Quando pensate al Tantra, vedete l’apice dell’illuminazione spirituale? Oppure pensate (con attrazione o meno, non importa) a orgasmi cosmici e metodi esotici per ravvivare l’intimità della coppia?
Per tanto tempo ho avuto paura di parlare del Kriya che pratico e insegno come una disciplina spirituale tantrica. In realtà ho sempre paura di usare parole grandi, perché più sono grandi più sono affollate. Poi mi irrita vederle rimpicciolite. Ma diventano necessarie più spiegazioni, servono confini e contesto.
Così ho iniziato a raccogliere elementi da diverse fonti, perché volevo decidere se tenere o buttare questa parola. Mi mancava una prospettiva da cui riordinare i pensieri a riguardo.
L’ispirazione molto bassa viene da uno dei tormentoni estivi e ho deciso con seria leggerezza di partire dalla domanda più ovvia (non facile, ma ovvia): che rapporto c’è tra fare sesso e Tantra?
Il Tantra nasce come innovazione necessaria e si può dire sia l’ultima evoluzione dello yoga. Siamo intorno al V secolo d.C. quando inizia un passaggio sostanziale: se lo Yoga classico era per gli asceti in ritiro, il Tantra entra nella vita quotidiana.
Lo yoga classico, quello delle scuole vedantiche, era incentrato sulla ricerca della pura coscienza, separata dalla natura e dalle sue manifestazioni: pura ascesi e concentrazione mentale. Insomma, perfetto per un eremita nelle grotte dell’Himalaya.
I Siddha irrompono con una visione radicale: perché isolarsi dai sensi fisici quando puoi integrarli nella tua pratica spirituale? E così si sviluppa il Tantra, che abbraccia e include tutti gli aspetti dell’esistenza. Ogni esperienza sensoriale diventa uno strumento per il progresso spirituale.
“(I Siddha) Hanno insegnato che a un certo punto, quando il processo di resa dell’io abbraccia pienamente il piano intellettuale dell’esistenza, la propria esperienza, non le antiche scritture, diventa l’autorità suprema della propria verità. Il Siddha è un libero pensatore e un rivoluzionario che rifiuta di lasciarsi trasportare da qualsiasi dogma, scrittura o rituale. Il Siddha è un radicale nel vero senso del termine, perché è personalmente andato alla “radice” delle cose”.
M.G. Satchidananda, Siddantha, Advaita e Yoga.
Per il Tantra, che significa anche “intreccio” o “rete”, tutto è interconnesso. Perché separare il divino dal mondano quando il divino è in ogni cosa? Questa prospettiva rende il Tantra adatto a tutti, monaci e uomini di mondo.
Tutte le scuole tantriche lavorano con l’energia vitale, il potere di Kundalini, che risiede anche in ogni essere umano. Questa energia, attivata e diretta, può elevare la coscienza a livelli superiori. Il Tantra considera l’energia sessuale come una forza da trasmutare in energia spirituale. Questo processo è paragonato all’alchimia: trasformare l’energia vitale (sì, anche quella sessuale) in energia spirituale, in altre parole trasformare il piombo delle passioni nell’oro della spiritualità.
I metodi includono una vasta gamma di pratiche: asana e blocchi muscolari interni, pranayama che muovono e dirigono quell’energia, mantra per elevare la coscienza e visualizzazioni per focalizzare la mente. Tutti i metodi sono insiemi di strumenti, i modi di usarli possono differire e condurre a risultati diversi.
Quindi certo che il Tantra considera l’energia generativa la più potente di tutte, ma identificarla col sesso è una grande distorsione.
Anche la pratica del celibato, sfuggita di mano in numerosi contesti, è un modo per purificare il corpo e la mente dal desiderio sessuale compulsivo (che è in sé una perdita di energia). Periodi di celibato infatti permettono di usare l’energia sessuale per dinamizzare l’energia vitale, Kundalini.
Azzardo che questo sia il senso tantrico di Bramacharya: tutto, incluso l’atto sessuale, diventa gesto spirituale interiore.
Fast-forward al XX secolo e arriva la versione pop nota come neo-tantra, in breve: un pezzo di Tantra tradizionale con una spruzzata di auto-aiuto e crescita personale, conditi da un malcelato erotismo.
