* Prima parte *
La Bṛhadāraṇyaka-Upanishad inizia affermando nel primo adhyaya, primo brahmana:
«In verità la testa del cavallo sacrificale è l’aurora, l’occhio è il Sole, il respiro è il vento, la bocca spalancata è il fuoco universale, il corpo è l’anno».
Nel linguaggio simbolico di queste antiche scritture viene descritto il principio base di tutta la conoscenza vedica, la pratica rituale del sacrificio o Yajna: la creazione universale è il “contenitore” o mahiman nel quale l’officiante, udgita, offre i differenti elementi costitutivi che la compongono, come sacrificio. Chi è il sacrificatore? Chi è il beneficiario del sacrificio? Cosa reca in sacrificio? Qual è il risultato a cui l’officiante aspira?
La Bṛhadāraṇyaka-Upanishad descrive la creazione materiale tramite il simbolismo del cavallo sacrificale nel quale l’universo intero viene inteso come una offerta verso l’infinito. Si fa riferimento a un’epoca antica in cui «Il sacrificio del cavallo», «Ashwamedha-yajna», un antichissimo rituale celebrato solo in favore dei discendenti di stirpe regale e officiato unicamente dai rishi o saggi più esperti, così come descritto in alcuni versi del RigVeda e dello YajurVeda e dei Purana, realizzato mediante l’immolazione di un certo numero di cavalli, secondo un preciso rituale vedico. Le anime dei cavalli sacrificati sarebbero rinate in esistenze umane evolute, saltando innumerevoli rinascite animali. Dal compimento di questo sacrificio, l’officiante ottiene la conoscenza sul mondo che sconfigge la morte.
Nel secondo brahmana infatti si dice:
«Al principio non c’era che il nulla. Tutto era avvolto dalla morte o dalla fame, perché la fame è la morte. Così dalla fame di conoscere si creò la mente, pensando: possa avere io un corpo».
Qual è il nutrimento dell’essere? La filosofia vedica spiega come la conoscenza sia il nutrimento dell’io inteso a comprendere il mondo in cui vive. Per esperire questa conoscenza l’officiante deve sacrificare nel fuoco le diverse identificazioni che sviluppa su di sé per giungere a scoprire l’essenza del suo essere. Nelle scritture rivelate, con diversi simbolismi, si descrivono le diverse coperture del sé che a ogni piano di esistenza in cui si identifica, sviluppa differenti livelli di coscienza, che si muovono in specifici campi d’azione dell’io.
L’io si “nutre” e sviluppa la sua psiche attraverso le funzioni di queste coperture, mente, intelletto e falso ego. Nello Yoga è stato ampiamente spiegato che, il principio pensante, cioè l’esistenza dell’io nel piano della mente, si nutre dei pensieri che ne sono la funzione. I pensieri a loro volta si nutrono di parole, che compongono il linguaggio, poiché il linguaggio è lo strumento del pensiero. Secondo l’Upanishad, poiché l’io originale desiderò placare la sua fame, per non rimanere prigioniero della morte del non essere, l’oblio, generò la mente che nutrì con il sapere della parola, la parola del Veda.
Secondo i Veda in origine tutto era spazio, vuoto, e lo spazio generò la mente, la quale generò il suono. L’io allora unì il suono con la parola sacra da cui produsse il seme che generò il tempo. Quando l’io concepì che nutrendosi con il seme o tempo entro di sé sarebbe nato un altro sé, emise il seme da cui nacque il linguaggio. Con il linguaggio produsse il mondo dei nomi e delle cose. Poiché in origine tutto era Brahman, spirito, una porzione del Brahman si coprì degli attributi materiali, definito per questo Saguna, generando il mahat-tattva, la creazione universale con tutti i suoi elementi, privo di coscienza individuale. Quando la coscienza individuale del sé si destò nel mahat-tattva, si produsse lo spazio che generò la mente da cui provenne il suono. Così a partire dallo spirito si manifestò la materia.
Questa genesi della creazione funge da matrice di tutta l’esistenza dell’essere creato e, anche nel momento dell’abbandono del corpo, l’anima ripercorre il suo cammino:
«Quando un uomo sta per morire, la parola si riassorbe nella mente, questa nel Prana, il Prana nel fuoco, il fuoco nella suprema divinità».
Chandogya-Upanishad
Il RigVeda d’altronde inizia nel primo mandala, primo anuvaka, primo shukta, con l’inno offerto ad Agni, il fuoco:
«Glorifico Agni, il sommo sacerdote del sacrificio, l’officiante, colui che offre l’oblazione, il possessore della grande ricchezza».
E aggiunge nel terzo shukta:
«Tramite Agni il devoto ottiene quella ricchezza che aumenta di giorno in giorno, che è fonte di fama e moltiplicatore dell’umanità».
- Continua

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