Le Costellazioni Familiari sono un mix tra teatro dell’anima, spiritualità pop, e auto-esplorazione emotiva. Ma sono davvero uno strumento terapeutico? O solo un’esperienza intensa e suggestiva? Cos’è una Costellazione Familiare (in parole semplici)? È un metodo che si dichiara “terapeutico” ideato da Bert Hellinger, ex missionario cattolico, negli Anni 90. L’idea di base è: molti problemi personali derivano da dinamiche familiari irrisolte, anche transgenerazionali. Per risolverli, si rappresenta simbolicamente la propria famiglia, scegliendo persone (o oggetti) che impersonano genitori, nonni, traumi, sensi di colpa, e si “muovono” nello spazio per rivelare il campo energetico nascosto.
Mutua il concetto di campo morfico (o campo morfogenetico) dalla biologia teorica di Rupert Sheldrake, uno scienziato un po’ fuori dagli schemi. Secondo lui, in natura esistono campi invisibili di informazione che guidano lo sviluppo e il comportamento degli esseri viventi, come una specie di memoria collettiva. Nelle Costellazioni, il “campo morfico” sarebbe una specie di wi-fi emotivo transgenerazionale: le persone presenti in una costellazione accederebbero intuitivamente a informazioni familiari che non conoscono razionalmente, semplicemente entrando nel campo. Un po’ come se il tuo inconscio familiare avesse la rete, ma solo un altro ha la password. Ça va sans dire che non ci sono prove scientifiche dell’esistenza di questo campo. È una metafora potente, ma resta una teoria non dimostrata.
Perché la gente ci si appassiona
Le Costellazioni Familiari possono essere toccanti, stimolanti, perfino catartiche. Dai racconti che ho ascoltato, di utenti e facilitati, (no, io non l’ho mai fatto) un elemento rilevante è che si lascia spazio al volume delle emozioni, diversamente da quanto siamo abituati a fare. Quindi l’esperienza può essere intensa: molti piangono, si sentono “liberati”, trovano nuove parole e metafore potenti. Indubbiamente guardare dall’esterno certe dinamiche familiari può farci riflettere su ciò che viviamo da dentro. Da parte mia, ogni morte ha svolto egregiamente questo compito.
Esprimo dei dubbi
Non è una terapia riconosciuta, non è approvata da alcuna linea guida clinica ufficiale. Questo diventa un problema: se tocchi argomenti pesanti (abusi, lutti, rifiuti) senza una struttura terapeutica solida, rischi di peggiorare le cose. Stai riattivando traumi in pubblico e senza contenimento. Magari ti dicono che «Sei tu che porti il trauma di tua bisnonna prigioniera di guerra». Magari sì. Ma magari no. Intanto te lo porti a casa.
Il facilitatore NON è un terapeuta
Non sono una che si fida molto anche della classe medica in generale, ma mi chiedo che tutela e che sicurezza mi dovrebbe dare la parola “costellatore”? Altra cosa sono gli psicologi, che usano vari strumenti, a seconda di chi hanno davanti, e almeno sulla carta hanno deontologia, supervisione, responsabilità clinica. Il mio dubbio è che fare uso spirituale delle costellazioni induce a evitare la fatica della responsabilità personale. Meglio pensare di essere condizionati dall’antenato del 1823 che affrontare la realtà: sto sabotando le mie relazioni e la responsabilità è anche mia.
Il problema del “fai da te” nella crescita personale
Consapevolezza, guarigione interiore, ritorno all’origine, sono parole così abusate da essere diventate vuote. Certo, stiamo trovando la via dopo decenni di rimozione emotiva, ma attenzione, a non far diventare la crescita personale (anche se sarebbe più appropriato chiamarla Educazione Umanistica) una sorta di supermercato dell’anima, in cui si vende meglio l’emozione forte invece della verità profonda. Se il passato ha bisogno di ordine – forse perché è ancora presente e vivo – meglio cercare uno psicoterapeuta serio. Certo non basta che sia abilitato e con il tesserino per essere quello giusto, ma almeno siamo sicuri che non prometta risposte in sei ore e che abbia strumenti e supervisione per accompagnarci almeno in parte attraverso la nostra complessità.
