Ci sono giornate in cui basta pochissimo. Una telefonata inattesa. Una riunione convocata all’ultimo momento. Una e-mail che si materializza sullo schermo mentre stiamo già cercando di tenere insieme mille incombenze. Non sappiamo ancora che cosa stia succedendo, eppure il corpo si è già mosso. Il cuore galoppa. Il respiro cambia passo. I muscoli si tendono. Una parte profonda del cervello ha percepito una possibile minaccia e ha schiacciato il pulsante dell’allarme. Chiamiamo tutto questo stress.
La parola è diventata a tal punto familiare da essere ormai associata quasi esclusivamente a qualcosa di negativo. «Sono stressato» equivale a dire «sto male», «non ce la faccio più», «sono sopraffatto». Eppure la realtà è assai più sfumata. Lo stress, nella sua forma originaria, non è un errore della natura né un difetto da correggere. È uno dei più sofisticati strumenti di adattamento che l’evoluzione abbia messo a disposizione degli esseri viventi. Per comprenderlo bisogna immaginare per un momento i nostri antenati. Quando si trovavano davanti a un predatore o a una situazione di pericolo, non avevano il tempo di riflettere a lungo. Dovevano reagire alla svelta. In quei pochi istanti il cervello mobilitava tutte le risorse disponibili. Il muscolo cardiaco incrementava le contrazioni, i mantici polmonari soffiavano con più intensità, il glucosio veniva riversato nel sangue per elargire energia ai muscoli e alle cellule nervose. L’organismo entrava in una modalità speciale: quella della sopravvivenza.
A distanza di migliaia di anni, il meccanismo è rimasto sostanzialmente lo stesso. Ogni volta che percepiamo una minaccia o una sfida significativa, il cervello attiva una cascata di reazioni biologiche che coinvolgono strutture profonde e antichissime. Nel giro di pochi attimi entrano in scena adrenalina e cortisolo, due ormoni spesso dipinti come i cattivi della storia ma che, in realtà, svolgono un lavoro essenziale. Rendono il corpo più vigile, aumentano la disponibilità di energia, affinano l’attenzione e preparano l’organismo all’azione. È grazie a loro se riusciamo a sostenere una prova importante, a reagire prontamente a un imprevisto, a trovare risorse che pensavamo di non possedere. Lo stress acuto è il motore che ci permette di affrontare le sfide. Il problema scaturisce quando quel marchingegno continua a rombare anche dopo la fine della corsa.
La differenza tra il mondo in cui si è evoluto il nostro cervello e quello in cui viviamo oggi è enorme. Le minacce che affrontiamo non hanno zanne e artigli. Sono scadenze. Problemi economici. Conflitti relazionali. Aspettative sociali. Sono notifiche che piovono a qualunque ora del giorno e della notte. Continui paragoni con gli altri. Assilli che ci accompagnano persino quando apparentemente non sta succedendo nulla. Il cervello, tuttavia, non distingue sempre con precisione tra un pericolo concreto e uno immaginato. Per lui conta soprattutto la percezione soggettiva della minaccia. È sufficiente pensare a qualcosa che ci preoccupa perché molti dei circuiti dello stress si rimettano in moto.
Viviamo immersi in un flusso costante di informazioni, richieste, attese e discussioni che raramente lascia spazio al silenzio. Non sorprende che molte persone sperimentino la sensazione di non riuscire mai davvero a staccare. Quando tale stato di allerta si protrae per settimane, mesi o addirittura anni, il cervello comincia a pagare un prezzo: costretto a destinare una quota crescente delle proprie risorse alla gestione dell’emergenza, sacrifica gradualmente le funzioni che ci permettono di riflettere, apprendere e immaginare il futuro. Eppure il nemico che più ci logora non sempre è esterno. A volte si annida proprio dentro di noi, nei vicoli della nostra mente.
Pensiamo a ciò che accade dopo un evento difficile. Un contrasto con una persona cara. Un’incomprensione sul lavoro. Una delusione. Un’apprensione per il futuro. L’episodio si esaurisce, ma qualcosa continua a girare dentro di noi. Ripercorriamo mentalmente la scena. Immaginiamo risposte alternative. Scandagliamo ogni dettaglio. Anticipiamo scenari negativi che forse non si realizzeranno mai. È il fenomeno che gli psicologi chiamano ruminazione.
Il termine richiama il comportamento dei ruminanti che masticano più volte lo stesso alimento. In modo analogo, la mente torna ripetutamente sugli stessi pensieri, convinta di poter trovare una soluzione definitiva. In realtà, nella maggior parte dei casi, non fa altro che mantenere vivo il disagio. La ruminazione è una trappola particolarmente subdola perché si presenta sotto le sembianze della riflessione. Ci trasmette l’impressione di essere impegnati a risolvere un problema. Ma mentre la riflessione autentica schiude possibilità e genera nuove prospettive, il rimuginio è un disco che si è incantato. Ripete. Amplifica. Consuma energia senza produrre cambiamenti.
