Ogni anno è la stessa storia. A metà novembre iniziano a comparire i primi sintomi del virus del Natale commerciale. Facciamo la spesa e notiamo che mentre al reparto ortofrutta ancora si trovano i meloni gialli e i fichi d’india, alle casse già compaiono i primi mini panettoni e mini pandori. Primizie dai costi spropositati, infornate in estate, quando l’energia elettrica costa meno.
A fine novembre l’atmosfera natalizia ha già contagiato ogni luogo e oggi ovunque vai è ormai tutto un tripudio di lucine intermittenti, babbi natale, alberi e palle colorate. Ma basta avvicinarsi per capire che il 99% dei gadget natalizi sono di pessima fattura. Pastorelli di plastica dai connotati sfigurati, diavolina rossa che si stacca a grumi, canovacci coi disegni dai bordi disallineati. La magia del Natale ci mette un attimo a diventare paccottiglia, delusione, spazzatura.
Col passare dei giorni ci siamo abituati al rosso delle confezioni e al luccichio delle proposte. Siamo tentati all’acquisto, ma – ci diciamo – è ancora presto. Ci raccontiamo che ancora non sappiamo dove saremo, con chi saremo. Cerchiamo di difenderci dall’aggressività delle proposte procrastinando. E intanto l’ansia sale.
Una cosa è certa: poche situazioni possono competere col Natale in quanto ai sentimenti contrastanti che possiamo provare. Ci sono anni in cui ci facciamo coinvolgere al cento per cento. Ci viene una voglia matta di addobbare casa, tiriamo fuori l’albero e i decori, montiamo il presepe e poi aspettiamo i giorni clou per goderci l’atmosfera che abbiamo faticosamente creato.
Ci sono anni, invece, in cui facciamo come Ulisse. Ci leghiamo, simbolicamente, al pennone più alto e proviamo a resistere al canto delle sirene del Natale. Niente albero, niente addobbi, niente decori. Niente pranzi, niente fatica, niente incazzature. Aspettiamo che passi, e che la famiglia se ne faccia una ragione. Oh mio dio la famiglia! Anche gli spot pubblicitari sono in difficoltà con la famiglia. Ed è tutto dire.
Il pranzo di Natale vorrebbe tanto celebrare “la famiglia tradizionale” ma, (grazie a dio), non fa che confermare la complessità e la confusione che contraddistingue le nostre relazioni. Attorno alla tavola di Natale ci sono mamme e papà, sposati, divorziati o conviventi; ci sono i bambini, di entrambi, solo di lui o solo di lei. Ci sono i nonni, che cercano di capirci qualcosa, o sono divorziati pure loro, perché non è mai troppo tardi (per cosa, alla fine non si sa bene). Ci sono i single ai quali tutti chiedono, per pura invidia, dettagli di vita amorosa. Ci sono gli adolescenti, sempre ingrugniti e insopportabilmente passivi.
C’è chi si sbatte a ospitare, cucinando prelibatezze e apparecchiando con cura, e c’è chi arriva, elegante e profumato, sempre a giochi fatti, con in mano una bottiglia scadente o qualcosa di comprato all’ultimo momento. C’è chi è vegano e mangia, sbuffando, cose a parte. C’è chi è a dieta e passa la giornata a barcamenarsi fra sensi di colpa e appagamento sensoriale.
Tutte le intolleranze sono state prese in considerazione e gestite. Solo quella alla partecipazione attiva risulta difficile da sopportare. Si sceglie comunque di scavalcarla, per amore della pace. E come ci sediamo? Le “femmine” tutte da un lato e i “maschi” tutti dall’altro? Non è elegante, ma chi vuole sentire lo zio che parla di politica o di calcio? E i bambini? Li mettiamo a parte? Ma sì, tanto a loro del cibo non importa niente. L’unico loro interesse è lo smartphone. E i giocattoli portati da Babbo Natale? Quelli valgono fino a sei anni, se va bene. E guai a dirgli “sparecchiati il piatto” oppure” porta il panettone a tavola”. Ma stiamo scherzando? Serviti e riveriti, i nostri piccoli sceicchi. In barba alla parità di genere, al patriarcato e a tutte quelle cose che tiriamo fuori quando siamo indignati per qualche fatto di cronaca.