Una prospettiva diversa sul passato
Qualcosa dentro di me stride, forse perché, riguardo al passato, lo Yoga ci invita a cambiare radicalmente prospettiva: il passato non è qualcosa di immutabile, ma piuttosto un insieme di impronte mentali e abitudini profonde che continuano a influenzarci, spesso senza che ce ne rendiamo conto. E che si modificano senza che ce ne rendiamo conto (sono i nostri cari vecchi samskara e vasana, ovviamente plurali e multipli).
La coscienza yogica non si identifica con queste tracce: invece di restare prigioniera dei ricordi, si pone come testimone neutrale, capace di osservare senza giudicare. E proprio in questa capacità di presenza pura risiede la chiave per trasformare il passato da peso a risorsa. Nello Yoga usiamo pratiche come la meditazione e la concentrazione per riconoscere questi schemi interiori, scioglierli lentamente e liberare spazio per una vita più autentica e radicata nel presente. Non si tratta di negare o cancellare la storia personale, ma di trascendere l’identificazione con le nostre storie per non restare intrappolati in quello che è stato, di cui peraltro abbiamo memorie distorte dal tempo e dalle percezioni individuali.

È difficile sapere di cosa ho bisogno veramente. Ma è centrale capirlo. Sapere che non siamo le nostre emozioni, che il nostro testimone non sta nelle sensazioni. Sapere che siamo angeli e demoni, parte di azzurro e parte di buio. Che l'incoerenza è la coerenza del cosmo e che non c'è separazione in noi e tra noi e l'Universo. C'è un percorso da fare, non esiste la pillola della realizzazione, ma sappiamo che basta un attimo di luce perché la nostra vita cambi del tutto
Quando qualcuno ci chiede chi siamo, generalmente rispondiamo attraverso elementi che appartengono alla nostra storia: il nostro nome, il lavoro che facciamo, le persone che frequentiamo, i luoghi in cui viviamo, le nostre preferenze, le nostre esperienze. Tutto questo certamente racconta qualcosa di noi, ma sappiamo anche che ogni aspetto esterno della nostra vita è soggetto al cambiamento. La tradizione dello Yoga ci invita proprio a questa esplorazione: riconoscere ciò che cambia e avvicinarci a “colui che osserva il cambiamento”. In questa visione il Kriya Yoga poi è uno strumento per sviluppare la conoscenza di sé. Con un obiettivo: diventare più presenti, più stabili e più capaci di scegliere
La disciplina indiana ben si concilia con questo burrascoso periodo della vita. Ed è un valido aiuto per scoprire meglio se stessi e ricomporre mente, corpo e percezione di sé. Inoltre avvia al riconoscimento dei propri valori personali e diventa un metodo per riconoscere e affrontare al meglio emozioni e stress
Da sempre cerco di consigliare delle letture sullo Yoga e sul misticismo indiano cercando di intuire quali interessi si trovino dietro ogni lettore con cui condivido eventuali suggerimenti. Allora vi consiglio tre testi classici per entrare ancora di più in questa via...
Quante volte abbiamo lasciato che la vita fosse chiusa e compressa dentro di noi? Ci vuole coraggio per aprirci ed è necessario cercare l’armonia dell’apertura perché un vulcano può esplodere in modo rovinoso o tracciare nuove valli e nuove vie. Il fiume di lava può essere distruttivo o armonico. Spesso abbiamo paura di aprirci perché significa rischiare ma solo rischiando un possibile errore possiamo aprirci anche a una nuova parte di noi
È un libro che dovrebbe stare in ogni biblioteca, scolastica e di casa. Ma il sindaco di Venezia ha tolto «Piccolo blu e Piccolo giallo» dalle biblioteche scolastiche perché ritenuto portatore di “ideologia gender”. Eppure racconta solo la storia di Piccolo blu e Piccolo giallo che si abbracciano così forte da diventare verdi...



