Cos’è prendersi una pausa, fare una pausa? Cosa può significare nel proprio vissuto, nel proprio immaginario? Per qualcuno ha a che fare con il tempo, con lo spazio, per qualcun altro con il fare e/o con il non fare, o con il fermarsi, e per altri ancora con il fare chiarezza, riordinare le idee, riposarsi, o forse tutto insieme o altro ancora. Spesso si carica di aspettativa: sarò più riposata/o, avrò più slancio, più energia, sarò più produttiva/o… Non desidero sentenziare nulla, ma fare qualche riflessione, rispetto a questo tema, nella relazione tra yoga e vita quotidiana.
Sulla Treccani come definizione di pausa si trova arresto, sosta, fermata, intervallo nell’azione, interruzione temporanea. Praticare yoga è per molti oramai prendersi una pausa dai ritmi scanditi dalle attività quotidiane. Ce lo suggerisce anche Patanjali, negli Yoga sutra, che «lo yoga è l’arresto delle fluttuazioni della mente». E proprio per raggiungere questa condizione, ha indicato una via che ci permette di accedere proprio lì. Seguendo alcuni ambiti di questo percorso ritroviamo più volte questa necessità di sperimentare una sosta, un fermarsi.
In asana, la posizione che si assume durante la pratica, definita tale quando è immobile, stabile e confortevole, il corpo può sperimentare la pausa dal fare, dallo sforzo, dalla performance. Nel pranayama, che gestisce l’energia vitale attraverso il respiro, il punto più elevato è Kumbhaka, che è il momento tra un atto respiratorio e l’altro, un momento di sospensione, dove il respiro si arresta. Nel pratyahara, spesso definito come retrazione dei sensi, ci si prende una pausa dall’essere schiavi dei sensi e delle loro implicazioni: desideri, pulsioni, repulsioni, ricordi, proiezioni. In dharana, la concentrazione, la mente può fermarsi dal rincorrere i pensieri che corrono alla velocità di una pallina da ping pong. In dhyana si scopre che ci può essere una sospensione dal movimento continuo tra gli opposti (luce/ombra, bello/brutto, positivo/negativo, felice/triste, piacere/dolore) e che ci mantiene ancorati ad un sistema duale che è la radice della sofferenza, andando al di là del dualismo fra “me” e “altro da me”.
Mi soffermo, in questa occasione, sul pranayama in quanto ritengo che abbia un grandissimo potenziale per fare esperienza diretta, concreta, della pausa senza aspettative, senza proiezioni, concedendo anche qualche barlume di chiarezza. Come ho scritto prima, nel pranayama, è Kumbhaka l’espressione di questa pausa. E ci mette di fronte a tutte le nostre paure più profonde perché ci sperimentiamo con un’azione fisiologica legata alla sopravvivenza, un movimento che ci mantiene in vita, la regola e definisce la nostra salute e anche gli stati d’animo: una funzione essenziale. Quindi è necessario maneggiare con cautela queste pratiche, avvicinarsi con gradualità, perché quello che proviamo a fare è sospendere questa azione vitale.
Nel respiro naturale questo momento è presente a livello germinale, tanto che non viene nemmeno percepito nel veloce passaggio tra inspiro ed espiro. Nella pratica, quando si gioca un po’ con tutte le fasi del respiro allora si impara a riconoscerlo, a prendere familiarità perché ci si sofferma poco alla volta e si fissa la presenza proprio sul momento in cui un’azione è terminata e l’altra non è ancora iniziata. (forse allora pausa è un momento di intervallo tra due azioni, ci si ferma sapendo che si ricomincerà!). Si sperimenta che si può sostare anche per un po’ di tempo alla fine dell’inspirazione, tenendo l’aria dentro o alla fine dell’espirazione lasciandola fuori e che non accade nulla di pericoloso: è possibile. Si impara a non avere paura di quella pausa, e si varca, poco a poco, il condizionamento mentale del rimanere in attesa della fase respiratoria successiva (qui del respiro, nella vita di cosa?). Si comprende che ci si può stare serenamente, si può addirittura prendere dimora in quella condizione, abitare il momento, vivere la pienezza e il vuoto senza attesa, senza attaccamenti e onorare il ritmo naturale della vita che alterna slanci, silenzi, espansioni e ritiri.
Può anche capitare che il respiro si arresti naturalmente (definito kevala), senza alcuna fatica e si entri in uno stato senza tempo, dove non si sa più se è necessario far entrare o fare uscire l’aria, dove anche il pieno e il vuoto perdono i loro confini, ed emerge una presenza chiara e autentica. Kumbhaka permette di comprendere che non tutto viene dall’azione ma che nel fermarsi può avvenire qualcosa di prezioso, e la pausa assume la veste di sosta, sostare, so-stare, imparo a stare, concedendosi la possibilità di stare con quello che c’è.
Questo è chiamato kumbhaka, quando non c’è espirazione o inspirazione e il corpo è immobile e rimane in quello stato.
Allora vede forme come un cieco, sente suoni come un sordo e sente il corpo come legno.
Questa è la caratteristica di chi ha raggiunto una grande quieteAmrita Nada Upanishad verso 13-14

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