Nella mia prospettiva, teorici e simpatizzanti del neo-tantra sono colpevoli di avere preso le complessità del Tantra tradizionale per renderle semplici e accattivanti per il pubblico occidentale. Così si è isolato l’aspetto sessuale del Tantra, trasformando antiche pratiche spirituali in un corso di miglioramento della vita amorosa. Che non avrebbe nulla di male, se non fosse che abbiamo il vizio di cambiare le forme di cose che non capiamo pur di capirle.
Affermo finalmente con certezza che laddove la parola Tantra è associata a respiri profondi, massaggi sensuali, meditazioni per coppie, suggerimenti per rendere una serata più interessante, siamo in un terreno scivoloso in cui l’aspetto spirituale si è perso nelle nebbie oscure del potere che si genera manipolando l’energia sessuale.
Magari per ingenuità, sì. Ma ci sono esempi ben noti che hanno messo in atto queste strategie su larga scala: io ne conosco e i nomi li tengo per me, ma so che ognuno di voi ne conosce qualcuno.
Infine, non in senso cronologico, ci metto quello che so del Tantrismo Kashmiro, la versione che pare tanto cara ai filosofi. Ovviamente la sua culla è la regione del Kashmir e si colloca tra l’VIII e il XII secolo.
È profondamente radicato nella filosofia non-dualista (Advaita), che sostiene che non c’è separazione tra l’individuo e il divino, che tutto ciò che esiste è una manifestazione di una singola realtà divina. Parla di Shiva (la coscienza pura e immutabile) e Shakti (l’energia creativa e dinamica) e dalla loro relazione che crea e sostiene l’universo e che individualmente è interconnessa con il nostro livello di coscienza.
Invita a raggiungere la liberazione attraverso la piena partecipazione alla vita, non attraverso la rinuncia al mondo. Si fonda sull’integrazione della spiritualità nella vita quotidiana e ricorda che non c’è bisogno di ritirarsi in una grotta o in un monastero perché ogni momento e ogni azione possono diventare una pratica spirituale.
Ma questa l’ho già sentita…
Ah, ecco. Il Tantrismo Kashmiro è noto anche come Shaivismo del Kashmir. Nel quadro che sono riuscita a farmi, potrebbe essere una sintesi di Shivaismo e filosofia Samkya (VII-III secolo a.C.) e una forma di monismo teistico. Forse non a caso, il periodo di sviluppo dello Shivaismo (tantrismo) Kashmiro è lo stesso dello Shaiva Siddhantham, che raggiunge il suo apice nel Rinascimento nell’area del Tamil Nadu.
«Śivam non è un Dio personalizzato. Si tratta di una pratica, una via. Si tratta di una coscienza o consapevolezza. Questo raggiungimento di consapevolezza o di coscienza di Śiva è detto mukti o liberazione. […] Uno studio più approfondito del concetto di Sivam rivela che ci sono due canali del pensiero indiano, uno teistico con un rapporto personale o devozionale con Dio, basato sul metodo bhakti, e l’altro tantrico, cioè, assolutista, sulla base di Kundalini Yoga e jñāna. Il metodo bhakti è pluralistico e si riconosce nella scuola Shaiva Siddhānta; il metodo assolutistico è quello monistico, che si riconosce nel Tirumantiram».
M.G. Satchidananda, Siddantha, Advaita e Yoga.
La sostanza della rivoluzione spirituale avvenuta in India fra il V e il XII secolo d.C. è che l’illuminazione non è un club esclusivo per eremiti. Di questo grande movimento abbiamo beneficiato tutti noi, consapevoli o meno.
Il Tantra consegna a tutti indistintamente le chiavi per trasformare la nostra energia vitale in energia spirituale, per mantenere la coscienza del Testimone e osservare il mondo senza esserne travolti e vedere il divino in ogni cosa.
E ci rivela la trama dell’universo stesso, quell’intreccio di energia e coscienza dove la distinzione apparente fra spirito e materia non è mai esistita.
Se combatti per integrare ogni aspetto della vita nella pratica spirituale e viceversa, il Tantra potrebbe essere la tua via.
Magari ci stai camminando da tempo e non lo sai.
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