C’è un famoso detto di Gesù di Nazareth che dice: «Dove due o tre si riuniranno nel mio nome, io sarò in mezzo a loro». In realtà nel mondo della spiritualità va in modo differente: «Dove due o tre si riuniranno nel nome di un alto ideale, finiranno per litigare e separarsi». La storia delle religioni e di qualsiasi ambito è fatta di divisioni. Cosa che – evidentemente – dà molta soddisfazione al diavolo, se «διαβάλλω» (diabállo) è il verbo greco che significa «separo».
Probabilmente chi mi legge ora, ha già fatto esperienza di questo. Altri ne hanno letto. È nelle vite di tutti i santi, gli idealisti, i profeti, i guru, i politici, eccetera. Pensate a quello che è accaduto nel cristianesimo: nel 1054 si stacca la Chiesa ortodossa, nel 1517 Martin Lutero “affigge le Tesi” sulla cattedrale di Wittenberg (in realtà pare non le abbia mai inchiodate sulla porta, ma spedite ai vescovi) e dà l’avvio al Protestantesimo; l’ebraismo è diviso in Ortodosso (tradizionale), Conservatore (Masorti) e Riformato (progressista), a cui si aggiunge l’ebraismo Ricostruzionista e anche quello Laico; nel 632 una disputa nell’Islam fa nascere la tradizione sciita e quella sunnita che, come vediamo ai nostri giorni, si combattono tra loro ancora adesso; il buddhismo è nato dal grembo dell’induismo e a sua volta è diviso essenzialmente in tre correnti Theravada, Mahayana e Vajrayana che però riconoscono nel Dalai Lama una sorta di autorità morale comune (tuttavia, esistono diverse correnti con le quali non scorre buon sangue); l’induismo è di suo una religione che fa delle divisioni una ricchezza (il nutrito pantheon) e uno scandalo (come le caste), e comunque da esso sono nate il buddhismo, il sikhismo e il giainismo.
La molteplicità di forme è spesso una ricchezza e quasi sempre un terreno di scontri. Si combatte a colpi di “autenticità” di lignaggio, di appartenenza. Il mondo dello Yoga è messo perfino peggio. Pensiamo alle guerre intestine nelle varie tradizioni: ognuna ha episodi di intolleranza, di epurazione, di scissione, di liti furibonde, di accuse, di chiusure.
Al termine di questo excursus viene da chiedersi se la spiritualità faccia bene o male allo spirito. Che cosa spinge a unirsi e cosa spinge a dividersi? La risposta la conosciamo: l’affermazione di sé, i soldi, l’acquisizione illusoria di un qualsivoglia potere, sono i motori della divisione. Quasi mai la “verità” tanto sbandierata.
E poi ci sono i guru che “cadono” nella nostra mente: «Ma come, sembrava così una brava persona e invece…», lo abbiamo sentito dire infinite volte. E sicuramente di quell’uomo ci sfuggiva qualcosa prima e ci sfugge qualcosa ora. Le persone sono quelle che sono sempre state, sono i nostri occhi che ne vedono una parte o appiccicano su di loro l’immagine che abbiamo bisogno di vedere. Questo in assoluto. Poi ci sono accadimenti che le svelano.
Persone difficili che inserite in un gruppo diventano odiose, giudicanti e respingenti ne avete incontrate? Io sì, e non poche. Oppure persone gentilissime che appena assunta una posizione di potere sfoderano quella parte che avevano sapientemente tenuta nascosta per prenderci nella loro rete. Questo accade anche negli ambiti spirituali perché l’uomo è uomo sempre, la donna è donna sempre. Non contano gli ideali, anzi, spesso i nostri ideali sono terra fertile per narcisisti e arrampicatori sociali che trovano nei più facili ambiti spirituali quella affermazione che nella società non trovano. Avete notato quante persone ignoranti e povere di spirito si fanno grandi quando indossano una “tunica” o un ruolo spirituale? Ecco, questa è la realtà.
La storia dello Yoga in Italia e nel mondo è fatta di associazioni e divisioni continue. Il karate pure, il t’ai chi non ne parliamo. Dico di ambiti che conosco. Tutto senza senso. Tutto nel nome dell’«amore», dell’«ortodossia», del «guru», della «vera tradizione» e della «verità», ovviamente. Niente di reale, tutte proiezioni egoiche e ipotetiche che sulla bocca di alcuni diventano la famosa «verità». E così, molti altri, le anime più sensibili, si sentono traditi dalla disciplina stessa e “buttano il bambino con l’acqua sporca”.
Vi racconto quello che faccio io quando mi tocca di affrontare situazioni di disagio in ambiti spirituali che di spirituale non hanno niente o hanno poco: mi rifugio in un “luogo sicuro” dentro di me e osservo quello che accade, analizzo i sentimenti, il disagio, osservo la mia sofferenza; poi analizzo la situazione esterna, valuto, soppeso, sfrondo l’emotività dalla “cronaca”, provo a forgiare il tutto come un fabbro sul fuoco. Infine valuto un piano B, una via di uscita che però mi permetta di trattenere eventuali insegnamenti positivi pur lasciando andare l’ambito o le persone moleste.
Mi è accaduto spesso e l’Infinito mi ha portato verso ambiti che mi somigliano e nei quali mi sento al sicuro. Perché, come ripeto, così come non siamo nati per soffrire, non siamo obbligati per coerenza a seguire un maestro che non ci rispetta o non fa per noi. La «ricerca» non conosce coerenza e non può e non deve mai finire, per tenere viva nel cuore la fiamma del tapas, dell’ardore per il fine ultimo della vita: arrivare alla realizzazione spirituale per portare il bene tra la gente che ha bisogno, in primis i nostri familiari e i nostri vicini, e a pioggia a tutti coloro che riusciamo a raggiungere.
Convivere con il nostro disappunto, con la delusione, con il dolore di aver perso tempo dietro a falsi profeti, a tradizioni farlocche, a persone di poco conto, è il prezzo da pagare per chi è un ricercatore spirituale. Che si definisce «ricercatore» perché la sua ricerca non finisce mai. Perché possiamo trovare la tradizione che parla la nostra lingua – ed è già una benedizione – ma la specifica di “una donna e di un uomo che cercano” è quella di non smettere mai di cercare, di sfrondare, di approfondire. Solo così terremo fede al nostro karma, solo così non tradiremo il nostro destino. Per il resto, passa tutto. I cialtroni saranno dimenticati, i prepotenti sepolti dalla loro stessa prepotenza, i falsi guru annientati dal tempo implacabile, che tutto brucia e riduce in cenere.

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