ho fatto con caio? Come posso recuperare? Piuttosto restare soli. Avere ragione. E la mongolfiera s’ingrandisce. E l’egocene avanza.
Volersi bene, meditare, andare in palestra, fare yoga, stare soli, avere un cane…è tutto giusto. Sacrosanto.
Ma nel farlo siamo accoglienti o reattivi? Liberi o condizionati? Possiamo confrontarci su questi temi con un altro essere umano? Un amico, un analista, un maestro? Nella risposta si cela la nostra realtà relazionale, che è, probabilmente, la cosa più importante che possediamo.
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