Come è difficile parlare di India dopo un viaggio in India. La maggior parte delle persone, me compreso, torna e crede di aver capito. Non tutto ma molto. Perlomeno crede di aver intercettato le cose che ha studiato, crede di avere intravisto usi e costumi, di comprendere le numerose sfaccettature di una devozione popolare che poco ha a che fare con la teologia di questo enoteismo così complesso. Ovviamente, nessuno di noi ha capito fino in fondo, né potrebbe farlo dopo 15 giorni di viaggio, dopo una o due volte che si vola fino a Delhi o Calcutta. Men che meno se la meta è solo il Rajasthan. L’India è parte del subcontinente indiano e quindi pensare di aver capito qualcosa di questo territorio gigantesco, sarebbe come se un indiano, a sua volta, arrivasse a Copenhagen e pensasse di aver capito tutto dell’Europa. E questa è la prima considerazione.
E poi c’è quell’abisso incolmabile tra la società indiana e quella europea. Da noi esiste la povertà, spesso una povertà muta, davanti alla quale rimaniamo sordi e ciechi. Ma nemmeno i più poveri possono pensare di essere paragonati ai miseri che si vedono a ogni angolo di strada In India.
In questa tornata sono stato a Calcutta, che là si chiama Kolkata. Una città gigantesca, che pullula di persone di ogni strato sociale ma dove il misero, il mendicante, il bambino che ti offre un fiore, sono come un pugno nello stomaco per noi ricchi occidentali. Perché deve essere chiaro che qualsiasi occidentale a loro confronto, è ricco.
Kolkata è viva, piena di colori e di mille toni di grigio. Le vestigia dell’impero britannico sono mostrate con orgoglio dagli indiani di oggi, ma la decadenza non rende certo merito a una architettura che un tempo doveva essere splendida. Il museo è semplice e ricco di meraviglie, mostrate senza protezioni, senza sistemi di allarme, confidando sulla civiltà di chi entra e ammira alcuni pezzi davvero splendidi. Il mercato coperto è come un caldo abbraccio, puoi percorrerlo nei cunicoli senza venire disturbato più di tanto da chi ti vorrebbe vendere qualsiasi cosa. Ho trovato molti indiani gentili, ragazzi che erano seduti in autobus e ti volevano offrire il posto e se dicevi «no», almeno insistevano per tenerti lo zaino.
A Calcutta, il mercato dei fiori e il luogo in cui si trova il crematorio sono posti in cui quella miseria di cui parlavo ti si pone davanti senza pudore. Ci sono vecchi che dormono a terra accanto a cani randagi, tantissimi, che la notte formano branchi molto pericolosi. La stazione sembra uscita da un film di Ridley Scott, lo sporco è inimmaginabile e non è raro assistere al balzo di un ratto da un cestino dell’immondizia che corre veloce verso il primo tombino e si perde nelle fogne.
Anche qui – non si sa se viaggiatori o mendicanti – alcuni dormono per terra incuranti del rischio di essere morsi da un ratto. Al contrario, la metropolitana è pulita, moderna, almeno la linea che ho preso e che mi ha portato senza problemi verso l’albergo, quello che definiremo un hotel di lusso all’indiana. Non il lusso europeo, ma qualcosa di decente (anche se non pulitissimo) nel cuore della città.
Ogni volta che mi è capitato di andare in India o mi capita di andare Oltreoceano, cerco e trovo la possibilità di andare a vedere i luoghi del mio mito. A New York sono andato sulle tracce di Bob Dylan e di John Lennon, qui su quelle di Yogananda, di Swami Vivekananda, e dei due templi di Kali, la terribile e temuta divinità femminile, la cui leggenda incute terrore, ma anche tenerezza. Uno dei templi di Kolkata-Calcutta sorge dove cadde un dito di Sati, la sposa di Shiva, sacrificata durante la yagya (sacrificio rituale attorno al fuoco) del padre Daksha. Per alleviare il dolore di Shiva dopo la morte di Sati, il dio Vishnu utilizzò il suo Sudarshana Chakra per dividere in parti il corpo della dea. I luoghi in cui caddero i vari frammenti divennero i sacri 51 Shakti Pitha, potenti centri di energia divina. Uno di questi è il tempio di Kalighat. Un tempio che ha le sue criticità dal nostro punto di vista perché lì vengono offerte alla dea delle caprette e immolate sul posto grazie all’ascia di un boia. Un sacrificio efferato che non viene celebrato nell’altro tempio di Kali, il Dakshineswar Kali Temple, dove il sacrificio è svolto in un modo poetico: il devoto mette la testa sul patibolo e offre un fiore alla dea.