Quando alla fine tutti se ne vanno e chiudiamo la porta, sospirando ci diciamo: «l’anno prossimo andiamo al ristorante». E invece eccoci qua, puntuali, a pensare al menu di quest’anno e a presagire la pesantezza delle solite dinamiche familiari.
Ma è possibile spezzare il giogo dello stress natalizio? Possiamo evitare di subire il Natale in famiglia e invece di negarlo e disprezzarlo, attraversarlo serenamente? La risposta è sì.
Tutto, in fondo, dipende dalle nostre aspettative e da quelle degli altri. Ogni famiglia è un caso (o meglio, un casino) a sé, ma credo che si possano creare delle regole valide per tutti. Per esempio chi ospita può comunicare, in maniera diretta, a tutti i partecipanti cosa intende fare e può distribuire i compiti, tenendo conto delle capacità e delle possibilità di ciascun invitato.
I modi per non farsi carico di troppe cose ci sono, bisogna solo avere il coraggio di esprimere la propria stanchezza e la necessità di essere coadiuvati. E se invece facciamo parte della schiera degli invitati, diamo una mano con gioia, oppure, se tutto ci sembra insopportabile, restiamo a casa nostra, che nessuno si offende o sente la mancanza delle nostre lamentele.
Infine dovremmo avere il coraggio di comprare meno cibo e di programmare meno portate, sia per stancarci meno sia per avere meno avanzi, meno sprechi. Non abbiamo certo un deficit calorico da colmare, quindi possiamo benissimo calcolare le grammature per difetto. Nessuno si lamenterà.
Poi ci sono i regali. Il secondo grande stress del Natale. Se tutti non avessimo già tutto non sarebbero uno stress, perché ci sarebbe un bisogno vero da soddisfare. Ma anche se siamo tutti consapevoli di questo fatto, verso il 20 dicembre il virus del Natale commerciale diventa pandemico e ci convince che DOBBIAMO fare dei regali. Non importa se sono delle stupidate, se sono dei prodottacci cinesi, se dopo due giorni si rompono o si buttano via. DOBBIAMO confezionare un pacchetto per tutti. Ma qual è il senso di quel regalo, di quell’oggetto a quella persona? Non c’è. C’è solo l’automatismo, il condizionamento. Perdiamo totalmente la percezione della misura, dello spreco, del limite. Non vediamo più nemmeno la persona. Non sarebbe più opportuno limitarsi a fare regali solo ai bambini piccoli? O comunque solo a coloro che aprendo un pacco esprimono vero stupore e vera gioia?
Totalmente soggiogati da questo incantesimo materiale ci dimentichiamo (o ci fa comodo dimenticare?) di cercare il nostro Natale, quello interno. A parole siamo tutti stressati da cene, pranzi, riunioni, incontri e rimpatriate, ma nei fatti mai emerge un volersi fermare. Un «no» che significherebbe recuperare, rientrare in possesso di una certa centratura, di quell’ascolto del corpo che ci porterebbe spontaneamente verso la moderazione e la ricerca interiore.
Dov’è la nostra luce? È ancora viva e vitale o è intermittente come le luci degli addobbi? Riusciamo a riconoscere il progetto evolutivo che abbiamo in mente per noi stessi? O siamo un po’ alla deriva. In balìa degli eventi. In mano alle decisioni altrui. Non sempre la risposta è quella che vorremmo. E allora ce la prendiamo col Natale e con tutte le situazioni che fanno da specchio alla lontananza da noi stessi. Ma, in fin dei conti, il Natale se ne frega di quello che proviamo nei suoi confronti. Lui arriva, si presenta per 24 ore, e poi ci saluta. Se siamo entusiasti o depressi a lui non importa. Se lo celebriamo o lo detestiamo per lui è uguale. Se ci siamo evoluti o involuti per lui è un dettaglio. E per noi?
Buona luce a tutti.
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