La ricerca scientifica ha mostrato che le persone che tendono a rimuginare maggiormente risultano più vulnerabili all’ansia, alla depressione e agli effetti dello stress cronico. Non necessariamente perché vivano eventi più ostici degli altri, ma perché continuano a riattivarli nella propria mente anche quando sono cessati. In altre parole, lo stress accende il fuoco, ma è spesso la ruminazione a tenerlo vivo. È una dinamica profondamente umana. Del resto, il cervello è una macchina predittiva. È stato forgiato dall’evoluzione per anticipare i pericoli e arginare l’incertezza. Il problema è che questo straordinario strumento può diventare iperattivo. Finisce così per scorgere minacce ovunque e per trasformare ogni preoccupazione in un oggetto di analisi infinita.
Ma se c’è una lezione confortante che emerge con forza dalle neuroscienze degli ultimi decenni è che il cervello non è una struttura rigida. È plastico. Dinamico. Modificabile. Come risulta influenzabile dallo stress, può essere rafforzato dalle esperienze positive e dalle abitudini salutari. Non vige una formula magica, ma esistono comportamenti che, giorno dopo giorno, aiutano a riportare equilibrio nei circuiti cerebrali. Per esempio, esiste una competenza che forse merita più attenzione di tutte: imparare a osservare i propri pensieri senza identificarvisi completamente.
Può sembrare un concetto astratto, ma in realtà è profondamente pratico. Significa riconoscere che non tutto ciò che transita per la mente corrisponde alla realtà. Accorgersi che una preoccupazione è soltanto tale e non necessariamente una previsione. Comprendere che un pensiero non è un ordine da eseguire né una verità assoluta. Osservare i propri pensieri è una forma di libertà interiore che molte pratiche psicologiche e contemplative cercano di coltivare. Lo stress è un pezzo integrante della nostra esistenza. Abita la nostra storia biologica e continuerà ad accompagnarci finché esisteremo. Ma c’è una differenza enorme tra vivere alla mercé della tempesta e imparare ad attraversarla.

È difficile sapere di cosa ho bisogno veramente. Ma è centrale capirlo. Sapere che non siamo le nostre emozioni, che il nostro testimone non sta nelle sensazioni. Sapere che siamo angeli e demoni, parte di azzurro e parte di buio. Che l'incoerenza è la coerenza del cosmo e che non c'è separazione in noi e tra noi e l'Universo. C'è un percorso da fare, non esiste la pillola della realizzazione, ma sappiamo che basta un attimo di luce perché la nostra vita cambi del tutto
Quando qualcuno ci chiede chi siamo, generalmente rispondiamo attraverso elementi che appartengono alla nostra storia: il nostro nome, il lavoro che facciamo, le persone che frequentiamo, i luoghi in cui viviamo, le nostre preferenze, le nostre esperienze. Tutto questo certamente racconta qualcosa di noi, ma sappiamo anche che ogni aspetto esterno della nostra vita è soggetto al cambiamento. La tradizione dello Yoga ci invita proprio a questa esplorazione: riconoscere ciò che cambia e avvicinarci a “colui che osserva il cambiamento”. In questa visione il Kriya Yoga poi è uno strumento per sviluppare la conoscenza di sé. Con un obiettivo: diventare più presenti, più stabili e più capaci di scegliere
La disciplina indiana ben si concilia con questo burrascoso periodo della vita. Ed è un valido aiuto per scoprire meglio se stessi e ricomporre mente, corpo e percezione di sé. Inoltre avvia al riconoscimento dei propri valori personali e diventa un metodo per riconoscere e affrontare al meglio emozioni e stress
Da sempre cerco di consigliare delle letture sullo Yoga e sul misticismo indiano cercando di intuire quali interessi si trovino dietro ogni lettore con cui condivido eventuali suggerimenti. Allora vi consiglio tre testi classici per entrare ancora di più in questa via...
Quante volte abbiamo lasciato che la vita fosse chiusa e compressa dentro di noi? Ci vuole coraggio per aprirci ed è necessario cercare l’armonia dell’apertura perché un vulcano può esplodere in modo rovinoso o tracciare nuove valli e nuove vie. Il fiume di lava può essere distruttivo o armonico. Spesso abbiamo paura di aprirci perché significa rischiare ma solo rischiando un possibile errore possiamo aprirci anche a una nuova parte di noi
È un libro che dovrebbe stare in ogni biblioteca, scolastica e di casa. Ma il sindaco di Venezia ha tolto «Piccolo blu e Piccolo giallo» dalle biblioteche scolastiche perché ritenuto portatore di “ideologia gender”. Eppure racconta solo la storia di Piccolo blu e Piccolo giallo che si abbracciano così forte da diventare verdi...