Sulle rive del Gange (uno dei due rami che si buttano in mare, l’altro è nel Bangladesh) sorge la città di Belur dove si possono ammirare e visitare Belur Math, il Ramakrishna Math e la Ramakrishna Mission. Kolkata è la città dei grandi guru e andiamo anche vedere la casa di Yogananda, così ben descritta in «Autobiografia di uno Yogi». Qui ha mosso i primi passi il futuro profeta occidentale, da questa casa è fuggito diverse volte, per cercare di arrivare alle grotte dell’Himalaya. Solo il poter toccare il suo muro restituisce una grande emozione.
Qui tutto parla del mito. E qui – come dicevamo – la miseria tocca livelli altissimi. Andiamo verso il crematorio in riva al Gange. Ne esistono due, uno elettrico con alte ciminiere e quello tradizionale, anche se più meccanizzato: i corpi vengono bruciati con la legna e i loro resti gettati nel Gange che scorre placido lì sotto. In quel luogo è stato cremato il grande poeta e mistico Rabindranath Tagore. Arriviamo e un corpo sta facendo il suo ultimo viaggio su una pira. Non c’è la stessa “poesia” di Benares, ma la sacralità si tocca con mano.
Non c’è un turista e sono l’unico occidentale nell’arco di chilometri. Fuori dal crematorio, il nulla che posseggono queste persone, accampate in quelle che loro chiamano case e che sono meno di baracche che costeggiano i binari della ferrovia. Quando non passa il treno le donne sono sedute su un binario e i bambini giocano liberi. Sulla strada ci sono vecchi gettati a terra, capre che mangiano i fiori dei morti, centinaia di persone che non mi degnano di uno sguardo. La guida mi dice di starle vicino. Siamo tranquilli, “nella misura in cui”.
Una mia amica mi ha chiesto se tutti questi posti si possono vedere girando con i mezzi. Mi è venuto da sorridere. I mezzi sono i touktouk semmai, sì la metro gira nel centro, ma la città è vastissima, caotica e rumorosa. No, non consiglierei mai di girare da soli per Calcutta, ma sicuramente sorgerà qualcuno che dirà di averlo fatto e che non gli è successo niente. Buon per lui o lei, ma non lo consiglio. Secondo il mio punto di vista, pensare a una grande città dell’India con i parametri europei non è consigliabile. Una guida non costa molto e nemmeno gli scassatissimi taxi che vanno a diesel e a clacson costano tanto per noi. Calcutta non è Rishikesh, per intenderci, non è quel meraviglioso luna park per “fricchettoni occidentali” e per ricercatori insieme, che ho tanto adorato e nel quale giravo in tutta tranquillità. Qui siamo in un Girone dell’Inferno e in un Cielo del Paradiso nello stesso tempo. La vita vibra, lo spirito si eleva, la vista porta a casa visioni che non avrebbe voluto vedere.
Occorre essere prudenti dal punto di vista igienico, preparare l’intestino con potenti probiotici, disinfettarsi spesso le mani col gel, non mangiare cibo di strada se non in determinate circostanze consigliate e non perché siamo schifiltosi, ma perché virus e batteri indiani sono potentissimi per il nostri sistema immunitario e basta un’imprudenza (qualcuno mi ha raccontato di aver contratto il disturbo del viaggiatore dopo essersi mangiato una propria pellicina!) per vedersi rovinare il viaggio. Io stavolta l’ho scampata usando questa prudenza.
Negli sguardi delle persone ci sono tanti sentimenti indistinguibili. Una ragazza mi chiede di fare un selfie e questo ti fa capire quanto siamo reciprocamente “marziani” gli uni per gli altri. Fa capire che per avvicinarsi a questa nazione affascinante occorre rispetto, prudenza, conoscenza. Occorre farlo in punta di piedi. Con la certezza che solo dopo anni di vissuto indiano potremmo cominciare a capire. A capire che non esiste una definizione, che questo caleidoscopio culturale e sociale sfugge alla sociologia e agli schemi. Che tutto è nel tutto. O forse sarebbe meglio dire, nel Tutto.

Questa è la seconda parte dell'articolo di Andrea Fugazza sul sacrificio nella cultura dell'India. E qui parla del fuoco e della Kundalini. «Nello Yoga mistico sappiamo che, quando l’adepto risveglia Kundalini-shakti nel primo centro energetico, situato alla base della colonna vertebrale, incanalandola nel canale centrale unita ad apana, il soffio vitale che governa questo centro energetico, facendola risalire incontra il fuoco di Agni nello stomaco che, scaldandola, la infiamma e la spinge verso l’alto unendola al Prana...».
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