Gli Yoga Sutra di Patanjali sono il testo più tradotto, interpretato e diffuso dello Yoga, del quale la parte più nota si concentra sul rapporto tra individuo e pensieri. Nel testo, nel capitolo Samadhi Pada, si legge:
«Lo yoga è la soppressione delle modificazioni della coscienza. Allora il testimone si stabilisce nella sua propria forma. Altrimenti si identifica con i vortici di pensiero (Vrtti). Le Vrtti sono di cinque tipi, dolorose e non dolorose: retta cognizione, opinione erronea, immaginazione, sonno e memoria».
In quasi tutte le traduzioni sono rese note le spiegazioni sul significato del verso ma spesso viene a mancare la relazione esistente tra il testo e il suo bacino culturale e filosofico di provenienza. Nella filosofia vedica indiana e nello Yoga, l’esistenza umana e il suo aspetto centrale, la coscienza, sono la prima espressione o manifestazione della natura materiale, Prakrti.
Quando la coscienza umana è assorbita nei meccanismi del mondo fenomenico, l’influenza dei Guna (le tre qualità della natura, ndr) ne modifica la natura:
- nella pura virtù, Sattva, la coscienza è in grado di discernere la differenza tra Prakrti, natura materiale e Purusha, natura divina o spirituale;
- quando predomina l’influenza della passione, Rajas, non si distingue più l’attaccamento ai risultati per le proprie azioni dalle conseguenze che esse producono, confondendo l’essere che agisce con l’azione compiuta:
- quando questo attaccamento occupa la coscienza e la mente, l’influenza di Tamas, l’ignoranza, prende il controllo della coscienza che non è più in grado di discernere ciò che appartiene ad una o all’altra dimensione.
Queste argomentazioni rappresentano la base del discorso filosofico e religioso indiano. La coscienza perde il suo status di conoscitore del “campo d’azione” del sé e la sua relazione con il testimone supremo, l’Anima Suprema o Purusha.
I Sutra di Patanjali si concentrano direttamente e specificamente nello spiegare i meccanismi della coscienza, che operano attraverso le sue coperture sottili e di come la meditazione sia la via da perseguire per ristabilire l’ordine originale all’interno del sé.
In effetti, il passaggio concettuale più noto dei Sutra, spiega come l’essere vivente si identifica con i vortici di pensiero che si generano nella mente e, disconnesso, separato dal Purusha, sperimenta l’effetto dei klesha, la sofferenza materiale. Per questo i Sutra descrivono i cinque tipi di vortici di pensiero, le Vrtti, che l’essere sperimenta, definiti dolorosi e non dolorosi.
La prima si chiama Pramana e viene definito retta conoscenza. Come dovremmo immaginare, la filosofia indiana non si esprime per schemi di pensiero e categorie uguali ai nostri. Nella maggior parte dei casi si tende a trasportare il pensiero filosofico indiano verso quello occidentale, utilizzando termini e significati occidentali per definire concetti e significati di matrice orientale, che possiedono un loro linguaggio, evoluto in un tempo storico differente.
Cosa si intende quindi per Pramana, retta cognizione? Nel nostro sistema di pensiero il termine cognizione indica il processo di acquisizione di conoscenze e la loro relativa comprensione, attraverso meccanismi percettivi, come i sensi, attraverso la formulazione di pensieri, riflessioni, analisi e ragionamenti e queste due componenti possono culminare in una sorta di sintesi che definiamo esperienza individuale o collettiva.
L’originale spirito d’indagine della cultura vedica stabilisce un assunto che si pone prima e alla base di ogni altra speculazione: la differenza tra Prakrti, natura materiale, che condiziona la coscienza umana attraverso l’influsso dei Guna e determina la sua separazione dal tutto e Purusha, la coscienza spirituale che rappresenta la condizione di unione con l’Anima Suprema. In questo senso quando definiamo “retta cognizione” quella conoscenza acquisita tramite l’esperienza fisica, sensoriale, oppure intellettiva, frutto del ragionamento e della speculazione, stiamo definendo la conoscenza ottenuta sotto l’influsso di Prakrti, la natura materiale.
Nel dettaglio, quando la conoscenza materiale conduce a non comprendere noi stessi, il mondo circostante e gli accadimenti, questa conoscenza riceve l’influsso di Tamas. Quando la conoscenza conduce a comprendere in parte o totalmente noi stessi e il mondo con i suoi accadimenti, ma si cerca di forzarla e interpretarla a proprio favore per sfruttarne le conseguenze, si dice che riceva l’influsso di Rajas. Quando la conoscenza è accompagnata da una chiara comprensione a cui corrisponde un codice di comportamento conforme a questa, allora si dice riceva l’influsso di Sattva.
In particolare la conoscenza sotto l’influsso di Sattva conduce alla famosa illuminazione, ovvero alla comprensione che Prakrti e i Guna impediscono di comprendere la realtà trascendentale alla materia.
Questo è il tema centrale del dibattito filosofico indiano.
In altri termini, la cognizione esperita tramite l’utilizzo del principio pensante, porta alla retta cognizione solo quando il sé rimane connesso alla sua natura spirituale e riceve l’influsso del testimone supremo. Altrimenti il principio pensante condurrà la coscienza verso la cognizione erronea.
La cognizione erronea assume il carattere di opinione e un’opinione si discosta dalla verità o dalla realtà tanto quanto risulterà essere priva di fondamento. Per la cultura vedica avidya, l’ignoranza, è il primo motivo per cui l’anima soffre i risultati del karma e quindi sperimenta i klesha.
Nelle scritture vediche si definisce «ignoranza» il confondere ciò che è eterno, imperituro, infinito con ciò che è mortale, temporaneo, finito. Nell’ambito del nostro pensiero filosofico, la tradizione si fonda sulla ricerca razionale, critica e argomentativa che indaga i principi fondamentali della realtà, dell’essere e della conoscenza.
Lo strumento di questa analisi è l’intelletto che mediante la formulazione del pensiero analizza la realtà. Essa prende l’avvio dal pensiero speculativo dei presocratici e si consolida con il metodo critico di Socrate, Platone e Aristotele, attraverso la definizione del Logos e mediante l’indagine autonoma, da cui scaturisce l’argomentazione logica che rifiuta l’impostazione dogmatica.
Per tale motivo dobbiamo partire da ciò che invece significa viparyaya, errata cognizione, in sanscrito: l’errata cognizione è uno stato della coscienza e non un procedimento scorretto del processo cognitivo. Questo elemento è fondamentale nel dibattito tra predeterminazione e libero arbitrio. Se tutto è predeterminato da una legge divina, cosmica, superiore, quale contributo potrà portare il comprendere la realtà correttamente e quindi come sarà possibile modificare o liberarsi dalle leggi del karma e da Maya, l’illusione?
La meditazione descritta nei Sutra è quello stato del sé che conduce la coscienza, l’io pensante, oltre il pensiero, oltre ciò che determina, discrimina l’intelletto, che apre all’esperienza dell’inconscio e alla sua dimensione simbolica.
L’indagine nei contenuti descritti dai Sutra ci presenta il terzo tipo di vortice di pensiero legato all’immaginazione, vikalpa. L’immaginazione è descritta come una particolare forma di pensiero, che nella sua libera espressione non segue regole o forme fisse né è provvista o limitata da legami o vincoli logici. Si può manifestare come una libera elaborazione del contenuto di un’esperienza sensoriale, oppure può essere legata a un determinato stato affettivo così come può dar luogo a una attività di tipo onirico. Tuttavia in essa vanno riconosciute anche le creazioni espressive dal contenuto artistico così come le caratteristiche proprie dell’intuizione.
Un punto specifico dell’immaginazione è la facoltà di formare immagini, elaborarle e interpretarle in chiave psicologica. L’immaginazione a cui fa riferimento il testo dei Sutra anche quella tendenza a divagare con il pensiero inconscio che si perde in una atemporalità e che conduce la coscienza fuori da sé e dalle circostanze.
La tendenza naturale della mente a uscire dal perimetro del pensiero razionale si riscontra costantemente e in maniera evidente durante il sonno, nidra, la quarta vrtti, dove la coscienza sperimenta differenti realtà in cui immaginazione e vissuto si intrecciano in un “racconto” fatto di immagini, sensazioni, memorie e stati d’animo che si realizzano nel sogno.
Sappiamo che il sonno REM è caratterizzato da movimenti oculari rapidi e intensa attività cerebrale. Durante la fase REM si manifesta la capacità della memoria di conservare e recuperare informazioni, esperienze e conoscenze che però possono essere rielaborate in forme immaginifiche che non sembrano controllabili appieno dalla coscienza ma che lasciano spesso una traccia al momento del risveglio.
Nella lettura dei Sutra siamo soliti fare riferimento solo alle funzioni pensanti dell’io che si esercitano durante la fase di veglia in cui siamo coscienti. I Sutra, come tutta la letteratura indiana, sono invece fortemente espressivi di una visione che include nel discorso filosofico rivolto a spiegare il modo di funzionare della mente materiale anche tutto ciò che si trova ben al di sotto del pensiero razionale e che influisce molto di più sull’insieme del nostro essere che non la ragione.
Così smrti, la memoria, la quinta vrtti dei Sutra, include ed estende le sue funzioni nel conscio come nell’inconscio.
La memoria è il tramite nel dialogo tra la coscienza volontaria e l’inconscio ed elabora ricordi arricchiti di contenuti immaginifici con porzioni di realtà fissata con precisione, per dare vita ad un vasto luogo di contenuti spesso irraggiungibili, ma talvolta richiamabili alla coscienza presente.
Un testo della letteratura indiana che sovente viene utilizzato per argomentare le tematiche trattate nei Sutra è la Bhagavad Gita, in particolare nel capitolo 13, dove si spiega come i tre Guna determinano con il loro effetto ogni aspetto dell’esistenza generando i klesha, le sofferenze materiali, responsabili della formazione delle vrtti, i vortici di pensiero.
Nel capitolo si sostiene che la perdita di memoria, la relativa confusione mentale che ne consegue, propri dell’esperienza dolorosa, dominano lo sfondo mentale dell’essere. Liberare lo stato mentale da tutti questi contenuti fornisce una nuova base di appoggio alla coscienza. Così, volendo accostarsi a questa lettura dovremmo chiederci: chi apprende? Chi sente? Chi agisce?
Nei Sutra quando si afferma che:
«Allora il testimone si stabilisce nella sua propria forma. Altrimenti si identifica con i vortici di pensiero»
cosa si intende? Chi è il testimone? Qual è la sua forma? Nell’interpretazione di questo testo ci si focalizza sempre sull’elemento del pensiero senza definirne i tratti e partendo da molti elementi concettuali dati per conosciuti, non esplorati. Comprendere elementi di filosofia che possiedono una propria specifica storia e cultura, attraverso terminologie e schemi di pensiero frutto della nostra speculazione filosofica e del nostro bagaglio culturale, ne altera alla base la possibilità di coglierne i contenuti.
In generale, quando leggiamo un testo classico o un’opera come i Sutra, è utile anche osservare da quale tradizione o fonte proviene, quali scuole, esperti o maestri di riferimento considera, nello sforzo di fornire un contributo nella comprensione di quest’opera.

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